Non ho chiesto un’intervista a Vanni Santoni

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Vanni Santoni dialoga con Michela Giordani e Manuel Montanari durante la presentazione di La verità su tutto
Vanni Santoni dialoga con Michela Giordani e Manuel Montanari durante la presentazione di La verità su tutto

Vanni Santoni non è un tipo restio alla socialità, men che meno a poche settimane dall’uscita del suo nuovo libro, in piena fase promozionale. Tiene corsi e interviene a incontri dedicati alla scrittura, capita di trovarlo in diretta sui social a interagire con appassionati lettori e gente del mestiere. Due giorni fa ho saputo che avrebbe presentato il suo ultimo romanzo, La verità su tutto (Mondadori), al centro giovani Ca’ Vaina di Imola. Guarda un po’, io abito a Imola. Ho un filo invisibile che lega Santoni al mio passato, ai miei amori non corrisposti, alle mie turbe giovanili – oggi ho cambiato punto di vista: i miei scombussolamenti interiori sono coccolati, li proteggo, facendomi  sentire ancora adolescente – perciò decido di partecipare. Vado oltre, lo cerco su Instagram e propongo una bevuta prima che salga sul palco. Prometto di non spremergli consigli, né di rifilargli i miei testi, perché durante una lezione disse che gli scrittori professionisti rifuggono gli aspiranti tali.

Quando invio il messaggio è mezzanotte. Rimango sveglia fino alle due, qualcosa interferisce con il sonno: è l’effetto Santoni, un tuffo nei ricordi che la sua persona mi suscita? No. È la sensazione di aver commesso un errore. Io collaboro con una rivista culturale, Gagarin Magazine. Se siete qui, credo ne abbiate sentito parlare. Contatto uno scrittore di fama nazionale, ma invece di offrire un’intervista preciso che non lo importunerò. La consapevolezza di non aver colto un’opportunità mi aggroviglia lo stomaco, il mio direttore sarebbe stato felice di un articolo con i virgolettati di Vanni Santoni! Prendo il cellulare per rimediare, ma è troppo tardi. Lo vedo. È lì, è rosso, è il suo ringraziamento: ha messo un cuore al messaggio in cui giuro di proteggerlo da me. È finita, non ho il coraggio di ritrattare.

Non ho neanche letto tutti i suoi romanzi, non sono preparata. Ho letto La scrittura non si insegna (Minimum Fax), ma non è narrativa, e non sono corsa a comprare La verità su tutto, anche se il titolo mi ispira molto: sono una che ha bisogno di sapere sempre la verità su ogni cosa. Per esempio, quando vado a fare le analisi del sangue ho paura e mi suggeriscono di non guardare, ma non ce la faccio: devo capire fin nei minimi particolari cosa sta succedendo, non mi accontento della teoria, voglio certezze. Quindi, eccomi a fissare la vena che si ingrossa, l’ago che buca la pelle, il sangue che fluisce. In realtà credo che questo non c’entri nulla con il libro, che gira attorno ai concetti di misticismo e spiritualità. La protagonista, Cleopatra, è una donna serena e soddisfatta della sua vita, ma in seguito a una scoperta traumatica, comincia a interrogarsi sui concetti di male e bene. Inizia un percorso di ricerca spirituale che la trasformerà in Shakti Devi, fondatrice di una comunità (o di una setta?) dall’inaspettato successo.

Giunge il venerdì, e io litigo con il mio ragazzo. “Esco a comprarmi un vestito figo, magari trovo qualcuno che mi guarda come non mi guardi tu”. Tipo Vanni Santoni, così lo distraggo e taaac! Intervista! Ovviamente non trovo nulla e dimentico il computer, il libro che sto leggendo e il rossetto a casa, così torno, litighiamo ancora e me ne vado a Ca’ Vaina con gli stivaletti grigi di terra e una maglietta consunta. In ogni caso, non c’erano molte probabilità che ammaliassi Vanni Santoni, tantomeno che ci provassi.

