La scrittura del disastro di Maurice Blanchot: libro difficile, letteralmente infinito

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C’era un tempo in cui l’aggettivo difficile non era considerato un difetto.

Poi è arrivata la (sotto)cultura americanofila, con l’imperativo the easier the better.

Tant’è.

Prima (o, meglio, a fianco) di tale declivio visse e lavorò Maurice Blanchot, romanziere, critico letterario e filosofo francese del quale nei mesi scorsi avevamo già apprezzato (e recensito qui) Passi falsi, poderosa raccolta di brevi riflessioni sul linguaggio, sulla filosofia, sul romanzo, sulla poesia.

Una silloge affatto densa e corposa (quasi 400 pagine) ma, forse anche grazie alla misura contenuta di ogni singolo testo, piuttosto comodamente intelligibile.

La scrittura del disastro, al contrario, si presenta al lettore come un labirinto.

L’ultima fra le opere teoriche di Maurice Blanchot (pubblicata in originale nel 1980, dieci anni dopo in una ormai introvabile edizione italiana a cura della casa editrice SE e ora meritoriamente riedita da il Saggiatore) è una corposa, tentacolare meditazione sullo statuto ontologico della scrittura.

Vien da pensare a Gérard Haddad, allievo di Lacan e Leibowitz, che coniò il termine bibliocastia: il rogo dei volumi come incarnazione di una trasformante uccisione del padre.

Qui l’efficacia, o addirittura la possibilità stessa della parola è offerta a metaforiche fiamme (primo illuminante paradosso: proprio attraverso un atto di scrittura) in dialogo con più che ingombranti figure genitoriali, che senza posa affiorano dal flusso della riflessione: Ovidio e Kafka, Melville e Hölderlin, Heidegger e Levinas, Hegel e Nietzsche.

Significante e significato: lo stile letterario di Blanchot si caratterizza per la forma ossimorica e oscura (un esempio fra mille possibili: «la pazienza di pura impazienza, il poco a poco dell’improvvisamente», p. 47), per l’attitudine al procedere rizomatico del pensiero, a generare guizzi, frammenti, impreviste quanto impervie connessioni. In questo caso a tutto ciò si aggiunge un particolare indulgere su coltissimi e stranianti calembour a volte intraducibili (come in nota dichiara, a tratti, l’eroica traduttrice Federica Sossi).

Come non ricordare, tuffandosi e a tratto emergendo dal dedalo costituito da queste pagine, certi fascinosi grovigli di Borges o di Márquez?

Con il correttivo, in questo caso, dell’esplicito quanto interrogante atto d’amore per le parole, del loro attraversare -e mai esaurire- topos universali: il disastro del titolo, certo, ma anche la passività, la morte, il desiderio.

In conclusione: ciò che rende tanto ostica quanto nutriente La scrittura del disastro è forse la mancata chiusura di questo inesausto ragionare. Sideralmente distante da qualsivoglia fast food del pensiero, è un’opera che si affaccia sull’indicibile: «come se per le parole potesse esserci un tutto», direbbe Blanchot.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Maurice Blanchot, La scrittura del disastro, il Saggiatore, Milano, 2021, pp. 184, € 24 – info: https://www.ilsaggiatore.com/libro/la-scrittura-del-disastro/

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