Pitchfork, nella recensione dell’ultimo disco, li definisce una band affidabile. Nel mazzo degli aggettivi disponibili per un progetto nato nel cuore della scena alternativa dei ’90, affidabile non è esattamente il più eccitante, ma rende l’idea.

Calexico sono partiti come idea cinematica e astratta, suono ideale di un confine ipotetico e misterioso, e si sono pian piano assestati come un buon esempio di etica del lavoro, di stare sul pezzo con continuità, producendo dischi magari senza la forza di un The Black Light ma sempre solidi, sempre accettando di buon grado il cambio di stagioni e il cambio della pelle. E sempre vendendola cara, la pelle, a chiunque avesse iniziato a considerarli, un disco per volta, un gruppo sempre più educato per ascoltatori sempre più educati.

Quando la premiata ditta Convertino-Burns costruisce un groove, con quel rimbalzo ben preciso fra la chitarra e il rullante, succede ancora qualcosa. E quando un gruppo trova il suo qualcosa, il suo marchio, quella è la cosa che non puoi comprare, e nemmeno vendere. Nemmeno in un’epoca dove tutto è in vendita (tranne la musica che, come noto, è gratis).

«Ne vale ancora la pena – mi dice Joey Burns in ponte telematico fra Tucson e Praga – Ogni nota, ogni minuto, ogni miglio percorso. Abbiamo ancora la passione dalla nostra parte, troviamo ancora eccitante registrare e andare in tour. Tenere una band in strada è complesso e rischioso, noi ci proviamo e proviamo a essere abbastanza svegli da evitare le buche nel percorso. È difficile ma c’è ancora un modo per trasformare queste dinamiche in qualcosa di fruttuoso e creativo».

Il nuovo disco è il più scuro della loro carriera, e nel consueto universo multicolore – fra mariachi ed elettricità, fra folklori e un rock adulto – trova spazio una pulsazione livida, come un brivido di paura. I fantasmi del 2018 hanno, manco a dirlo, il ciuffo biondo del Presidente. «Il mio primo pensiero dopo le elezioni del 2016 è stato quello di fare un tour nel cuore dell’America e portarmi dietro quanti più amici possibili da Tucson e da tutte le altre parti del mondo. Non solo l’America, ma tutti hanno necessità di vedere in azione persone che fanno musica insieme, superando le differenze di cultura, lingua e tradizione. Celebrare la differenza significa celebrare la vita e la bellezza».

Poi, oltre ai buoni sentimenti, è venuta fuori anche la rabbia. «Gli Stati Uniti oggi hanno bisogno di un bagno di realismo. Non di distrazioni a buon mercato come quella del Muro di Trump. Alla fine certi slogan sono solo una maniera semplificata per rendere accettabile una sfumatura razzista del pensiero, assolutamente pericolosa, oltre che orribile».

A questo punto, con queste premesse, molti potrebbero aspettarsi un disco organizzato come un assalto frontale. Non è così, e la tensione di cui si parla è quasi tutta sottopelle. Non sarà che, come ha detto Bono, il suono della musica alternativa sta diventando un po’ girly, da ragazzine? «Ci sono momenti dove anche una ballata suonata solo con una chitarra può avere più forza e più rabbia di un brano arrangiato e carico di effetti. Crudo è l’aggettivo che mi viene in mente. La musica può essere più o meno aggressiva, ma alla fine le parole, e soprattutto la maniera in cui le comunichi, sono le cose che fanno la differenza».

Questo è un disco di melodie, appoggiate tuttavia su un piano turbolento, come di un folk in ebollizione, con spezie che arrivano da lontano. «È un disco di contrasti. La melodia e le storie sono sempre lì dietro, che aspettano la loro possibilità di dare la scossa a un microfono. A me piace il caos, il rumore e la grinta, così come mi piace la spontaneità e le cose belle che escono quasi per caso. Ognuno ha la propria idea su quale sia il rapporto migliore fra rabbia e dolcezza, fra disordine e organizzazione, fra tutti gli approcci possibili. Da qualche parte c’è sempre, comunque, ancora qualcosa di speciale e unico da scoprire, che mette in funzione tutti i recettori simultaneamente, qualcosa con la forza di elevarsi sopra le nube di tutta la musica che risuona intorno. Trovarlo non è un obiettivo semplice, ma ogni tanto capita».

Il baricentro del disco sono gli Stati Uniti, più che mai, ma il cuore Calexico batte ancora spesso a ritmi di altre americhe. «Amparo Sanchez una volta mi ha detto che il nostro Nord sono il cervello e i pensieri, ma il Sud è il cuore, e ce n’è sempre bisogno. Sentirsi vicini e stare insieme, nei momenti difficili, lasciare entrare l’amore dentro le cose».

L’idea era un disco politico, in qualche modo sociale, o una reazione privata a un problema globale? «In ogni disco le influenze sono tante, arrivano quasi come ondate ad ogni giro della ruota, della musica e del proprio tempo. Le storie e le buone canzoni non tramontano, ed è una cosa da tenere sempre a mente. Stavolta ho lasciato che il caos entrasse nel procedimento e mi mostrasse la strada per questo disco. Ma il tema centrale per me è la Casa. Le canzoni parlano di una casa che è smantellata e lontana, perduta in qualche modo, che ha bisogno di cura».

Se la Casa in questione è un’idea di Occidente che si sgretola, la casa è anche quella a cui si torna ogni sera, da buoni rocker che hanno messo su famiglia. «Le nostre vite sono cambiate molto in questi anni, abbiamo quasi tutti mogli e figli, e per me anche solo trovare il tempo di starmene in disparte a scrivere con una chitarra è diventato complicato. Ma la ricerca di una buona canzone non finisce mai, la musica penetra dappertutto e trova sempre il suo spazio. Magari compongo con la chitarra che tengo in cucina, e penso le melodie mentre cucino, con le mie gemelle di sei anni che canticchiano dietro di me».

In tutto questo cambiamento, dei Calexico ambasciatori del confine, del twang dell’Arizona e delle musiche per film ancora da girare cosa è rimasto? «Sono legato a tutte le nostre fasi, alle nostre epoche musicali. Spesso componiamo per il cinema e utilizziamo ancora quell’approccio. In questo disco peraltro ci sono di nuovo un paio di brani pensati in quella direzione. Magari in questo tour, seguendo la traccia di quei brani, suoneremo di nuovo più brani strumentali».

Diventare maturi – o banalmente: passare i cinquant’anni – stando dentro la musica. La strada è ancora una strada avventurosa, dove dietro ogni curva si può trovare una cosa diversa, o il percorso è diventato con gli anni più chiaro e rettilineo? «Se vivi in mezzo ai suoni scopri che ci sono delle linee, oltre il tempo, che continuano a collegare cose e persone, da diverse parti del mondo. Una specie di strada invisibile che porta sempre avanti, fino alla fine. Non sai mai cosa stai per raggiungere o scoprire, o chi stai per incontrare. E sì: tutti quanti la stiamo ancora percorrendo».

16 marzo, CALEXICO, Bologna, Estragon Club, Via Stalingrado 83, ore 21.30 – Info: 051 323490, estragon.it

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