Quella di Gillian Hobart, coreografa e docente di origine inglese, ormai italiana di adozione, non è soltanto una tecnica, ma una vera a propria filosofia di pensiero sulle modalità di approccio tra la danza e la disabilità del corpo. In occasione della presentazione, il prossimo 13 maggio del Quaderno del Metodo Hobart®, nella biblioteca I libri più belli a Luce sul Mare (Igea Marina) in cui sarà presente la stessa Hobart, abbiamo incontrato Claudio Gasparotto, danzatore e coreografo, tra gli artefici del bel progetto che ha poi dato vita a ben due pubblicazioni sul metodo della Hobart. Una conversazione che è diventata un viaggio alla scoperta del potere rivoluzionario che la danza possiede.

Come nasce la vostra idea di una pubblicazione approfondita su Gillian Hobart?

Abbiamo pubblicato due libri con GuaraldiLab: Il corpo pensante, la mente danzante. Dialogo sul Metodo Hobart® a cura di Lorella Barlaam, che racconta la nascita del Metodo, e Il Quaderno del Metodo Hobart® a cura di Monica Tomasetti, che restituisce il percorso di studio basato sul movimento danzato. L’idea è nata durante le numerose conversazioni con Gillian Hobart attorno al valore della danza come arte aperta a tutti, dunque al suo significato politico. È stata la determinazione di Gillian, la sua tensione alla comunicazione e alla condivisione a orientare la nostra energia a favore di queste due pubblicazioni.

In cosa consiste nella pratica il Metodo Hobart®?

La metodologia elaborata da Gillian Hobart è una pratica educativa che propone un percorso teorico e corporeo basato sull’arte del movimento per innescare una comunicazione legata al linguaggio non verbale. Le parole chiave  sono  relazione, rispetto, ritmo, contatto. Il Metodo, definito da Alain Goussot antimetodo, fa appello alla danza, l’arte empatica per eccellenza, per intercettare l’unicità, perché non esiste un unico modo di comunicare. La disabilità è un mistero umanissimo che il Metodo non vuole curare, normalizzare o spiegare, ma con cui semplicemente entrare in contatto, dialogando attraverso codici comunicativi plurimi. Gillian non fa terapia, ma danza, perché è convinta che ogni essere umano può esprimersi attraverso i movimenti del proprio corpo liberando così le energie spesso bloccate, come è il caso in molte situazione di disabilità e non solo. «Quello che facciamo – dice Gillian Hobart – non è creare qualcosa di bello, ma la ricerca della bellezza interiore. Il movimento danzato non è mirato al palcoscenico, è una ricerca quotidiana  per scandagliare la profondità dell’essere umano e per creare l’inedito usando l’immaginario e il metodo dell’improvvisazione. Ciò lascia un’impronta, la dimostrazione visibile dell’interiorità».

Monica Tomasetti, curatrice del Quaderno, afferma “stare accanto a Gillian… significa… entrare in contatto profondo con la danza e il suo valore rivoluzionario”, qual è oggi questo valore rivoluzionario?

La danza è una rivoluzione non violenta, come l’arte in generale, che scuote le coscienze, smaschera i pregiudizi e nobilita l’essere umano. Penso a Isadora Duncan, Doris Humphrey, Kurt Joos, Kazuo Ohno, Pina Baush, ma l’elenco sarebbe ben più lungo! La danza è un’arte rivoluzionaria perché trova nel corpo lo strumento più squisito per imparare l’arte di vivere. Attraverso l’arte del movimento percepiamo un profondo senso della dignità umana e sentiamo che la nostra vita è dotata di potenzialità illimitate. Di conseguenza sviluppiamo la saggezza per capire che ciò che prima ci sembrava impossibile in realtà è possibile. In questo modo si attiva un processo di automiglioramento che ci consente di affrontare le difficoltà con una sensazione di liberazione interiore. Insomma, la possibilità di individuare e affrontare tutto ciò che inibisce la piena espressione della nostra preziosità: una vera rivoluzione umana.

Mi viene in mente uno spettacolo di Milo Rau visto ultimamente, in cui provocatoriamente l’attrice in scena parla di “mode” nel teatro di “ricerca”: quella per esempio di portare in scena i diversamente abili o più recentemente i profughi. Qual è il confine da non superare affinché un lavoro sulla naturalezza del movimento, come può essere quello svolto con i diversamente abili, sia vera e propria arte e non diventi appunto “di tendenza” o anche buonismo?

Non credo ci siano confini da non superare, il punto è come superarli. Milo Rau con il suo teatro e il suo cinema fa politica, scuotendo il pubblico: con la sua arte racconta l’irraccontabile e il taciuto. Il teatro di Pippo Delbono “mette in scena” attori, danzatori, musicisti, ma anche operai, rifugiati politici, rom, persone differentemente abili, proprio perché è a coloro che sono socialmente emarginati che viene ridata la parola. Il movimento danzato di Gillian Hobart sceglie di non spettacolarizzare la disabilità, ma di elaborare una metodologia a sostegno del mondo interiore per farne emergere la bellezza. Tre esempi diversi fra loro per cultura, formazione, visibilità, ma uniti da un comune denominatore, il rispetto per lo splendore umano. La ricerca sul movimento esplorato dal Metodo Hobart® rifugge dalla terapia, dall’assistenzialismo, dal buonismo per focalizzare il suo impegno sul corpo come strumento di conoscenza e di autoconoscenza. Per esso, come per uno strumento musicale, le cose essenziali sono l’accordatura e la manutenzione, che tradotte in danza sono il training e la continuità della pratica. Dunque non è una questione di essere buoni, ma di fare bene le cose. Come dice Gillian Hobart: «la parola è divina, il corpo è il miracolo».

SILVIA MERGIOTTI

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