Al centro giovani ordino un calice di bianco e mi siedo in una scomodissima poltrona per non disturbare gli organizzatori dell’evento mentre allestiscono la sala. Sono in anticipo di un’ora, talvolta ascolto le voci che provengono dal bar per capire se ce n’è una profonda e profondamente fiorentina che spicca, ma niente. Alle 20:30 Vanni Santoni ancora non c’è…ehi, sento una voce baritonale! Vedo del movimento. Compaiono cinque ragazzi, poi sei, poi sette. Nessun quarantenne riccioluto con la c aspirata. Intanto vado a posare borsa e sciarpa su due sedie da occupare per me e una mia amica.

Mi alzo e chiacchiero con l’organizzatrice, una ragazza giovane dallo sguardo dolce e allegro. Si chiama Michela, nel 2020 ha aperto Selma, una libreria indipendente a Casal Fiumanese, in barba alla pandemia. È partita con il focus su infanzia e fumetti, ora sta cercando di attirare un pubblico più adulto: “Sembra che la lettura ad alta voce sia una prerogativa di una certa fascia d’età. Non è vero, e dopo quello che abbiamo passato c’è ancora più bisogno di ritrovarsi e condividere. Inoltre, ho capito che senza le attività laboratoriali il mio lavoro da libraria è un lavoro a metà”.

Mentre scrivo sono le 21:26, io e la mia amica siamo ubriache. Vanni Santoni è desaparecido, probabilmente ha preso l’ultimo treno, ma non il Frecciarossa, il regionale della Romagna Faentina che fa tappa in tutti i paesini da Firenze a Faenza. “Forse è un suo rituale” ipotizza qualcuno riferendosi al ritardo.

È arrivato. Si fionda sul palco, alla velocità della luce gli portano una birra e se la piomba.

“Colpa del treno”.

Ha sicuramente preso il regionale.

L’autore inizia a raccontare come è nato libro: “coesione sociale”, “paradigma psicoanalitico” e “crisi della spiritualità” sono tra le prime parole che pronuncia, sono colpita dalla sua capacità di improvvisare un discorso di senso compiuto dopo una corsa, citando come testo di riferimento Le confessioni di Sant’Agostino. “Se intraprendi un percorso di adesione integrale verso una comunità mistica, i parenti e gli amici oggi pensano che hai perso la brocca, mentre una volta sarebbe stata la normalità. Mi sono interrogato sul perché non diamo più spazio alla spiritualità”. Durante la serata, comunque, ci riferisce anche che da piccolo è caduto nel paiolo con la pozione di LSD come Obelix.

Vanni definisce la protagonista, una sociologa di trentacinque anni, un personaggio-funzione: il suo intento era mettere insieme tutto quello che ha appreso sul misticismo, ma non poteva pubblicare una raccolta di citazioni. Avanza spiegando la costruzione della storia, che sfocia nella docu-fiction, dimostrando un approccio razionale, più da artigiano che da artista. Più tardi scopro che circa un anno fa si è licenziato e non lavora più come editor, ma forse un editor è per sempre. Per fortuna legge tre passaggi del libro da cui si evince una sana ironia e ammette anche che Cleopatra Mancini è il suo alter ego, comparso durante la fine di una relazione molto lunga. Il motore della sua scrittura, quindi, non è la mera produzione di un’opera narrativa, ma l’elaborazione di un lutto: anche Vanni Santoni scrive per necessità.

Alla fine vorrei comprare il libro, ma prima vado a prendere un altro bicchiere. “Ah, la mia alunna, ti ho riconosciuta. Che fai? Stai scrivendo?”. Mi coglie di sorpresa, e i suoi occhi disperdono la mia concentrazione. Bellissimi, sembrano quelli di chi ancora frequenta “l’enorme rito collettivo” – come lo chiama lui – che è il rave.

“Sì, ho scritto una cosa poco fa, mentre ti aspettavo”.

“In così poco tempo? Un epigramma?”

“Per ora si intitola Non ho chiesto un’intervista a Vanni Santoni”.

Mi fulmina, ma è solo un attimo. Mi volto verso la mia amica per sapere se ha già pagato il vino. Mi rigiro per continuare la conversazione, ma lo vedo in fondo al corridoio. È scappato.