Cristina Peri Rossi, demistificatrice e ribelle

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La costruzione di questo articolo nasce da un innamoramento, che mi ha fatto deragliare dal proposito di scrivere di Emily Dickinson e Amelia Rosselli. Deraglio per tornare, è ovvio.

Innamorarsi a febbraio di una poeta che dall’amore si fa guidare e ispirare non può che essere l’incontro azzeccato, l’incantesimo che incanta. Ancor più in questo momento, nel quale viviamo una realtà piena di incertezza, di buio, di banalità del male, di imbecillità. La poeta in questione, infatti, scrive che abbiamo bisogno della poesia – meglio dell’arte in generale -, perché è un ordine in mezzo al caos e alle sciocchezze quotidiane.

Girovagando, dunque, in letture appénna ammattìte, ho incontrato un testo, una preghiera che mi ha schiaffeggiata per la sensuale potenza dell’amore fisico, per il silenzio dovuto alla magica epifania del corpo desiderato, che catalizza l’attenzione e la devozione del mondo intero, nel momento in cui si schiude.

Preghiera
Quando lei apre le gambe
che il mondo intero stia in silenzio.
Che nessuno bisbigli
né racconti poesie
o storie di catastrofi
o cataclismi
perché non esiste miglior sciame
dei suoi capelli
né apertura più ampia a quella delle sue gambe
né volta che io possa ammirare con più rispetto
né selva più fragrante del suo pube
né torri o cattedrali più sicure.
Pregate: lei ha aperto le gambe.
Che tutto il mondo si inginocchi.

L’autrice oggi ha 80 anni. Si chiama Cristina Peri Rossi, è una scrittrice, poeta e giornalista uruguaiana. Snobbata in Italia, sebbene nel novembre 2021 sia stata insignita del Premio Miguel de Cervantes, il più significativo della letteratura in lingua spagnola, che ha riconosciuto la grandezza di Jorge Luis Borges nel 1979, di Octavio Paz nel 1981, di Maria Zambrano nel 1988, di Elena Poniatowska nel 2013, di Ida Vitale nel 2018, di molti altri e poche altre.

 

 

In poesia e in prosa, come già si coglie nei versi proposti, Peri Rossi – francatiratrice e trapezista senza rete, Soy una francotiradora, una trapecista que realiza sus saltos sin red abajo – predilige l’amore, il racconto dell’attrazione sessuale, del perdersi nel ventre di donna, che fotografa nella sua lingua vischiosa e schietta. In Preghiera esalta la corrispondenza del messaggio religioso – in particolare di quella sincretica lettura del simbolismo cristiano dei paesi sudamericani – con l’intima evoluzione della relazione amorosa. Anche in altre poesie raccoglie emozioni da recitare come un rosario erotico, ad una Tu amatissima e desideratissima. In Via Crucis, per esempio, le stazioni si collocano in parti anatomiche nominate o evocate; l’incedere nella navata centrale procede attraverso la condivisione di segreti, la compenetrazione del dolore, fino al suggello del piacere, nella penombra del corpo-chiesa.

Via Crucis
Quando entro
e tu sei a malapena illuminata
come una chiesa in penombra
mi dai una candela affinché io la accenda
nella navata centrale.
Mi chiedi elemosina
e io ricordo i doveri dei santi.
Ti tendo la mano
mi bagno nella fonte battesimale.
Tu mi parli di allegorie
della Via Crucis
che ho intrapreso
…– Le gambe, prima stazione –
Mi addolori, con quelle braccia a croce
E infine dentro
inizia il pellegrinaggio
Molto in basso prego
e nomino i tuoi dolori
il tuo dolore allʼessere partorita
il dolore dei tuoi sei anni
quello dei tuoi diciassette
il dolore della tua iniziazione
io ti bisbiglio molto in basso,
fra le gambe
la preghiera più segreta.
Tu mi ricompensi con la tiepida pioggia del tuo ventre
e una volta terminata la mia preghiera
chiudi le gambe,
abbassi la testa

quando entro in chiesa
nel tempio
nella custodia
e tu mi bagni.

