Il coraggio di Anne Sexton

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Una donna così non è una donna. Come lei io sono stata.

Una donna spezzata e una mente turbata, Anne Sexton è doppia e solitaria,

lasciarsi guidare da lei significa cadere nel vortice di un io costruito e di uno smarrito.

La inseguo ogni giugno quando la stagione è matura per abbandonarsi alla stanchezza e non essere più coraggiose. È giugno. Sono stanca di essere coraggiosa, sintetizza la scrittrice.

Quest’anno Anne Sexton è stata una lettura, ri-lettura che mi si è appiccicata addosso, come è successo con altre poete, in altre fasi della mia vita. Non finivo più di trovare suggestioni per scriverne e per aprire tabernacoli sulla sua icona di strega maledetta, madonna storta, madre snaturata, elegante alcolizzata, malata bipolare o pazza, artista della parola e di sé, abusata e abusante, borghese americana, autodidatta e soprattutto artista della scrittura e raffinatissima poeta senza veli. Questo spogliarsi e infierire con durezza su di sé manda lettori e lettrici fuori fase, come in Anna che era matta.

Ho un coltello sotto l’ascella.
Quando sto sulle punte trasmetto messaggi.
Sono una specie di virus?
Sono stata io
a farti ammattire?
Sono stata io
A farti andare in acido?
Sono stata io
A dirti di arrampicarti e sporgerti dalla finestra?
Perdona. Perdona.
Dimmi che non sono stata io.
Dimmi che no.
Dimmelo.

Parlotta le avemmarie sul nostro cuscino.
Prendimi in collo allampanata dodicenne
E sommergimi di coccole.
Sussurra come un ranuncolo.
Mangiami. Trangugiami come un budino.
Mettimi dentro.
Prendimi.
Prendi.

Nei suoi versi questa poeta confessionale si mette in scena, adultera la sua vita e ne esalta i contenuti macabri, indecenti, dolorosi.

Sto riempiendo la stanza
Con le parole che escono dalla penna.
La mia penna perde parole come aborti.

 

 

Anne Sexton arriva alla poesia dalla psicoanalisi, dopo l’ennesimo tentato suicidio, il dottor S della situazione, di fatto Martin Orne, estrapola dalla sua mente alterata una vena creativa che sarà prolifica, riparatrice, ma non salvifica.

Disse il poeta all’analista
Il mio lavoro sono le parole. Le parole sono come etichette,
o monete, o meglio, come uno sciame di api.
… Il tuo lavoro è controllare le mie parole. Ma io
non lascio trapelare nulla.

Il 4 ottobre 1974, infatti, nuda, si avvolge nella pelliccia della madre, scende in garage, sigilla gli ingressi, sale in auto, accende il motore e si lascia aggredire dal monossido di carbonio, che riesce in quell’impresa fatale, nella quale avevano fallito barbiturici, ingurgitati con alcol o latte. Persino allora non ho niente contro la vita, scrive in Voler morire.

Di morte, Sexton ne parla eccome, ne scrive fino a sublimarla. Davanti a tre o quattro Martini è l’argomento che spolpa e rimpolpa con l’amica poeta Sylvia Plath, che la precede nel gesto estremo. Durante il corso di poesia di Robert Lowell si annusano e si riconoscono, imbrigliate in esistenze convenzionali, con ali accartocciate pronte a spiegarsi, diverse e ambiziose, animate dal fuoco sacro della parola poetica, inclini alla depressione, attratte entrambe dalla chimera irresistibile di dissolversi. Il suicidio è, dopotutto, l’opposto della poesia. Sylvia e io discutevamo spesso di opposti. (Gail CrowtherThree-Martini Afternoons at the RitzThe rebellion of Sylvia Plath and Anne Sexton, Simon and Schuster, 2021). Sexton, che in vita ha visto riconosciuto le sue doti artistiche, ricevendo anche il Pulitzer nel 1966 per la raccolta Live and Die, ma soprattutto essendo sempre una grande promotrice di se stessa, non si capacita di come l’opera poetica di Sylvia Plath non fosse adeguatamente studiata e letta. Qui è la pioniera che fa i conti con la follia del sistema che ostracizza i versi dell’amica, altrettanto grande poeta. Mi vergogno dell’America, quando penso alle ultime poesie di Sylvia. Tengo conferenze in diverse università e mai nessuno accenna alle sue opere. Sono tutti pazzi? … (Da Anne Sexton: A Self-Portrait in Letters. Boston: Mariner Books, 2004)

