HIJAB? L’ABITO NON FA… LA MONACA

0
37
interno negozio di Cesena con Keltoum

Donne. Donne toste, giovani, coraggiose, attivissime manager. Tutt’altro però dall’immagine patinata della superfiga-sguardo-duro in tailleur aderente e tacco pericoloso: si parla di imprenditrici che indossano velo e tutto il resto Islamico.

A Cesena è attivo da pochissimo Hijab Paradise (“il Paradiso del Velo”), negozio di modest fashion che, com’è organizzato, si fa fatica a trovare altrove. “Punti vendita così, a dire il vero, esistono da anni in America, Australia, Gran Bretagna, Canada” precisa Keltoum Kamal Idrissi, 26 anni, cesenate da piccolissima che ci racconta una storia fantastica. “Mi sono chiesta, quindi, perché non possono esserci questi store anche in Italia, a casa mia? È stata un’esigenza personale maturata e condivisa nell’ambiente del volontariato – perché già attivista della sezione locale dell’Associazione Giovani Musulmani Italiani – dove ho stretto amicizia con la mia socia ventinovenne Fatiha Mouradi. Insieme abbiamo deciso di investire su noi stesse aprendo, nel 2018 a Bologna, il primo spazio tricolore ‘non solo on-line‘ di moda fedele alla tradizione eppure gradevole, fresca, comoda, colorata.”

Il successo, la curiosità, la novità che al tempo accompagnarono quei 35 mq. – l’iniziale ‘Hijab Paradise’ è ancora lì, ben frequentato dietro l’Autostazione Felsinea (via del Borgo S.Pietro, 132/E) – furono enormi e trasversali com’è ora nella città Malatestiana. Del vestire ne aderente ne trasparente, lasciando scoperto giusto il viso, non si interessa solo chi abbraccia l’Islam: perfino ‘Vogue’ ha dedicato belle riflessioni ad in modo diverso di essere glamour. “Vogliamo smentire il senso di tristezza che spesso si accompagna a una donna che porta il velo”… Come non condividere l’intenzione di Fatiha e Keltoum?

Viene da chiedersi com’è nato il negozio in via Cervese 381, zona Vigne di Cesena: “È stato anche a causa della pandemia – raccontano – che consentiva l’e-commerce ma dovevamo spostarci in treno, muovendoci con mille cautele per soddisfare gli ordini, gestire il magazzino e la clientela. Un periodo davvero duro, e noi stavamo già pensando ad uno spazio più adatto, grande…poi a casa è un’altra cosa!”. Le due imprenditrici si sentono sinceramente romagnole: entrambe di origine marocchina, hanno avuto il ricongiungimento familiare nei primi anni duemila però sono ancora in attesa di cittadinanza. “Ed è un grande ostacolo – la sconsolata riflessione – per i tanti giovani della ‘seconda generazione’ che vorrebbero dare tanto a questo Paese, belle intelligenze di persone che si sono sempre sentite italiane. Poi si parla di cervelli in fuga, eppure la grinta è quella del cambiamento, espressione di libertà che non va ‘contro’ ma si apre”. Gente creativa, disposta perfino a rischiare, e non solo in termini economici ma pure di identità: “Non è bello essere definiti attraverso pregiudizi – è alto il tono della conversazione – e accade al punto che ci sentiamo più ‘a casa’ nel tragitto da un Paese all’altro piuttosto che qui o in Marocco. Questo ancora oggi si percepisce a scuola: pur se molto piccoli, agli stranieri vengono fatte domande sull’ambiente d’origine cui talvolta neanche i sapienti saprebbero trovare risposte chiare!”

Eccola, quindi, la parola-chiave, evidente già varcando la soglia del negozio, ovvero CULTURA. La bella sensazione di ariosità, luminosità, apertura mentale che vi si respira è tutt’altro che commerciale, bensì quella di un centro di interscambio, luogo di incontro fecondo alla pari tra modi di vivere diversi. L’allestimento pulito, molto curato, è merito di Fatiha insieme a Zineb Kamal Idrissi, sorella 21enne di Keltoum, anche lei impegnata nell’impresa come content creator (cura i contenuti, le idee ed il mondo dei social). “Un angolo è dedicato ai libri sull’Islam con titoli che non si trovano facilmente e, quand’anche, in traduzioni poco attendibili o non sempre corrette. Ma soprattutto – dice la ragazza, ch’è nata in Italia – gli abiti, gli accessori e i nostri foulard, in un assortimento vastissimo.”

