Tre donne e una Aygo a zonzo per la Calabria

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Ci sono tre viaggiatrici, due romagnole di nascita e una di adozione. Decidono di partire alla volta della Calabria, ultima regione d’Italia mai vista, neanche attraversata nei loro primi quarant’anni di vita.

“Chissà se c’è un perché?” si chiedono alzandosi alle 4.30 del mattino dopo ben tre ore di sonno per prendere un aereo che partirà in comodissimo orario Ryanair.

A quell’ora è troppo presto per farsi domande esistenziali o filosofiche e decidono quindi di provare a scoprire il motivo di questa mancanza, alla loro maniera, con il viaggetto disorganizzato che ci apprestiamo a raccontare.

Sbrigate le pratiche burocratiche per il noleggio dell’auto, si parte per Crotone, con una sosta imperdibile a Isola di Capo Rizzuto per vedere il bellissimo Castello Aragonese, dominante il promontorio, e mangiare il primo, indimenticabile arancino alla ‘nduja. Si sa, i romagnoli hanno un debole per il buon cibo.

Nonostante Crotone conti oltre 60.000 abitanti, il centro è piuttosto deserto, a tratti desolato e desolante, ma riserva una inaspettata sorpresa: il Museo Archeologico Nazionale dove, tra i tanti importanti reperti della Magna Grecia, restano colpite da tre mitologiche figure femminili in bronzo: una sirena, una sfinge e una gorgone.

“Saranno mica le antesignane delle ben più temibili Azdore romagnole?” si chiedono, individuando nei tratti delle statuette un ghigno, un’espressione arcigna e quel che resta di una risata smargiassa.

Imbroccata la SS106 Statale Jonica, eletta a novella Route 66 di questa vacanza on the road, procedono a bordo di una meno mitica Toyota Aygo rinominata “macchina di Barbie” per la sua spaziosità e “lavatrice” per la silenziosa ripresa, puntando dritte verso la Cattolica di Stilo. E qui scoprono la meraviglia, un gioiello bizantino incastonato nel verde alle falde del monte Consolino, che resiste da svariati secoli. All’interno, una serie di affreschi che vanno dalla fine del X fino al XV secolo.

“Affreschi?” si domandano stupite le nostre tre eroine, abituate ai più sontuosi mosaici della stessa epoca del mausoleo di Galla Placidia di Ravenna.

“La cattolica di Stilo la trovate anche all’Italia in miniatura” spiega orgogliosa la guida, certa in questo modo di sancire l’importanza e la bellezza della chiesa, come se ce ne fosse bisogno.

Lasciata Stilo, perlustrano in lungo e in largo la Locride con puntate nel verdissimo Aspromonte sacro e segreto di chiese, santuari e monasteri inerpicati tra i monti. “Beh ma noi abbiamo Campigna, a boschi ci difendiamo bene” si dicono, gustando un gelato al bergamotto.

Intrepide si spingono fino a Zungri, ultimo comune in ordine alfabetico, soprannominata la piccola Matera. Ai loro occhi però, le sue grotte sono le matrici primitive di quelle che a Brisighella sono state trasformate nella unica Via degli Asini al mondo.

Sebbene la montagna eserciti un indiscutibile fascino, non si allontanano mai troppo dal mare con lunghe visite a siti e musei archeologici dove lo sguardo inevitabilmente cade sui bellissimi kouros, di ogni fattezza e dimensione…ma torniamo a noi.

Le tre moschettiere continuano la circumnavigazione della penisola e si spingono fino a Reggio Calabria, dove avviene l’epifania: i bronzi di Riace.

Dopo cotanta bellezza, come faranno a riabituarsi all’uomo medio, seppur bagnino romagnolo palestrato? I muscoli torniti sono gli stessi ma dai bronzi trasuda una nobiltà d’animo purtroppo assente nella maggior parte dei vari Zanza di Romagna.

Giungono poi a Scilla e, baciate dalla fortuna, ecco che la natura apparecchia per loro un magnifico spettacolo di delfini danzanti sotto costa.

