Tra teatro e cinema: intervista a Marco Martinelli

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Tutto ha origine da una visione. Una visione che si evolve e si trasforma nell’incontro con la realtà e con il mezzo artistico predisposto a raccontarla. Questi sono il teatro e il cinema di Marco Martinelli, regista e drammaturgo, fondatore insieme a Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni del Teatro delle Albe di Ravenna.

fedeli d’Amore, suo ultimo film che riscrive e reinventa il poemetto scenico di Martinelli ‘attorno’ a Dante, sarà presentato venerdì 25 marzo al CinemaCity di Ravenna (dove resterà in programmazione fino al 27 marzo), mentre nella notte tra il 25 e il 26 marzo Fuori Orario cose (mai viste), la trasmissione di Rai 3, proporrà agli spettatori una maratona dei film del regista, che resteranno poi conservati nell’archivio digitale di RaiPlay. Inoltre, i suoi film fedeli d’Amore, The Sky Over Kibera e Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi saranno i protagonisti della nuova edizione della rassegna Il cinema della verità del Teatro Masini di Faenza nelle serate di giovedì 31 marzo, giovedì 7 e giovedì 14 aprile.

Contemporaneità, sperimentazione e ricerca sono gli ingredienti che caratterizzano tutto il lavoro di Martinelli non solo nel teatro, ma anche nel cinema. Due forme d’arte che, da qualche anno a questa parte, non mancano mai di intrecciarsi all’interno del suo operato. Ed è lui stesso a raccontarcelo.

Il cinema della verità è una rassegna di cinema organizzata all’interno di un teatro. È un aspetto interessante se si pensa allo strettissimo rapporto che il suo cinema ha con il teatro. Come le due arti si incontrano nel suo lavoro e che valore aggiunto può avere vedere i suoi film proprio in questo spazio?

“Il mio cinema nasce dal teatro. Senza il teatro non ci sarebbe. E quindi vederlo all’interno di un teatro è un po’ come riportarlo nella sua matrice. Il mio cinema è però tutto tranne che teatro filmato, nel senso che non è la ripresa degli spettacoli, bensì un rapporto di alchimia tra quello che sono le visioni teatrali, che sono le prime ad essere state generate, e invece come poi il cinema le prende, le divora e le trasforma. Per questo parlo proprio di alchimia. Anche perché il teatro cosiddetto filmato nella maggioranza dei casi è mortalmente noioso, perché toglie quell’aria che c’è tra i corpi, toglie la forza del qui e ora. Io invece realizzo un’operazione alchemica in cui davvero riscrivo la visione che è partita dal teatro, sapendo che il cinema è totalmente un altro linguaggio: non sono i corpi, non è il qui e ora, ma il rettangolo dello schermo che come una finestra racchiude tutta la visione. Per quanto siano arti sorelle, teatro e cinema, perché si intrecciano e hanno tanti aspetti in comune – si lavora con gli attori, con le luci, con il racconto – c’è però questo punto in cui sono radicalmente differenti e allora, pur nascendo dal teatro, il cinema fa poi un salto davvero profondo di linguaggio e si struttura in quanto cinema, visione che è dentro l’inquadratura”.

In questo processo di trasposizione, che cosa si perde e che cosa si acquisisce?

“Facciamo un esempio. Tanti film nascono da romanzi e lì la differenza è molto più chiara: c’è un libro da una parte e un film dall’altra, i due oggetti non sono comparabili. Ed è ovvio che in queste trasformazioni sicuramente qualcosa si perde, ma sicuramente qualcosa si acquista anche. Lo stesso avviene anche nel rapporto tra il teatro e il cinema. Io affronto sempre entrambe le avventure con il massimo della felicità, forse anche perché il cinema per me è stata una vocazione tardiva. Mi diverto come un bambino sul set, è un po’ una scatola delle meraviglie, perché la creazione è poi sempre questo, nonostante le difficoltà che non mancano mai. Sì perde, si acquista, si perde e poi si riacquista di nuovo. L’importante è affrontare ogni volta la creazione come la nascita di un nuovo giorno ed essere aperti a tutto. Un grande regista del passato, Jean Renoir, diceva che bisogna tenere sempre aperta una porta sul set, perché possa entrarci la realtà e quindi possiamo essere noi stessi i primi ad essere sorpresi: si arriva sul set con le proprie idee, con una sceneggiatura scritta, ma dobbiamo essere pronti a chiuderla e a lasciare che a scrivere il film sia quello che avviene nell’incontro con il set e con gli attori”.