“Si sono incuriosite pure persone non Musulmane – fa eco Keltoum – per fortuna sta passando il nostro messaggio: siamo donne ed a tutte vogliamo dare valenza, da qualsiasi parte provengano.” Alla fin fine, comunque, salta fuori il voler capire la condizione femminile degli osservanti Coranici “Dov’è scritto chiaro che nella Religione non c’è costrizione – sottolinea – l’hijab è scelta assolutamente spontanea, totalmente pura, difficile da spiegare, molto personale e maturata nel tempo. Sono più gli adulti ad avere certe curiosità, per i bambini non c’è affatto problema.” Touché… Sarebbe impegnativo per chiunque, infatti, giustificare le proprie scelte profonde quando diventano esteriormente non convenzionali. “Tutti abbiamo un nostro concetto di libertà – chiosa Keltoum – e chi sono io per dire che la tua libertà è giusta o sbagliata?”

Fatiha, Keltoum e Zineb

Comunque questa ‘moda modesta’ non è male, anzi: carine le fantasie, bellissimi i colori, ottimi i tessuti, perfino a tratti delicatamente frou-frou “Ogni cosa viene dalla Turchia – si chiarisce – perché lì, oltre ad essere molto avanti nell’organizzazione commerciale, sono riusciti a dare orgoglio alle donne attraverso la moda.”
Cioè? “Pur essendo efficiente la produzione di abiti; spesso i suggerimenti dello styling vengono dal basso. È la popolazione locale che ci tiene, forse perché convivono diverse culture, più religioni e nessuno vuol sfigurare. Laggiù, nel settore sono più evoluti rispetto ai Paesi Arabi, in genere ancora legati all’outfit più tradizionale, mentre le nuove generazioni hanno altre esigenze”.

C’è un buon mercato giovane, quindi? “Certo, significativo ed interessante – ancora Keltoum – Vorremmo poter creare un Made in Italy con filiera nostrana, slegandoci così da dogane e le tante tassazioni dovute all’importazione. Già nell’ordinario c’è troppa burocrazia qui: avviare un’attività in Marocco è molto, molto più agevole! Non parliamo poi degli incentivi all’imprenditoria giovanile, che mi pare manchino. Dobbiamo sperare nel ciclo della liquidità, quindi ci si dà da fare. La pandemia ha insegnato ad essere sempre pronti; nel mio settore, comunque delle piccole imprese, siamo stati molto penalizzati. E non va bene la via dei finanziamenti ‘a fondo perduto’ perché poco stimolante.”

“Certo, ci sarebbe la strada del fashon di lusso, ma è rivolto ad una clientela ristretta, target esclusivo. Abbiamo deciso di andare oltre il guadagno: ci stiamo impegnando per l’inclusione creando un ponte culturale. Lo stile minimal vuol dare valore agli articoli, in quanto conosciamo le ‘tasche’ locali: i veli vanno da 5,50€ a 14,90€, le tuniche sono in vendita a 25€, gli abiti partono da 37€. Abbiamo fatto scelte precise di marketing – ma pure di Vita, va detto, visto il grande impegno che assorbe tanto da non pensare per ora ad una famiglia propria – e, in prospettiva, definire un franchising in tutt’Italia. Intanto partecipiamo a meeting e fiere imprenditoriali, eventi dedicati alle nuove idee come pure buona attività è quella dei tutorial e presentazioni per far comprendere i nostri capi, capirne le prestazioni e come indossarli. Andiamo verso la stagione calda, la qualità delle materie prime è d’obbligo per il comfort…tutto con attenzione alla normale quotidianità”.

La bravura di Fatiha, Keltoum e Zineb è confermata dai quasi 100.000 followers sui principali social. Davvero l’abito non fa…la monaca: andare a visitarle e farci quattro chiacchere è illuminante. Com’è il loro sorriso, alla faccia della donna islamica contrita e passiva.