Di rifiuti e meraviglie. Intervista a Lois Walpole

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La creatività con materiali di recupero è una pratica ormai diffusa a livello planetario, possiamo trovare facilmente corsi e tutorial fai-da-te per riciclare di tutto, ed esistono anche numerosi artisti di fama che creano a partire dai cosiddetti rifiuti.

Il merito di questi artisti non è semplicemente quello di dare una seconda possibilità a ciò che viene normalmente scartato, ma anche, e forse soprattutto, il mostrare le qualità nascoste e le potenzialità inespresse di moltissimi oggetti che fanno parte della realtà quotidiana, cambiando il nostro modo di guardarli. Il passo da “immondizia” a “oggetto del desiderio” non è sempre breve, ma apre la strada a nuove e molteplici possibilità creative.

(Corks and wire, 2009)

Lois Walpole, scultrice, cestaia e designer inglese, è una figura di rilievo internazionale in questo ambito. Dopo aver visto le sue opere non posso più guardare a un cartone del latte con disprezzo, non posso più ignorare il fascino di una retina per le arance… e non posso gettarli via senza sentirmi un po’ stupida, perché ho visto quante e quali cose potrebbero diventare.

Conoscevo Walpole per aver visto qua e là alcune foto dei suoi lavori (e avere maldestramente tentato di imitarne qualcuno), quando ho avuto l’occasione di partecipare a un suo workshop, in Catalogna, nello scorso autunno. Dopo quell’incontro, così interessante per me, le ho proposto l’intervista che segue.

Prolifica ed eclettica, Lois Walpole crea con molta libertà e allo stesso tempo con regole ben precise; dentro le sue opere c’è una profonda conoscenza delle più varie tecniche di intreccio, un notevole senso del colore e della composizione, e una particolare intelligenza nella scelta dei materiali e nel modo di trasformarli. Si tratta di manufatti di grande impatto estetico, eseguiti con raffinata precisione, ma anche spiritosi e comunicativi, che interpretano la post-modernità in una chiave informale e accessibile.

(Strapping tape and wood, 2010)

Mary Butcher ha detto che “la cesteria contemporanea britannica è cominciata con il lavoro di Lois Walpole”. Questo suona molto rivoluzionario…. Che cosa significa per te tradizione?

Per me tradizione è qualcosa che viene ripetuto attraverso le generazioni con minime alterazioni, il che implica che se tu la alteri troppo, cessa di essere una tradizione.

Ciò che Mary ha detto del mio lavoro è vero perché in Gran Bretagna, nel 1982, fare cesti come mestiere era una attività quasi scomparsa, con pochissime persone o aziende che fabbricavano cesti con vimini o altri materiali naturali. Ciò che ho fatto è stato combinare un istinto scultoreo con le tecniche dell’intreccio tradizionale e i materiali di recupero. Ne sono risultati oggetti molto colorati e molto differenti da ciò che si era visto fino ad allora, ma che si potevano ancora considerare cesti, e parimenti mettevano in discussione che cosa vogliamo dire quando usiamo la parola cesto.

(Beer tins and wire, 1993)

Come hai cominciato a intrecciare materiali non vegetali? In che modo questa scelta è diventata una caratteristica distintiva delle tue creazioni?

La mia curiosità e attrazione verso le cose che consideriamo ‘rifiuti’ era già ben sviluppata molto prima che cominciassi a fare cesti. Quando ero una teenager, negli anni Sessanta, facevo installazioni con tronchi e pneumatici che trovavo sulla spiaggia, e sognavo di costruire una cupola geodesica con vecchie automobili come quelle che gli hippie facevano in America in quegli anni.

Più tardi, quando ero una studente di scultura al St. Martins di Londra, mi ribellai al fare sculture d’acciaio (che allora era molto di moda). Detestavo tutto ciò che comportava lavorare l’acciaio, il rumore, il calore, il cattivo odore e il maschilismo… Invece scelsi di fare figure giganti di cartapesta e una figura a grandezza naturale in legno e rattan.

(Lifesize figure in cane and wood, 1975)

Pensandoci adesso, mi sembra inevitabile che più tardi, dopo aver imparato a fare cesti con materiali tradizionali, cominciassi a cercare delle alternative. Diverse motivazioni mi spinsero a usare materiali trovati. La prima è che vivevo a East London, dove è illegale potare gli alberi e ci sono pochissime piante che è permesso raccogliere. La seconda è che volevo provare tecniche provenienti da altre culture come l’intreccio di cortecce di betulla e la cosa più simile alla corteccia di betulla che potessi trovare era il cartone ondulato. La terza è che non mi sentivo a mio agio, come cestaia, nell’usare materiali provenienti da altre parti della Gran Bretagna o importati, perché era contrario alla tradizione della cesteria, che consiste nell’usare i materiali che hai a disposizione nelle immediate vicinanze. Questo mi ha portato a decidere, nel 1992, di smettere di comprare materiali per il mio lavoro e di utilizzare solamente quelli coltivati personalmente oppure trovati.