Questa poesia esplicita e trionfale, mi ha riportato ad un’altra silloge che mi è tanto cara, Cuore allegro di Viola Lo Moro, che racchiude nel centro intense poesie d’amore, tra le quali il distico l’orgasmo mi è rimasto/sulle labbra. 

Queste poete scrivono di godimento sessuale, come energia creativa e generatrice per se stesse e per il mondo intero. Dopo tutto già Audre Lorde aveva scritto quanto questa fonte rigenerante possa diventare essenziale, ovvero un letto a lungo desiderato dove entro con soddisfazione e dal quale mi alzo potenziata.

 

 

Per Cristina Peri Rossi anche il linguaggio assume una dimensione necessaria. Questa scrittrice, infatti, in tempi lontani indaga tematiche urticanti, non solo l’amore lesbico, ma anche l’identità di genere, soprattutto ospita nei suoi versi d’amore un messaggio femminista e universale, che mantiene vivo negli anni in dichiarazioni esplicite: “La lingua non è mai innocente – sostiene – … Dice l’implicito. Non è innocente perché giudica. … Dunque può essere sessista, machista, corrotta.”

Cuce il suo vissuto di esule con l’esigenza di svelamento: tra le altre metafore predilette dalla poeta, è potente in poesia e in prosa la navigazione, la traversata, collocata tra esilio e desiderio. E così in Chiesuola esclude dalla conoscenza dell’arte di vivere chi non si orienta nel ventre di una donna

Chiesuola
Non conosce l’arte della navigazione
chi non ha vogato nel ventre
di una donna, remato in lei,
naufragato
e sopravvissuto in una delle sue spiagge.
(da Linguística general, 1979)

La chiesuola nella nave, infatti, è la colonnina che contiene e protegge la bussola; e come altrove anche in questi versi brucianti nel corpo femminile esplode la bellezza ineluttabile che consente la sopravvivenza.

La nave incagliata compare anche tra i versi struggenti dedicati alla città natale. La dimensione urbana e la distanza tornano sempre nelle sue raccolte, anche per motivi biografici. Figlia di immigrati italiani, Cristina Peri Rossi nasce a Montevideo, nel 1941. Nel 1972 fugge dalla dittatura militare di Juan María Bordaberry. Banditi i suoi libri, esautorata dalla professione di giornalista, licenziata dalla cattedra di letteratura, viene privata  persino della sua nazionalità. Dal 1975 vive in Spagna e scrive tanto, molta poesia, purtroppo in grandissima parte non tradotta in Italia. La durezza dell’esilio negli anni e nella sua scrittura si smorza in estenuante malinconia, sprezzante ironia, volontà demistificatrice del dolore. Dal Premio Cervantes l’ottuagenaria autrice si sente ricompensata e lo accoglie come uno dei pochi atti di giustizia in una vita durissima, nella quale ha rischiato tante volte.

Nelle biblioteche e nelle librerie italiane di Peri Rossi si trovano solo due raccolte di racconti Il museo degli sforzi inutili (Einaudi 1997) e Le difficoltà dell’amore (La Tartaruga edizioni, 2004), entrambe magnetiche per la liricità del linguaggio, per le metafore di sentimenti universali, per le nevrosi e ossessioni dei personaggi che a lato del quotidiano vivono vicende surreali.

Online, invece, ci sono traduzioni appassionate e sporadiche dei suoi versi, tra queste l’elegante omaggio a Montevideo, nella poesia omonima, che ad ogni rilettura si rivela sempre più la partitura di un pensiero triste che si balla.

Sono nata in una città triste
di navi ed emigranti
una città fuori dallo spazio
sospesa su un malinteso:
un fiume grande come il mare
una pianura deserta come la pampa
la pampa grigia come il cielo.
Sono nata in una città triste
fuori dalle mappe
lontana dal suo continente naturale
sconnessione del tempo
come una vecchia fotografia
virata in seppia.
Sono nata in una città triste
di cortili gonfi di felci
candelabri verdi
l’odore ossessivo del glicine
fiori ubriachi
fiori lilla.
Una città
di tanghi tristi
vecchie prostitute a due a due
marinai vagabondi
e bar che si chiamano City Park.
Ma senza dubbio
la desidero
con un amore disperato
questa città dell’impossibile
delle navi incagliate
delle prostitute che non ci comprano
dei mendicanti che recitano Baudelaire.
La città che appare nei miei sogni
accessibile e remota allo stesso tempo
la città dei poeti francesi
dei commercianti polacchi
degli ebanisti galiziani
dei macellai italiani.
Sono nata in una città triste
sospesa nel tempo
come un sogno incompiuto
che si ripete sempre.

