Everyday Design: conoscete la storia del Tratto Pen?

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Se volete capire cos’è il design, studiate il piccolo cappuccio del Tratto Pen. Il bordo, per esempio: un sottile rilievo che serve come grip per la presa, ma è dentato, in modo da evitare che il pennarello rotoli fuori dal tavolo. E dire che nacque da un problema tecnico, questo bordo: lo stampaggio ad iniezione implica sempre dei residui di lavorazione, che in questo caso impedivano la perfetta finitura del bordo stesso. E, come si fa nel Judo, il punto di debolezza fu trasformato in un punto di forza; i residui furono trasformati in dentelli e divennero un elemento funzionale ed identitario del progetto.

Non è finita: la cavità interna del cappuccio corrisponde alla controforma che si trova all’altra estremità della penna, dove ovviamente si incastra durante l’uso.

Ma – questo è difficile da indovinare – il tappino è perforato, in cima. Perché?

Mi risponde il mio amico Gianni Arduini, per anni collaboratore del Design Group Italia, che ne sviluppò il progetto: i tre fori nel cappuccio servono a salvare la vita a qualche bambino che – prima o poi – lo ingoierà. Il tappino resterà incastrato nella trachea, finché la mamma (se sopravvive allo spavento) lo porterà da un medico che con una pinzetta lo estrarrà. Ma quelle piccole aperture consentiranno al bambino di respirare. Che meraviglia, il design!

E che meraviglia il Tratto Pen, disegnato nel 1974 da Design Group Italia, su commissione di Fila, la storica azienda italiana di prodotti per il disegno.

Era uno studio strano, Design Group Italia. Fondato da Marco Del Corno, raggruppava vari designer con l’idea di privilegiare il lavoro di team rispetto a quello dei singoli progettisti (e scusate se è poco). Ed era strano anche il brief che Alberto Candela, presidente di Fila, aveva indicato: lui non voleva una nuova penna. Lui voleva un nuovo modo di scrivere.

Fila aveva acquisito il brevetto giapponese di una punta sintetica costituita da molti microscopici spicchi, attraverso i quali l’inchiostro scendeva fluido come da un pennino, ma non sgocciolava e non macchiava.

A questa funzione mancava però una forma adeguata per il fusto, che non avesse né la presunzione classista delle stilografiche, né l’ordinarietà della penne a sfera.

Il progetto che ne uscì, dopo molto tempo e molto lavoro, era innovativo e magico: ricordava lo stilo dell’antica Roma ma anche la bacchetta magica delle fate o quella del direttore d’orchestra.

Questo progetto rivoluzionario, iconico ed ideologico, venduto a 100 Lire di allora, vinse il prestigioso Compasso d’oro nel 1979, ed è in commercio tuttora.

Gli strumenti che usiamo influenzano il nostro comportamento, ed anche i nostri pensieri. Tratto Pen istituisce un rapporto emotivo con l’utente, porta a scrivere in modo immediato, quasi istintivo. La sua fluidità e scorrevolezza, insieme alla sua colta umiltà, nobilitano gli scarabocchi che si fanno mentre siamo al telefono, e regalano davvero un piacere sottile alla scrittura…

Insomma, sono certo che se dovesse scrivere l’Ulisse oggi, Joyce lo farebbe col Tratto Pen.

Roberto Ossani – Docente di Design della Comunicazione – ISIA Faenza

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