Beatrice Imperato, il giardino della gioia

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Dopo una visita al Giardino dei Tarocchi di Nicky de Saint Phalle, Beatrice Imperato trascrive, nel suo profilo Instagram, le parole dell’artista: “Sapevo che anche io un giorno avrei costruito un giardino della gioia. Un piccolo angolo di paradiso. Un luogo di incontro tra natura e uomo. Questo giardino è stato fatto con difficoltà, con amore, con folle entusiasmo, con ossessione e fede”.

 

 

In maniera metaforica, in queste parole ritrovo la personalità e lo spirito di Beatrice Imperato, fotografa di Riccione. Il divertimento e la fatica, l’entusiasmo e le difficoltà sono condizioni comuni agli artisti, riconducibili quindi anche a Beatrice, che ho avuto il piacere di conoscere quando, diversi anni fa, veniva ad aiutarmi con l’archivio, volenterosa, giovane e determinata: già laureata al Dams, con una tesi sul cinema, apprendista musicista, inizia il suo percorso fotografico casualmente, dopo avere visitato una mostra di William Eggleston, mostra che genera in lei una vera epifania; l’infatuazione  è concreta, tanto che Imperato decide di imparare a fotografare. Studia, segue laboratori, aiuta altri fotografi come assistente. Cresce.

 

 

La sua determinazione è tale che riesce a lavorare molto presto, spinta dall’intenzione di guadagnarsi da vivere con la fotografia. Lo stile che pian piano mette a punto ricorda quello del suo primo amore, William Eggleston, trasferito in un animo femminile e in un ambiente non troppo distante da quello americano: la riviera romagnola, dove vive. Nelle fotografie di Imperato si va incontro alla vita a braccia aperte, con la spontaneità di uno sguardo abile nel ricercare bellezza.

 

 

La sua è una predisposizione naturale, sviluppata attraverso una volontà di comunicare che prende il sopravvento, mettendo all’angolo eventuali intellettualismi ed inutili sovrastrutture. Nativa digitale, è abile con la tecnica ma non lascia mai che questa prenda il sopravvento sulla poetica del suo lavoro. Fa uso sia del bianco e nero che del colore ed è in quest’ultimo che emerge tutta la sua abilità, quella cioè di trasformare la realtà percepita in immagine, attraverso il medium fotografico. Non esistono forzature, soprattutto quando lavora per sé.  Ed è proprio questo suo sguardo così positivo, che, a prima vista, ben si adatta alla fotografia commerciale. A prima vista, sottolineo, perché lo sguardo di Imperato, a differenza di quello di altri che come lei vogliono vivere con la fotografia, è ricco di quella urgenza che sa trasformarsi in sguardo necessario.

 

 

Beatrice Imperato sembra a suo agio con l’immagine pubblicitaria, soprattutto nell’ambito della moda e, come si usa dire oggi, del food (industria alimentare nelle sue più svariate declinazioni). I marchi e le aziende la cercano, lei risponde con entusiasmo e voglia di fare. Non ha pregiudizi, si concede. Trova il giusto compromesso tra committenza e autorialità nella fotografia di matrimonio, alla quale dice di dovere moltissimo: “Alla fotografia di matrimonio devo tutto: è stata la mia scuola, soprattutto all’inizio, quando nessuno voleva fotografare i matrimoni. Ho imparato la tecnica, ho imparato a fotografare in diverse situazioni e condizioni di luce e a muovermi con disinvoltura in mezzo alle persone, quasi senza essere vista”.

 

 

Colgo l’occasione per dedicare un pensiero, attraverso il lavoro di Beatrice, ad una questione sulla quale ho riflettuto parecchio, che mi ha dato filo da torcere, avendo praticato a mia volta la fotografia commerciale: lo faccio dopo aver letto, di recente, una conversazione di Robert Adams che riporto qui in basso.

VM: Una volta lei ha scritto che ci sono troppi fotografi. 

RA: Ho detto questo? Forse intendevo dire che ci sono troppe persone che hanno bisogno di guadagnarsi da vivere fotografando. Non credo davvero che ci possano essere troppi grandi fotografi. È come in letteratura. Non ci può essere troppa buona letteratura*.

 

 

Che cosa intende Robert Adams con questa affermazione? Che la fotografia è utile, necessaria, ma che spesso, chi la pratica, è costretto ad adeguarsi alle esigenze del mercato, se con la fotografia vuole guadagnarsi da vivere.

 

 

Significa inoltre, a mio parere, che la visione si inquina, che dover fotografare per vivere e non per il gusto o addirittura l’esigenza di farlo, porta a modificare il proprio sguardo fino ad un punto di non ritorno, rischiando così di finire nell’infelicità per aver rinunciato, per questioni economiche, alla propria arte. Dice ancora Robert Adams, attraverso le parole dello scultore David Smith, … “non sono gli acquirenti a pagare per l’arte, ma sono gli artisti che pagano, obbligati a guadagnarsi da vivere facendo dei lavori per cui non sono adatti, pur di continuare a fotografare.… Quando questo avviene,  c’è un prezzo da pagare. Può essere che questi artisti siano sempre stanchi, o che non riescano a passare abbastanza tempo con la famiglia, o che siano tormentati in vari altri modi”.

 

 

Non è questo il caso di Beatrice Imperato ma, più in generale, riguarda molti autori che, volendo fare della fotografia un mestiere, provano frustrazione. Vivere da fotografi, sviluppando appieno il proprio talento e la propria volontà di ricerca, come sarebbe giusto, è molto difficile ed è privilegio di pochi.

Auguro a Beatrice Imperato di ricevere commissioni illuminate, capaci di fare emergere e maturare la sua capacità di guardare il mondo, senza dover cedere ad ammiccanti compromessi e ad inutili cliché perché, con il suo lavoro, non ce n’è davvero bisogno. Come dice Robert Adams, non ci sarà mai troppa grande letteratura, né troppi grandi fotografi.

 

 

Tutte le fotografie pubblicate sono di Beatrice Imperato, utilizzate con il consenso dell’autrice e visibili anche sul profilo Instagram @beatriceimperatophoto.

* Robert Adams, “Lungo i fiumi” – Fotografia e conversazioni, Ultreya 2008

 

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Sono fotografa e curatrice. A Ravenna ho fondato MyCamera, spazio dedicato alla fotografia contemporanea che è attualmente il mio studio. Tra le mie più recenti collaborazioni Linea di Confine, Mar Museo d’arte della città di Ravenna, Istituzione Biblioteca Classense, Ravenna Festival, Cristallino Arti Visive. Conduco laboratori per ragazzi in collaborazione con Librazione, cooperativa che opera nel sociale con sede a Ravenna e Faenza. Attualmente sono impegnata nella progettazione di libri fotografici su temi inerenti alla mia ricerca, che riguarda il linguaggio fotografico, la relazione tra immagini e quella tra fotografia ed esperienza personale. Nel 2021 ho pubblicato “All the flowers that you plant”, edizioni Skinnerboox e nel 2017 “Troppo sole per Antonioni”, Danilo Montanari editore.

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