“Sì certo ma al Delfinario di Riccione si riescono a fotografare per bene, sono più vicini e saltano tutto il tempo” dice una di loro, dopo l’ennesimo tentativo fallito di immortalarne le evoluzioni.

“Eh ma lì se vogliono mangiare devono saltare per forza” rispondono le altre due in coro.

Abbandonata qualsiasi velleità fotografica, decidono di godersi lo spettacolo con la compagnia di un altro arancino alla ‘nduja e di una birra gelata e vengono premiate con tre salti consecutivi di un delfino vero, mica ammaestrato.

Le nostre sono attente alla salute ma, da brave romagnole, anche all’offerta gastronomica. Dopo una sessione mattutina di yoga nel cortile un po’ trasandato di un B&B circondato però da uno spettacolare aranceto, non si lasciano scappare lo stocco di Mammola. L’umile stoccafisso qui è diventato un prodotto D.O.P., ma sulla capacità di appropriarsi di prodotti non autoctoni, in Romagna non hanno niente da insegnarci. Negli anni Settanta non abbiamo forse rubato il kiwi a Cina e Nuova Zelanda, facendo sì che oggi l’Italia ne sia il maggior produttore?

Tralasciamo il confronto con le tante belle spiagge e il mare perché a noi romagnoli, si sa, la spiaggia piace attrezzata, ma qui ti puoi vedere i piedi mentre fai il bagno, cosa che da noi accade di rado.

E si arriva così a Riace, una delle poche tappe già prefissate prima della partenza, che le nostre hanno rischiato di omettere a causa di uno sfortunato incontro con un rappresentante della gioventù locale sul lungomare. Scoprono però che l’astio del suddetto nei confronti della precedente amministrazione della sua città è dovuto all’eterna faida tra Riace Mare e Riace Monte e decidono quindi di andare a vedere con i loro occhi. Anche in questo caso, dal confronto non escono sconfitte perché i calabresi sono testardi ma anche i romagnoli non scherzano.

“Città dell’Accoglienza” si legge all’entrata del paese. Sull’Accoglienza, sinonimo di Turismo, in Romagna abbiamo costruito un impero, dando ospitalità ai vitelloni di ieri e ai teenager di oggi. Ma Riace si è aperta al mondo, provando a dare una casa e un lavoro a chi era partito in cerca di un futuro, sperimentando il VILLAGGIO GLOBALE. Le nostre giovani donne non sanno contrattaccare con un esempio locale. Restano senza parole, in contemplazione di un paesaggio collinare verdissimo nel silenzio quasi irreale della siesta, interrotto solo dal raglio di uno degli asini con i quali si faceva la raccolta differenziata porta a porta e dei quali qualcuno, per fortuna, ancora si occupa.

Il tour, partito come una breve vacanza rilassante ma trasformatosi ben presto in un vero e proprio viaggio, si conclude con un paio di giorni trascorsi a Tropea, la Perla del Tirreno.

Arrivate con qualche pregiudizio, pensando di trovarsi davanti a una Milano Marittima calabrese, restano affascinate dai vicoli, dal cibo, dal castello, dal mare, dal tramonto e fanno scorta di prodotti gastronomici locali a prezzi ai quali ormai a Mi.Ma. non si compra più nemmeno un caffè.

Questo reportage semiserio si può degnamente concludere con la barzelletta dell’agricoltore americano in visita all’amico agricoltore romagnolo. L’americano non smette di paragonare la frutta che vede con quella del suo paese, che nel confronto esce sempre vincitrice, più bella e più grande, fino a che viene messo a tacere dal romagnolo che, stanco di sentirsi sminuito, quando vengono indicati i cocomeri risponde: “Quelli? Quelli sono PISELLI!”.

C’è però una fondamentale differenza tra l’agricoltore romagnolo e le nostre viaggiatrici che, dopo aver esplorato in lungo e in largo la Calabria, non sentono più il bisogno di dimostrare la superiorità della loro terra, preferendo invece invitare tutti i curiosi ad andare a vedere con i loro occhi e a lasciarsi stupire da una terra piena di belle sorprese.

Valentina Amadei, Marcella Isola, Chiara Pelino

 

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