Al cospetto del burbero Marescotti, passato dal cabaret in Romagnolo al picchiare Hannibal Lecter attraverso prosa, fiction e piccole bugie fino all’apertura del TAM, la sua Accademmia di Teatro a Ravenna

La sua scheda biografica cita all’inizio un dialogo di Totò sulla Luna, dove Totò, nelle vesti di un impresario cinematografico chiede ad una signorina che vorrebbe fare l’attrice «da dove viene?». Lei «Da Bagnacavallo» e Totò «Da Bagnacavallo? Macchì? Nessun attore può venire da Bagnacavallo!».

La missione di Ivano Marescotti, nato a Bagnacavallo, anzi, a Villanova di Bagnacavallo, è stata quella di smentire il Principe dei Comici, anche se mai e poi mai avrebbe pensato da giovane di fare questo lavoro «Ho debuttato a 35 anni, caso unico. Prima lavoravo nel Municipio di Ravenna a fare Piani Regolatori, urbanistica. Avevo dato un po’ di esami di Architettura a Venezia poi mi sono buttato sul DAMS, poi dopo che ho rifiutato il posto fisso a Ravenna, ho prima aperto un’Osteria a Bologna che è andata bruciata, c’erano dei casini in quegli anni… Col teatro è stato casuale. Ho sostituito un amico letteralmente da un giorno l’altro. Andò bene e allora mi buttai. Ho fatto quattro anni di fame, poi cominciai a lavorare con registi come Carlo Cecchi, Martone. Lì ho cominciato a capire che di questo lavoro potevo viverci».

E dopo 35 e passati anni tra palchi, pedane di sagre e set cinematografici, sta passando il mestiere dell’attore a nuovi allievi. «L’idea non è mia, me lo hanno chiesto quelli del Circolo degli Attori di Ravenna. Adesso stiamo provando un saggio finale del corso di anno scorso, 100 ore con Marescotti, due classi, ma quest’anno a Ravenna, da novembre parte il TAM (Teatro Accademia Marescotti), 126 ore, 10 weekend pieni. Chiaramente non sarò solo, ci saranno altri insegnanti, Alessandra Frabetti, Valentina Cortesi, Chiara Roncuzzi, Cristiano Caldironi, Gianfranco Tondini . Una vera scuola con una quarantina di studenti, e sarà professionale, perché tratto tutti professionalmente, a prescindere dal loro livello. Aperto a tutti, non c’è una età specifica, dai 16 anni in su, passeremo giornate intere in un percorso che chiede di mettersi in discussione. Bisogna essere disponibili a mettersi da parte per dare spazio al personaggio. Poi, se qualcuno vorrà continuare a fare il professionista, si vedrà. Se uno va scuola di musica non è detto che debba diventare un solista internazionale».

Esiste il talento o sul palco ci possono stare tutti? «Certo, la predisposizione per una certa materia esiste, se io dovevo fare matematica ero bocciato in partenza, ma il talento se non lo coltivi, se non lo riveli è come se non ci fosse. La scuola di Teatro che partirà serve a questo, per scovare, rilevare e rivelare il proprio talento, per uso personale o professionale, perché ognuno dopo vedrà che farne».

Marescotti mette sempre un filino in soggezione, sarà il suo aspetto burbero, la sua voce di diaframma, il suo italiano perfetto da attore di prosa con le e aperte o chiuse al posto giusto ma che, in un niente e appena è più in confidenza, si trasforma in uno schietto dialetto della bassa. A proposito, come sta il dialetto? «Malissimo, morirà lentamente ma morirà. Se si chiede ad uno sotto i quarant’anni se parla il dialetto dice ‘Non lo parlo, mò lo capisco’, quelli sotto i vent’anni non lo capiscono neanche, tra un paio di generazioni sparirà, non si usa più se non in certi borghi. Vivrà, finché è possibile, nel teatro e nella poesia, perché paradossalmente i più grandi nomi che la storia recente della poesia ha espresso, e parlo al livello nazionale, sono romagnoli: Raffaello Baldini, Tonino Guerra, Nino Pedretti».

Baldini è stato l’autore con cui ha creato una rara simbiosi, come lo ha scoperto? «Leggendolo, poi alla fine anni ’80, aveva già pubblicato Furistir per Einaudi, andai a conoscerlo di persona. Baldini abitava a Milano, era caporedattore della cultura di Panorama, quando era un giornale serio, poi lo prese Berlusconi, vabbè… Lo convinsi a scrivere uno spettacolo per il teatro e alla fine ne ho messo in scena tre».

