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Ti avvicini al concerto dei Who e i giorni precedenti ne senti di tutti i colori, di tutte le religioni e di tutti i partiti – e i cattivi vanno giù duro: caricature di se stessi, vecchie cariatidi, burattini in mano alle corporation, milionari mai sazi, mummie con la chitarra e il microfono usato come una liana, auto-cover band, automi incapaci di ritirasi. Tutto vero, o forse no – e abbiamo lasciato da parte gli insulti più truculenti modello molto Tweeter/Facebook (sic!). La verità è forse un’altra: Pete Townshend e Roger Daltrey, ingobbiti ma anche no gentlemen inglesi, se lo possono permettere, al phisique du role certamente annebbiato (Roger, comunque, che fisicaccio d’acciaio!) sopperiscono con un repertorio a dir poco sacro e con, sì, una grande professionalità  – e ci mancherebbe, visto quanto costa andarli a vedere!

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Un concerto dei Who nel 2016 è preordinato, prevedibile e tutti i “pre” che volete: nelle scalette non cambia una virgola o quasi (al limite, rispetto a Bologna due giorni prima, è saltata Eminence Front, con gran dispiacere di qualcuno – tipo chi scrive!), Pete non lo vedrete litigare con Roger davanti a tutti come ai bei tempi ma usa solo parole al miele – insomma, niente se non mestiere d’alto bordo. Come disse Keith Richards in un’intervista di una dozzina d’anni fa: «Io e miei colleghi della stessa generazione siamo gli unici che possono permettersi di andare così in là, perché siamo dei pionieri». Se questo teorema è valido, allora calza perfettamente i Who 2016. I sicuri hit degli anni Sessanta, il segmento Quadrophenia, quello Tommy, i successoni dei Settanta che i ragazzini d’oggi conoscono per lo più via dei serial tv – questo il menù, prendere o lasciare. Di nostro aggiungiamo che sicuramente i Who non sono di un’altra era geologica, semmai sono di un’altra dimensione – concessa a pochi.

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Si spengono le luci, boato d’ordinanza, è vanno giù subito pesante con la doppietta spezza reni I Can’t Explain e The Seeker, con Roger già in fortissima con l’ugola e Pete che, come si dice a Londra, è on fire. Il missile prenda subito quota: purtroppo non c’è Rod Argent a suonare le tastiere come nel disco del 1978 ma fa lo stesso, boom – il Forum di Assago è in pugno con la potenza di Who Are Youfat e arena rock come tutti la vogliono. I mod o finti tali Duemila sono subito accontentati: The Kids Are AlrightI Can See For Miles (il più grande singolo dei Who anni Sessanta? Positivo…) e My Generation jam-atissima e strappa applausi. Pete e Roger saranno nonni quanto volete ma domare i leoni è il loro mestiere. La grandezza di Who’s Next (1971) sfavilla con Behind Blue Eyes e sopratutto con Bergain, cavalcata monolite rock che è davvero vibrante sia per esecuzione possente sia per come i due superstiti si rincorrono alla voce – chi l’ha sentita fra il meglio della serata non sbaglia di nulla.

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Hanno settanta e passa anni i due, peraltro impeccabilmente supportati dai loro comprimari con particolare menzione per Zak Starkey (batteria, figlio di un certo Ringo che faceva lo Scarafaggio), il venerabile Pino Palladino (basso) e Simon Townshend (chitarra, fratello di…), ma non lasciano tregua sia con Join Together sia con You Better You Bet, fiume in piena che porta dritti a Quadrophenia (1973): 5:15I’m One – cantata ovviamente da Pete – The Rock e Love, Reign O’er Me sono alba, vita e crepuscolo di una grande saga che solo la mente fervida e affilata di Townshend poteva concepire – e che anche decenni dopo, nella dimensione di un concerto revival come questo, resta comunque uno standout. Applausi fragorosi, quanto meritati.

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Quando rock opera dev’essere, allora la corsa è contro il tempo, adesso, e quindi tocca a una bella fetta di Tommy (1969): Amazing JourneySparksThe Acid Queen (ancora Pete a cantare – qualcuno rimpiange Tina Turner? Noooo…), Pinball Wizard e We’re Not Gonna Take It (See Me, Feel Me) sono a regola d’arte, i Who persi fra prog e cine-teatralità: l’effetto è un po’ come vedere adesso il vecchio Star Trek. In sostanza, per il giovanotto cieco-sordo-muto per volontà altrui l’affetto resta immutato – ed è ancora ovazione del pubblico.

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E visto che il Forum è caldo, che Pete e Roger si meritano la standing ovation come si deve fare con i pionieri che diceva Keith Richards, l’addio è pura potenza, di chi ha ancora brandelli di muscoli da tirare a lucido di nuovo in nome di Who’s NextBaba O’Riley è catarsi nell’acqua limpida di musica maiuscola, di grandi aspirazioni, mentre Won’t Get Fooled Again è apoteosi di tutto ciò che ha fatto grande i Who fra rivoluzione, potere e quell’insanabile voglia di «tirar su la chitarra e suonare, giusto come accadde anche ieri»!

CICO CASARTELLI

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