Le cose come sono

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Alessandra Dragoni, Russi, novembre 2019

 

«Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro». Partendo dall’ affermazione di Laslo Moholy-Nagy*, provo ad organizzare questa rubrica, che avrà cadenza mensile e si occuperà di fotografia.

Da un punto di vista filosofico, Le cose come sono è una indicazione un po’ superficiale, ma non è la fotografia la descrizione della superficie? dell’apparenza?

In un tempo dominato dalle immagini, mi piace insistere sulla necessità di imparare a decifrare un linguaggio, quello fotografico, dotato di una propria sintassi, apparentemente democratico, così accessibile da trarci sovente in inganno.

Le cose come sono indica la scelta dei contenuti che intendo ricercare, concentrandomi su una fotografia che non ha bisogno di effetti speciali o di messe in scena, ma che insiste su ciò che la fotografia può e sa fare meglio di altre discipline, ovvero raccontare la realtà «così com’è», lasciando a chi la osserva il compito di un’analisi approfondita.

Le cose come sono, oltre ad indicarci un metodo, dimostrerà che i nostri sguardi sul mondo sono differenti: le cose come sono diventa allora le cose come le vediamo, a seconda del nostro bagaglio di conoscenze e della nostra capacità di interrogare il presente.

Per capire la fotografia è necessario praticarla con costanza, frequentarla, esserne curiosi, studiarne la storia.

Quello che propongo qui è un esercizio dello sguardo attraverso l’osservazione dei lavori di autrici e autori che verranno presentati singolarmente e il cui comune denominatore risiederà nelle questioni indicate sopra.

Sarà un percorso collettivo, in compagnia di autori che praticano la fotografia allenando lo sguardo sul quotidiano, lontani dalla retorica, alla ricerca di un linguaggio più naturale che sensazionale.

Non esistono soggetti migliori di altri per ottenere una buona fotografia, esistono modi diversi di guardare il mondo.

Chiederò inoltre ad ogni artista, se lo desidera, di formulare un proprio pensiero o di fornire una citazione anche se, come suggerisce qualcuno, sarebbe meglio se dicessimo quello che abbiamo da dire solo con la fotografia.

Inizio da me, consigliando la lettura del libro dal quale traggo questo paragrafo:

«Quando viaggio, faccio due tipi di fotografie, quelle solite, che fanno tutti, e che in fin dei conti mi interessano poco o niente, e poi le altre, quelle a cui veramente tengo, le sole che considero “mie” davvero. Nelle “mie” foto i soggetti sono quelli di tutti i giorni, appartengono al nostro campo visivo abituale: sono immagini di cui siamo abituati a fruire passivamente; isolate dal contesto abituale della realtà circostante, riproposte fotograficamente in un discorso diverso, queste immagini si rivelano cariche di un significato nuovo. Ne possiamo fruire allora attivamente, cioè ne possiamo iniziare una lettura critica»**.

 

* Piccola storia della fotografia, Walter Benjamin, 1931
** Niente di antico sotto il sole.  Scritti e interviste, Luigi Ghirri, Quodlibet 2021

 

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Sono fotografa e curatrice. A Ravenna ho fondato MyCamera, spazio dedicato alla fotografia contemporanea che è attualmente il mio studio. Tra le mie più recenti collaborazioni Linea di Confine, Mar Museo d’arte della città di Ravenna, Istituzione Biblioteca Classense, Ravenna Festival, Cristallino Arti Visive. Conduco laboratori per ragazzi in collaborazione con Librazione, cooperativa che opera nel sociale con sede a Ravenna e Faenza. Attualmente sono impegnata nella progettazione di libri fotografici su temi inerenti alla mia ricerca, che riguarda il linguaggio fotografico, la relazione tra immagini e quella tra fotografia ed esperienza personale. Nel 2021 ho pubblicato “All the flowers that you plant”, edizioni Skinnerboox e nel 2017 “Troppo sole per Antonioni”, Danilo Montanari editore.

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