Tra cui il fulminante Zitti Tutti del ’93, come era come autore? «Lui lasciava fare, con i registi avevamo un po’ di timore a modificare, a pastrocchiare, del resto in teatro il testo si modifica, si plasma, ma lui, molto discreto, diceva ‘Consideratemi uno scrittore defunto’. Certo, limava ogni singola parola. Era un ottimo lettore delle sue poesie».

Ma lei, che come seconda lingua dichiara di parlare l’Italiano come fa ad entrate nei cast di importantissimi film internazionali con un ottimo inglese? «Il dialetto è la mia lingua madre, l’italiano l’ho imparato a scuola. Con l’inglese bleffo, non lo parlo, non lo capisco. Imparo le battute a memoria assieme ad un coach. Se ad un provino mi chiedono se so l’inglese dico Of Corse. Di corsa. Ho bleffato anche quando ho firmato per King Arthur, con un cast internazionale con Clive Owen: ho detto che sapevo cavalcare.. Ho preso lezioni ma avevo imparato solo a salirci. È andata bene anche lì. Per fortuna facevo un vescovo romano, quindi il regista mi ha detto che il mio accento italiano comunque si doveva sentire… Ah, allora, Ok!».

Tra i tanti film internazionali ha rammarico per il mancato ruolo di Ponzio Pilato ne La passione di Cristo di Mel Gibson? «Rammarico no, una vita professionale è fatta anche di rinunce. Sì, sarei stato il quarto nome in cartellone, ma sono gli incastri della vita… Il film slittava in avanti nei mesi, avevo altri impegni presi, c’erano contratti con compagnie teatrali che aspettavano, avevo rinunciato già ad altre cose, pazienza. Sarà per un’altra volta. Mel Gibson mi scrisse anche una lettera in cui diceva che avrebbe pagato lui la compagnia, ma non si poteva».

Tra l’altro, parlando di cinema internazionale, lei ha lavorato anche con Ridley Scott, e se non sbaglio è l’unico che ha dato due cazzotti ad Hannibal Lecter senza farsi mangiare. «Eh, sì, lo catturo e gli do due ‘bussi’, dopo però nel film mi spara Julianne Moore».

Ma come si arriva a questi film internazionali? «Modo classico: la produzione cerca una agenzia, le agenzie mandano gli attori e si fanno i provini. Anche adesso ho appena fatto un provino e mi hanno preso per un film con Muccino, con la Sandrelli, Accorsi, giriamo ad Ischia per due settimane, poi ho un altro film internazionale su Michelangelo per Sky».

Incastrando questo con la scuola e la gestione del teatro di Conselice. «Sì, poi sarò a Venezia a presentare Nobili Bugie, una commedia girata anno scorso a Bologna… poi il 16 settembre all’Alighieri di Ravenna, poi parte un altro progetto teatrale…».

Straimpegnato. Così come è stravisto il suo celebre Monologo sulla Romagna, (se vi manca cercatelo su YouTube) in cui un romagnolo definisce la sua idea di Romagna, prima staccandosi dall’Emilia e stringendo sempre più in piccolo i propri confini, finché alla fine rimane da solo. Succede così anche per la Sinistra? «Quel pezzo può essere applicato in qualsiasi campo. Dal territorio alla identità, alla società, al personale, non solo alla Sinistra ma a tutta la politica. Quando non ci si riconosce negli altri ci si chiude in se stessi. È il concetto applicato della Lega: gli altri sono gli altri. ‘Prima noi, poi, se ci rimane qualcosa pensiamo agli altri, anzi vediamo’. Adesso il ‘prima noi’ viene applicato ormai in grande scala anche nei comuni qua vicini, quando gli propongono di ospitare 10, 15 extracomunitari appena sbarcati i Sindaci dicono ‘No no! Prima i cittadini’. Pure a Roma adesso si dice ‘Prima i romani, poi gli altri esseri umani’».

E da uomo di sinistra, se non sbaglio lei è stato tra i fondatori del Pd per poi uscirne dopo qualche mese. Adesso ha qualche riferimento politico da suggerire? «No, adesso dai partiti non mi sento rappresentato. Da nessuno».

Ma quando ha dovuto interpretare il leghista per Checco Zalone ha fatto fatica? «No, lì è stato divertentissimo».

 

 

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