Fronte del porto: quel mare che non bagna Napoli

0

 

Nella sua versione cinematografica, diretta nel 1954 da Elia Kazan, Fronte del porto, grazie anche alla leggendaria interpretazione di Marlon Brando, occupa un posto di rilevo nel nostro immaginario. Del sogno americano, così come della democrazia e del capitalismo, sono messi in evidenza i lati oscuri. Della città moderna (New York e i suoi sobborghi operai) sono mostrati i meccanismi sociali, governati dalla corruzione, che conducono alla sopraffazione di ogni possibile forma di libertà del singolo. In particolare, la violenza mafiosa contro chi osa alzare lo sguardo e ribellarsi all’ordine delle cose.

La sceneggiatura, come per altri film di Kazan, era di Budd Schulberg, che la sviluppò anche in un notevole romanzo, ancora più amaro e violento del film, capace di quegli approfondimenti psicologici e sociali che la versione cinematografica non era stato in grado di fare (è possibile leggerlo nella versione pubblicata da Sellerio alcuni anni fa). Così, ad esempio, Schulberg descrive, nelle prime pagine, quello che accade sotto la superficie visibile delle cose, ossia della vita febbrile lungo i moli del porto di New York: “Caricare e scaricare è un’arte che ha qualcosa di febbrile. Il caposquadra ti sta sempre addosso. Scaricare, caricare e lasciar partire la nave. Più in fretta la nave mette giù il carico e va a prenderne un altro, più soldi si fanno. Se fai in due giorni un lavoro di tre giorni, lì c’è un profitto. Un profitto legale, beninteso. Perché poi c’è il profitto dell’altro tipo, quello che spetta alla malavita che ha in tasca il sindacato e i moli di Bohegan, Questa malavita è una gatta ben pasciuta, una gatta che conosce tanti di quei modi per mettere lo zampino sul lardo senza lasciartelo mai, modi che voi cittadini rispettosi della legge non ve li sognate nemmeno”.

 

 

Come portare a teatro un testo con una storia come questa? La scelta compiuta dal regista, Alessandro Gassmann, con l’aiuto dell’autore dell’adattamento, Enrico Ianniello, è stata quella di una trasposizione della vicenda in un contesto geografico e temporale completamento diverso. Dal porto di New York negli anni del secondo dopoguerra, al porto di Napoli, negli anni ’80. Essi hanno dichiarato di avere tratto ispirazione dalle messinscene dei film sulla malavita ambientati a Napoli negli anni ’80, con le musiche che irrompevano nelle scene di azione e con i colori sgargianti della moda di quegli anni. L’idea è quella di mostrare, al di sotto dell’apparente rassegnazione per il proprio destino, la voglia di riscatto, giustizia e libertà da parte di un popolo che, in ogni epoca, è stato oggetto di vessazioni da parte dei detentori del potere, di quello costituito e di quello della camorra, spesso strettamente intrecciati. L’occupazione del territorio da parte della camorra e delle diverse forme assunte dall’illegalità, era in quel periodo così pervasiva da impedire alle persone oneste di costruire autonomamente un proprio futuro, senza che vi fosse qualcuno pronto ad approfittarne per chiederne conto e per ricavarne denaro. Era visibile anche nel degrado e nell’incuria in cui versava la città, a partire dalla simbolica Piazza del Plebiscito, occupata dalle automobili e di fatto trasformata in un grande parcheggio. Era poi resa evidente dall’occupazione delle istituzioni da personaggi senza scrupoli che approfittavano dei bisogni della gente per alimentare le proprie carriere politiche. Il contesto non è molto diverso da quello descritto da Schulberg.

Al centro del dramma, la vita dei poveracci che hanno bisogno di lavorare al porto per sopravvivere, e i caporali, al soldo della camorra, che ne approfittano per trarne facili guadagni. In questo quadro, di disperazione e violenza, emerge la storia di Ciccio Gargiulo (nel ruolo che fu di Marlon Brando, qui interpretato da Daniele Russo), ex pugile la cui carriera, molto promettente, è stata rovinata dagli affari di scommesse del boss di camorra Giggino ‘o cumpare e dal suo galoppino Carluccio, fratello di Ciccio, gli stessi che controllano il porto e i suoi affari. Ciccio è un debole, parzialmente integrato nel sistema, da cui lucra qualche vantaggio, ma alle cui logiche non si è però mai completamente piegato. Perché è uno stupido, sostengono gli uomini del boss, perché, gli dicono sfottendolo, se sa contare fino a dieci è solo perché quei numeri in sequenza li ha sentiti tante volte durante gli incontri di pugilato.

