Non calpestare le metafore. Elena Negri, “Alta fedeltà”

0

 

Vagando per uno dei molti cosiddetti eventi legati alla fotografia, mi avvicino ad un tavolo ricoperto di libri dall’aria sobria ed elegante; lo spazio in cui mi trovo è quello della casa editrice Henry Beyle. Apro un libro a caso e leggo: “Non calpestare le metafore”.  Titolo del libro “La grammatica essenziale”, consigli di Ennio Flaiano a un giovane analfabeta che vuole darsi alla letteratura  attratto dal numero di premi letterari*.

La frase mi ritorna in mente appena sveglia, il mattino seguente. Premi letterari, premi fotografici, grammatiche essenziali.  Ho deciso: parto da qui per raccontarvi di Elena Negri, artista di  Massa Lombarda, diplomata all’ISIA di Urbino e studiosa di cinema. L’ho conosciuta diversi anni fa a Parigi, dove esponeva il suo lavoro in una  collettiva.

 

 

Le fotografie di Elena che ho scelto di pubblicare  sono tratte da una sequenza dal titolo ancora provvisorio:  “Alta Fedeltà”. La serie nasce in un allevamento di colombe, nella campagna di Massa Lombarda. Elena racconta: “le colombe, come gli individui, si distinguono in natura per la loro sostanziale monogamia: le coppie trascorrono insieme l’intero ciclo di vita, e se uno dei due esemplari muore lo stesso accade all’altro per la sofferenza provata.

 

 

Per certi versi, anche Luigi non riuscirebbe a vivere senza le sue colombe – ha novantotto anni e le alleva «da sempre» : ed è proprio su questa dualità che si fonda l’intera serie fotografica, che cerca di indagare il complesso rapporto tra persone e animali e, per contrasto, la stessa condizione umana”.

 

 

Questa serie dimostra, ancora una volta, come la fotografia riesca a condurci verso riflessioni che da personali diventano collettive. E’ il modo in cui utilizziamo il linguaggio che ci consente di essere (oppure no) dei narratori;  più saremo abili nell’utilizzare i tanti strati di significato contenuti in una fotografia – ingannevolmente definita specchio del reale – , meglio sapremo generare riflessioni che ci riguardano.

 

 

Elena Negri sceglie di raccontare in  bianco e nero e così facendo suggerisce una dimensione temporale meno confinata al presente. Il suo lavoro mi ha fatto pensare  alla fotografia americana degli anni ’30 e ’40, in particolare ad un libro uscito da poco, “Day sleeper”** che ripesca inediti dall’archivio di Dorothea Lange,  archivio custodito presso il Museo di Oakland, in California.

 

 

Si tratta di una somiglianza che risiede nella garbata empatia con il soggetto, nella  dignità e nell’eleganza restituite alle cose semplici, al lavoro, alla materialità, ancora artigianale, costruita e custodita dall’uomo in un rapporto con lo spazio di vitale dipendenza. Di nuovo, a rendere il tutto convincente è la rappresentazione  diretta, non ridondante,  la bellezza che si racconta attraverso se stessa senza calcare la mano, restituendo al soggetto la  propria luce.

 

E’ una fotografia sapiente, che non deve necessariamente ricorrere alla tanto  abusata “emozione” ma che tenta di spingersi oltre, utilizzando una modalità solo apparentemente semplice, stimolando in chi guarda pensieri che non si esauriscono nello spazio di un sussulto.

Elena cita Philippe Dubouis e dice di riconoscersi nelle sue parole. «La foto non è solamente un’immagine…. è …un vero atto, un’immagine se si vuole “attiva”… non si limita… al solo gesto della produzione dell’immagine… ma include tanto l’atto della sua ricezione quanto la sua contemplazione»

E’ vero, la fotografia non si esaurisce nella registrazione di un frammento di tempo e di spazio; la sua materialità, così come la possibilità di essere contemplata ne aumentano man mano il peso specifico. In queste fotografie non abbiamo a che fare con il momento decisivo bensì con una sequenza di immagini che si sviluppa attraverso modalità narrative attivate dal linguaggio dei segni.  Elena sceglie di mostrarci un micro mondo che la affascina e così facendo ci rammenta, ricorrendo ad efficaci composizioni, la relazione archetipica tra umano  e animale. Ogni fotografo stabilisce una relazione unica con il soggetto prescelto, che dipende da insondabili intrecci tra natura istintiva e ciò che l’artista ha guardato, vissuto e interiorizzato.

 

 

Quando chiedo ad Elena  quali siano i suoi punti di riferimento cita Raymond Meeks , Man Ray e la fotografia surrealista, così come Issei Suda e Jan Groover. Anche il cinema ha un ruolo fondamentale sul suo  immaginario, in particolare quello di Antonioni, Jarmusch, Larrain e Varda, tra gli altri.

Per tornare a Flaiano ed al suo analfabeta attratto dai premi letterari, la diffusione incontenibile della fotografia – un dato di fatto del quale dobbiamo essere consapevoli –  ha portato molti, attratti dall’ apparente accessibilità del mezzo, richiamati dall’abbondanza di premi fotografici ed altisonanti menzioni a misurarsi con un linguaggio affatto semplice, che richiede totale dedizione. Il messaggio è che per arrivare ad una buona metafora senza calpestarla occorrono studio, pratica e padronanza della grammatica essenziale, come direbbe il nostro. Ritengo che Elena Negri sia un buon esempio da imitare. Silenziosamente, come dovrebbero fare i fotografi, osserva il mondo vicino a lei e ce ne offre una visione sofisticata e profonda. “Dobbiamo continuare ad interrogare le fotografie” sostiene Robert Adams nei suoi scritti,  “perché l’immagine è più chiara della vita”. ***

 

 

Note:

* Ennio Flaiano, “la grammatica essenziale” a cura di Anna Longoni, Edizioni Henry Beyle (Piccoli quaderni di prosa e di invenzione) originariamente pubblicato in “L’Almanacco del Pesce d’Oro”, Milano 1959

** Day Sleeper Dorothea Lange, Sam Contis, MACK edizioni, 2020

*** Paolo Costantini nell’introduzione di “La bellezza in fotografia”, Robert Adams,  Bollati e Boringhieri 1995  e “Specifics made Universal” Robert Adams , Aperture 1984

 

Articolo precedenteI Am What I Am: Sono ciò che sono, il film d’animazione cinese dell’anno
Prossimo articoloLa moda del liscio, intervista a Alessandra Stefani
Sono fotografa e curatrice. A Ravenna ho fondato MyCamera, spazio dedicato alla fotografia contemporanea che è attualmente il mio studio. Tra le mie più recenti collaborazioni Linea di Confine, Mar Museo d’arte della città di Ravenna, Istituzione Biblioteca Classense, Ravenna Festival, Cristallino Arti Visive. Conduco laboratori per ragazzi in collaborazione con Librazione, cooperativa che opera nel sociale con sede a Ravenna e Faenza. Attualmente sono impegnata nella progettazione di libri fotografici su temi inerenti alla mia ricerca, che riguarda il linguaggio fotografico, la relazione tra immagini e quella tra fotografia ed esperienza personale. Nel 2021 ho pubblicato “All the flowers that you plant”, edizioni Skinnerboox e nel 2017 “Troppo sole per Antonioni”, Danilo Montanari editore.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.