 

 

Lo stesso ritmo trascinato é in Tango, che si può ascoltare su YouTube – come altri suoi testi – letta dalla poeta stessa. Qui si negano identità per giungere alla domanda insoluta dell’incrocio o cruce del chi sono, chi sei

Tango
La città non eri tu
non era la tua confusione di lingue
e di sessi.
Non era il ciliegio che fioriva – bianco –
dietro il muro
come un messaggio dall’Oriente.
Non era la tua casa di molteplici amanti,
le tue fragili serrature.
La città era questa insicurezza
l’eterna domanda – chi sono –
detto con altre parole – chi sei.

Un inciso tra i fiori lilla e il ciliegio in fiore, per aprire quei dialoghi intertestuali tra autrici che tanto mi piacciono: c’è qualcosa della vulnerabilità dell’argentina Alejandra Pizarnik in Cristina Peri Rossi, quando abbandona la scorza di “francatiradora”. (Ma di Pizarnik parlerò altrove, in dialogo con un’altra Cristina).

L’attività di Peri Rossi continua ancora oggi su più fronti – la sua ultima pubblicazione è La insumisa (la ribelle) del 2020 -. La si può seguire anche sul suo sito, qui in una intervista del 2014, rivela di scrivere una poesia rigorosamente contemporanea che è allo stesso tempo universale e atemporale.

 

 

Di questa eccezionale personalità di artista si accorge nel 1969 Julio Cortàzar. Si seducono vicendevolmente; da quel trambusto nasce una amistad amorosa di risate e poesie, di lettere e viaggi tra Parigi e Barcellona. Julio Cortázar, la chiama Cris e le dedica  ‘poemas para Cristina‘. La poeta diventata musa è sorpresa, scrive: il cambio di ruolo sconvolgeva leggermente la mia identità. Ma l’identità, in fondo, non è che la didascalia che diamo ai nostri usi e costumi. Ecco di nuovo la sua abilità nel ritrovare il centro, di volare da un trapezio agganciarsi a quello successivo incurante della presenza della rete. A Cortàzar che le chiede subito il permesso di “essere il suo unicorno che beve dalla mano della fanciulla negli arazzi medievali”, Cristina Peri Rossi risponde molti anni dopo, non direttamente a lui, che non c’è più, ma tramite il loro dialogo imperituro – come sono i dialoghi poetici – a tutte e a tutti con una formula, che ribalta altre precedenti affermazioni, e la resa all’insonnia, spazio privilegiato per generare poesie…

La giusta distanza
In amore, come nella boxe,
è solo una questione di distanza.
Se ti avvicini troppo mi infiammo
mi impaurisco
mi confondo
dico sciocchezze
comincio a tremare
ma se sei lontano
soffro intristisco
non dormo
e scrivo poesie. (da Otra vez eros, 1994)

… che arrivano fino a noi.

Bibliografia
www.cristinaperirossi.es
www.sentieristerrati.org
Cristina Peri Rossi, Julio Cortazar y Cris, Ediciones Calamo, I ed. 2014
Le letture ad alta voce di Cristina Peri Rossi sono nel canale ACECatalunya
Le traduzioni delle poesie di Cristina Peri Rossi sono di Daniela Raimondi e si trovano on line nel blog Carte sensibili.
Citazioni da Viola Lo Moro, Giochi di lingua in Cuore Allegro, Giulio Perrone 2020; Audre Lorde, Uses of the Erotic: The Erotic as Power, 1978, traduzione italiana 1986;  Alejandra Pizarnik, Anelli di Cenere, poesia per Cristina Campo, da La figlia dell’insonnia, Crocetti 2015.

 

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