The Sky Over Kibera
The Sky Over Kibera

Poiché ha fatto l’esempio del rapporto tra cinema e letteratura: in The Sky Over Kibera la trasposizione è duplice perché si parte dal testo della Divina Commedia, per arrivare alla sua messa in scena teatrale e infine alla sua successiva traduzione in cinema.

“E lo si fa anche in un contesto di realtà molto particolare, per noi almeno. Kibera è lo slum più grande non solo di Nairobi ma credo dell’intero Kenya. Vi abitano milioni di persone, una metropoli, che però vive in condizioni infernali. Lì i salti di realtà e di trasposizione sono stati tanti, tanto che mi potevo permettere di girare delle scene che non erano per nulla di uno spettacolo. Nel momento in cui ho immaginato che era possibile realizzare un film, ho anche proprio abbandonato, più che in altri casi, la scena, per scrivere direttamente sulla realtà di Kibera”.

A proposito di questo, spesso quando si raccontano delle realtà sociali si usa la forma del documentario. Invece, sia nel caso di The Sky Over Kibera ma anche in Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, seppur ci siano delle parti più documentaristiche, lei opta sempre per una forma ibrida. Qual è il suo valore aggiunto?

“Parte molto da un mio piacere di non sentirmi ingabbiato in un genere, in uno stile, nella possibilità di seguire le intuizioni che mi attraversano. Se sento, in un certo momento, che c’è bisogno di materiale di repertorio, ad esempio – cosa che ho usato sia in Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi sia in fedeli d’Amore –, ecco non mi pongo la domanda del genere. Sento che è necessario in quel momento e mi piace anche l’accostamento tra stili differenti, che facciano anche contrasto tra di loro e generino delle scintille di visione”.

Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi
Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi

Veniamo ora a fedeli d’Amore: grande protagonista in questo film, oltre ovviamente a Dante, è proprio la città di Ravenna.

“Il film è girato tutto a Ravenna, in particolare nel Molino Lovatelli, che è un molino del 1200, per quanto poi ricostruito in alcune sue parti. Ci sono però ancora alcune pietre antiche che potrebbe aver visto Dante nel suo passaggio ravennate. Questo è un po’ il set principale. Poi abbiamo girato anche altre sequenze nel delta del Po e ancora sulla spiaggia di Marina di Ravenna. Sono proprio luoghi della nostra città e con tanti ravennati, perché la voce di Ermanna e la musica di Ceccarelli sono un filo che regge tutto il lavoro, ma le figure di Dante e quelle degli amici intellettuali sono cittadini che hanno lavorato con noi nel Cantiere Dante in questi anni”.

Per chiudere, prima mi ha citato Renoir come punto di riferimento. Ce ne sono altri?  

“Sai, noi siamo i maestri che ci hanno formato. Per quanto nuovi perché viviamo e scriviamo il nostro tempo, noi siamo la tradizione, siamo tutti i film che abbiamo visto e che ci hanno emozionato. Io ho cominciato a vent’anni, o anche prima, a vedere cinema e per me a 20 anni vedere un film di Pasolini o un Herzog era importante come andare a teatro a vedere Carmelo Bene. Ogni volta che mi metto dietro la macchina da presa c’è tutta la storia del cinema e tutte le mie emozioni di spettatore degli ultimi quarant’anni”.

fedeli d’Amore

Tutti gli appuntamenti:
– 25-27 marzo, fedeli d’amore, CinemaCity Ravenna;
– venerdì 25-sabato 26 marzo, Rai 3 Fuori Orario, “Visioni d’Amore. il cinema eretico di Ermanna Montanari e Marco Martinelli” – successivamente su RaiPlay;
– giovedì 31 marzo, giovedì 7 e giovedì 14 aprile, Il cinema della verità, Ridotto del Teatro Masini di Faenza – teatromasini@accademiaperduta.it

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