E intanto in quella raccolta, insignita del prestigioso premio, racconta la morte di Sylvia Plath come sa fare meglio, ovvero in versi:

Ladra! / come ci sei strisciata dentro / scivolata giù da sola / nella morte che volevo da tanto e così tanto / la morte che entrambe dicevamo di avere superato. (Da Live and Die). Anne Sexton lascia così all’uditorio l’ennesimo interrogativo insoluto del proprio e altrui dramma esistenziale.

Il rapporto con la poesia, d’altra parte, implica la relazione con donne che scrivono. Con Maxine Kuminquasi una sorella, si scambiano testi e consigli, fino all’ultimo pranzo nel giorno della morte di Sexton; Anne le fa leggere le sue prime stesure, sfida il silenzio e riempie la sua solitudine senza mai saturarla – eppure c’è silenzio / sempre silenzio./ Come un’enorme bocca di neonato.

Sexton nuota in quella bocca di neonato e compensa: eccede negli amanti, nell’alcol, nell’inimicarsi gli affetti trasformando le sue manie in attenzioni morbose e macabre, che nutrono la sua scrittura poetica. Anne Sexton ha facilità nel verseggiare, compone sonetti e li tradisce per il verso libero; con disinvoltura si addentra in tematiche lontane dalla borghesia statunitense benestante e perbene. Fino ai 28 anni si sente vittima dell’American Dream, scrive: Tutto quello che volevo era un pezzettino di vita, essere sposata, avere dei bambini. Pensavo che gli incubi, le visioni, i demoni, sarebbero scomparsi se io vi avessi messo abbastanza amore nello scacciarli. 

Demoni e visioni conducono alla fiaba, all’onirica e favolistica propensione di Anne Sexton di decostruire lo stereotipo. La sua capacità introspettiva ben si presta per ribaltare i finali e prosciugarli di ogni messaggio morale.

Leggiamo a questo proposito l’incipit del breve racconto Cala le cioccheAbito in una stanza di pietra. Lontana dal lusso di tende e transistor, lontana dai cinema e dai caffè, lontana dagli uomini d’affari con i loro completi, lontana dai bambini che giocano con il Lego. Ho soltanto giornali e lettere di Ruth. A dire il vero, sono un’eremita. Sono esitante come Emily Dickinson. Sono tutta vestita di bianco come una novizia. Un’eremita, sì. Eppure ogni giorno attraggo le folle. … Poi quando l’orologio della torre scocca mezzogiorno, in un andirivieni dalla finestra li porto, ciocca per ciocca, e li lascio calare giù per tutti i cinque piani fino a terra … sono diventata un’attrazione turistica e non posso farci niente … La gente o è molto devota o è molto disgustata. Spesso mi scrivono. Naturalmente non rispondo perché i capelli non parlano ed è ai capelli che scrivono. 