 

 

La prima scena, ambientata nei vicoli del quartiere operaio, si conclude con la morte violenta di Peppe Caruso, un sindacalista dei portuali, che paga con la vita l’ostinazione con la quale decide di ribellarsi al sistema criminale che governa ogni cosa al porto. Di quell’assassinio Ciccio è il complice, inconsapevole. Si conoscono bene, sono amici. Peppe è chiuso in casa, perché sa di essere in pericolo di vita. Di lui sentiamo solo la voce. Ciccio esegue l’incarico che gli affidano, e lo convince, con un escamotage, a farlo uscire sul terrazzo sopra il tetto, favorendo così l’intervento del fratello e degli altri scagnozzi del boss, che vogliono farlo fuori per impedirgli di denunciare gli affari sporchi e i soprusi nel porto. Ciccio pensava che volessero dargli una bella lezione, invece eccolo precipitare dal tetto. Ora è distrutto dal senso di colpa, ma che fare se non adattarsi alle regole del sistema?

Questo atteggiamento di fatalistica rassegnazione accomuna tutti, parenti e amici di Peppe, durante i giorni che precedono il funerale. Tutti sanno la verità, a partire dai poliziotti che indagano, ma nessuno osa infrangere il muro dell’omertà. Solo la sorella continua a porre con insistenza la domanda su chi sia stato ad uccidere Peppe. E con le sue domande mette in crisi la coscienza di Padre Bartolomeo, il parroco del quartiere. Quale deve essere il ruolo di un sacerdote che professa il messaggio cristiano, in una comunità governata da queste logiche? A partire da questi dubbi e da questi interrogativi si sviluppa la storia, che tutti conosciamo, che porterà alla ribellione delle persone oneste e alla denuncia del sistema criminale.

Le scene, nelle quali si sviluppa il racconto, rappresentano i diversi luoghi della città: i vicoli della baraccopoli operaria di Calata Marinella, la chiesa del Carmine, i moli e la darsena. La scenografia è mossa dagli stessi attori in un frenetico mutamento di ambienti, che dà al racconto il ritmo del montaggio cinematografico. Il porto, con i container dai colori ruggine, si trasforma così, con il movimento delle quinte, negli interni e negli esterni della casa dei protagonisti, o del bar dove si ritrovano il boss e i suoi scagnozzi. Sullo sfondo sono proiettate le immagini del mare di Napoli, della banchina del porto e i color cupi di una “nuttata” che sembra non finire mai. Senza eccedere in retorica o luoghi comuni, Napoli è presente anche nella lingua parlata dagli attori, in un misto di napoletano e italiano che permette a tutti la comprensione dei dialoghi, anche a chi napoletano non è.

 

DARIO ZANUSO e ALDO ZOPPO

 

Fronte del porto, di Budd Schulberg, con la traduzione e l’adattamento di Enrico Iannello e la regia di Alessandro Gassman – visto al Teatro Bonci di Cesena il 28 novembre – info

 

Articolo precedenteMauro Staccioli. [re]action. Al Castello Campori di Soliera
Prossimo articoloTHE SQUARE. SPAZIO ALLA CULTURA
Dario Zanuso: Ama, al pari di un’iguana, crogiolarsi per ore al sole, ma come una talpa, si trova a suo agio anche nel buio di una sala cinematografica. Il suo sogno nel cassetto è di proporre alla Direttrice una rubrica di recensioni letterarie dal titolo “I fannulloni della valle fertile” o “La valle fertile dei fannulloni”, è indeciso; da sveglio si guarda bene dal farlo: è pigro quanto un koala australiano. Aldo Zoppo: Collaboratore di Gagarin Magazine dal 2010, ha ideato con il fido Dario la rubrica Telegrammi di Celluloide. Nasce a Napoli nei mesi delle rivolte studentesche del ‘68, si trasferisce a Ravenna a metà degli anni ’90 e diventa cittadino del mondo, pur rimanendo partenopeo nell’anima. Lo si trova abitualmente nei vari festival cinematografici del bel paese, apprezza molto le produzioni dei “Three amigos” del nuovo cinema messicano e la cinematografia italiana, dal Neorealismo alla commedia all’italiana. Attore teatrale per hobby, ha interpretato tanti personaggi della commedia napoletana, da Scarpetta ai fratelli De Filippo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.