Andrea Lazslo è difficile da scrivere non da ascoltare. Live a Bologna, una settima fa.

E’ passata una settimana e mi dicono sia il tempo tecnico per metabolizzare. Avevo preso appunti, quella sera, sul telefonino che confermo si usa sempre meno per il bisogno originario. Di solito ascolto, penso, scrivo tutto insieme. Questo è il mio humus. Stavolta no, in questi giorni ho lavorato e letto di tutto , ero stimolato, ho lasciato sedimentare. Capirete se arrivate alla fine dello scritto.

Aspettavo il momento giusto. Credo che sia questa la magia del concerto di Andrea Laszlo di Sabato 20 al Covo a Bologna. Il momento giusto. Sicuramente il suo e il mio, ma credo anche quello degli altri presenti.

Gia l’ascolto mi aveva preso per mano, come dire, mi risuonava. Poche interviste e fatte bene, la sua storia semplice, una certa umiltà. Una strategia, vestita di visione? forse. Ci torneremo su questo tema e sul bisogno di farsi notare, la fuori.

Arriviamo. Puntuali noi. Il locale no è ancora chiuso. Una fila ordinata senza ordine imposto, culturalmente elevatissima e civilissima da far ben sperare, aspettiamo al freddo reale e non percepito, che il locale apra. Dimmi cosa ascolti e ti dico cosa sei, viene oggi sostituito dal dimmi come fai la fila e ti dico che musica ascolti. Lo stesso giochino non vale sul dimmi chi voti e… ho più dubbi. Ecco.

Entriamo. Ci conosciamo già tutti (in fila si fa amicizia) . Una forte convergenza di stimoli ci ha reso tutti socialmente attivi. Inizia a prendere forma il motivo per il quale mi sono ricordato di essere li. Due chiacchere non scontate in tutti i sensi con Andrea, il bar è piccolo come per lasciare spazio intelligentemente ad altro. insomma siam pronti. Io supporto e ne parlo volentieri di quei locali che hanno una impronta chiara e diventano luoghi. Le chiese ormai sono vuote. Bisognerà immaginarseli i nuovi luoghi, credo, diversamente i super mega centri commerciali da una parte e i piccoli schermi dall’altra avranno vita facile. Piccolo inciso progressista.

Il concerto, la band, la scaletta, la biografia, i suoni. Leggerete di meglio in giro. Solo due tre cose. Tanto ascolto, radici a sud, corpo e Torino, radiohead low cost nel motore live, Modugno in circolo, Battisti nel cuore, petto villoso colto ottimo per un nuovo fashion brand , batterista, padre da poco, innamorato senza nasconderlo, gentile, uomo donna si chiama il suo disco, galline e inni rivoluzionari come spazio tra una canzone e l’altra. Tutto a caso con la sorpresa che il concerto è meglio del disco. Piccole gioie ormai dimenticate in epoca di plugin facili.

Leggevo, come dico all’inizio,  e riflettevo sulla forza empatica barra successo del Jova nazionale che con Oh vita (!) rafforza e lascia ancora viva e in evoluzione la sua forza di muovere e attrarre. Jova parla delle canzoni che non devono essere belle ma essere stelle. Illuminare strade quando le perdi e illuminare la notte per far ballare la gente. Spirito e azione e non riflessioni scanzonate!

Anche io ho l’eta di Jova più o meno e, direi che la stima c’è e la sua felicità mi intriga con un sufficienza e poco più in quanto sempre a cavallo nel tempo giusto, mai in anticipo. Mio parere, poca roba. Ahh, un esempio, Vasco, altro sciamano, negli anni 90 sul tema felicità …ritornellava con fatalismo, oggi scaduto, “maledetta sfortuna, dillo alla luna “.

Vieni a salvarmi, è un’illusione… dice invece Andrea urlando, i tempi sono diversi, l’eta anagrafica anche. Si parla molto di felicità in questo nuovo secolo, che c’è, che non c’è, ma quanto costa, le stelle, ecc. ( a proposito ascoltatevi l’ultimo di Motta, uscito proprio ieri, che ci casca a fagiolo) ma, mio parere, qua la differenza è che non se ne parla mai se non di riflesso. Avanti e indietro allo stesso modo.

Una spontanea complessità in salsa occidentale che accorda (la parola è quella giusta ) il pubblico del futuro, spero, che è quello che fa la fila ai reading di filosofia o ai festival culturali e che non vuole essere preso in giro. Amore e speranza forse dette troppe volte, vero, ma diventano organiche nel suono della band e meno nel loro stretto significato. Ecco cosa intendo quando parlo di nuova musica italiana. Sicuramente più band che cantautore. Un interessante equilibrio, da esplorare.

Poi ci invita a salire sul camerino che metaforicamente è su e non dietro e tra birre conviviali senza essere happy qualcosa, ci salutiamo, fotografiamo , promettiamo, salutiamo dicendoci: Speriamo che cresca, lentamente.

Lo seguiremo, ce ne bisogno.

RifugiatoPoetico www.agitato.eu

 

 

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