(Laundry Basket. Apple juice cartons and cardboard, 1994)

Un altro argomento collegato è il modo in cui tratti i materiali. Nei tuoi lavori i materiali restano riconoscibili, forse non a prima vista, ma in ogni caso conservano almeno in parte il loro aspetto originale (anche la cesteria tradizionale, del resto, non trasforma molto le sue materie prime). Il loro richiamo alla quotidianità è attraente e coinvolgente. Da una prospettiva estetica i materiali che usi offrono un’ampia gamma di scelte, ma in più continuano a comunicare “ciò che sono” anche se hai creato con essi qualcosa di inaspettato.

C’è in questo un messaggio implicito, rivolto a chi osserva, al fine di aumentare la consapevolezza sui temi ambientali, ad esempio l’enorme quantità di rifiuti prodotta quotidianamente?

Per me, fare è innanzitutto una attività artistica e un mezzo di auto-espressione. Il messaggio del mio lavoro non è deliberato, bensì è un inevitabile prodotto secondario del trasformare le cose che consideriamo scarto in qualcosa che ha il potenziale di essere utilizzato o valorizzato. Senza che io lo dica, l’osservatore può vedere che il cartone del succo di frutta che ha gettato ieri non avrebbe dovuto essere gettato, perché non ha niente che non va e avrebbe potuto diventare qualcos’altro, molto facilmente.

(Handbag for Paul Smith. Juice cartons, 1997)

Mostrare il potenziale creativo dei ‘rifiuti’ facendo arte contemporanea simboleggia perfettamente la dialettica alto-basso, ma in più i tuoi lavori possono costituire un buon esempio da seguire, o un gioioso invito a giocare al riciclo.

Hai mai considerato il tuo lavoro artistico come educativo?

Sì, penso che il mio lavoro sia artistico ed educativo. Per questa ragione ho perso interesse nel vendere le cose che faccio, per avere la libertà di curare personalmente le mie mostre e portarle in giro il più possibile. La mia ultima mostra “Weaving Ghosts” (“Fantasmi che intrecciano”) ha attraversato tre paesi ed è stata ospitata in sei luoghi, dove è stata vista da più di seimila persone. Se io vendo una mia opera a un ricco mecenate, questa scompare in casa sua per non essere mai più vista. Io credo che tutti abbiamo il diritto di vedere buona arte, l’arte non dovrebbe essere solo per i ricchi che possono permettersi di comprarla e nasconderla in casa propria. Dopo che un’esposizione è finita io vendo le mie opere direttamente, spesso a persone che conosco, e a prezzi molto ragionevoli. Inoltre chiedo alle gallerie che ospitano le mie esposizioni di coprire tutte le spese sostenute; in questo modo riesco a vivere del mio lavoro.

(North Atlantic Drift part of Weaving Ghosts installed at Broadway Gallery, 2019)

Puoi darci qualche suggerimento generale sul riciclo fai-da-te?

Ci sono così tanti modi in cui possiamo riutilizzare le cose e così tante tecniche che possiamo impiegare per farlo, ma se vuoi fare cesti con quello che trovi devi per prima cosa raccogliere una buona quantità di materiale! Io scelgo soltanto cose che mi piacciono, che normalmente sono gettate via e le accumulo. Una volta che ne ho accumulate abbastanza, comincio a pensare a cosa farne. Quando ho cominciato molti dei materiali che usavo, come cartone, tetrapak, sporte e bottiglie di plastica, non venivano separati per il riciclo industriale, mentre oggi si buttano facilmente nella raccolta differenziata. Tuttavia è molto meglio per il pianeta riutilizzare queste cose in casa, sia perché il riciclo industriale richiede grandi quantità di energia, sia perché comunque una parte di questo materiale non viene riciclata e finisce in discarica.

(Scooby Doo, Strapping tape and bottle tops, 2007-2009)

Dove sta secondo te il limite tra arte e artigianato? Ha qualcosa a che vedere con i concetti di funzionalità e di estetica?

Penso che questa sia una distinzione artificiale, creata dalle persone che vogliono far soldi con l’“arte” e dal capitalismo che deve mercificare tutto e dargli un prezzo per quantificare il profitto. Tutte le forme d’arte comportano un’enorme mole di lavoro artigianale nella loro esecuzione e tutto l’artigianato incorpora un’enorme mole di arte. Ho amici che operano in molti ambiti creativi, come recitazione, poesia, fotografia, design di mobili, pittura, metallurgia, ceramica, tessitura, musica, etc., e vedo davvero poca differenza tra come operano e quanto pensiero e lavoro va in ogni cosa che fanno. Personalmente io rifiuto questa distinzione perché sono sia un’artista che una cestaia, e non vedo alcun beneficio nel restringere me stessa in una definizione o nell’altra.

(Behatoki, living willow and plastic conduit, 2018)

Per finire, puoi dirci qualcosa dei tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo un piccolo libro sulla cesteria  tradizionale delle isole Shetland, e sto pensando a un altro libro, ma sono indecisa su quale aspetto della mia attività concentrarmi, e quale pubblico vorrei per il libro. Si accettano suggerimenti!

Per saperne (e vedere) di più… loiswalpole.com

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