Qui l’autrice disarticola e mette a tacere la treccia romantica di Rapunzel, mentre altrove è la strega a divenire alter-ego: 

In giro sono andata, strega posseduta
ossessa ho abitato l’aria nera,
padrona della notte;
sognando malefici, ho fatto il mio mestiere
passando sulle case, luce dopo luce:
solitaria e folle, con dodici dita.
Una donna così non è una donna.
Come lei io sono stata.
Ho trovato nei boschi tiepide caverne,
e pentole e amuleti, tavole e armadietti,
infinità di oggetti e sete ho ammassato;
Una donna così non è capita.
Come lei io sono stata.
Sul tuo carro, o cocchiere, son salita.
A braccia nude ho salutato paesi che passavano,
e le ultime strade luminose, ho conosciuto,
sopravvissuta alle tue fiamme che ancora
mordono le gambe e alle tue ruote che ancora
rompono le ossa.
Una donna così non ha vergogna di morire.
Come lei io sono stata.

Sulla carta ripone il suo essere donna con un corpo vivo sinuoso e desiderante, necessariamente riproduttivo. Il suo utero viene celebrato in un componimento che inizia con Io sono uccelli / un frullo d’ali. / Volevano asportarti, / ma non lo faranno. E continua:

Dolce peso
In celebrazione della donna che sono
E dell’anima di donna che sono
E della creatura centrale e delle sue delizie
Io canto per te. Oso vivere.
Salve, spirito! Salve, coppa!
Lega, stringi, accogli, coperchio che contiene!
Salve, suolo dei campi!
Benvenute, radici!

E quando si ritrova sola, amante struggente, si dedica La ballata della masturbatrice solitaria:

Così evado dal mio corpo,
Un miracolo irritante. Come posso
Mettere in mostra il mercato dei sogni?
Son sparpagliata. Mi crocifiggo.
Mia piccola prugna è quel che m’hai detto.
Di notte, da sola mi sposo col letto. 

Cosi Sexton per Adrienne Rich, in un suo breve saggio contenuto nella raccolta On Lies, Secrets and Silence e scritto nel 1974, era una poeta e una suicida. Non era una femminista, non in un senso cosciente o autodefinito, ma ha fatto alcune cose che anticipavano la nascita del movimento femminista. Ha scritto poesie che alludono all’aborto, alla masturbazione, alla menopausa, e all’amore disperato di una madre impotente verso le sue figlie, molto prima che queste tematiche venissero accettate da una coscienza femminile collettiva, e scrivendo e pubblicando sotto il giudizio di un apparato letterario maschile.

Si moltiplicano così le interpretazioni e le letture, talvolta improprie, perché Sexton è unica nel suo tempo mentre condanna i padri, mettendoli davanti alle loro perversioni con vivide immagini e una poesia narrativa fluttuante e bellissima che scardina i legami familiari e sconfigge l’infanzia.

Ostriche mangiammo
dolci bellezze blu,
dodici occhi mi guardavano dal piatto,
asperse di limone e di tabasco.
Avevo paura di mangiare questo padre-cibo
e il Padre rise
e tracannò un Martini
trasparente come lacrime.
Era un farmaco soave
che dal mare veniva alla mia bocca
molle e grassoccio.
Lo ingollavo.
Andava giú come un gran budino.
L’ho mangiato all’una in punto.
L’ho mangiato alle due in punto.
E poi ho riso, abbiamo riso allora
e − fammelo scrivere −
c’è stata una morte,
la morte dell’infanzia
là, alla Casa dell’Ostrica
avevo quindici anni
e mangiavo le ostriche.
Una bambina sconfitta:
la donna aveva vinto.

 

 

Allo stesso tempo Sexton chiede aiuto, rivelando l’indicibile con la sua parola vivace nell’imprevisto.

Papà,
Chi erano tutti quegli amici,
Uno in particolare,
Un tipo viscido,
Che teneva una mia foto nel portafogli
E me la faceva vedere di nascosto
Come fossa sporca? …
Chi era lui, Papà?
Con che diritto, Papà,
Mi prendeva in collo e mi piazzava sulle sue cosce
Come Provolino?

E infine non risparmia le madri, neanche la sua e soprattutto neanche se stessa.

Angelo di fuoco e genitali
Che mi dici di una mamma verde melma
La prima che mi obbliga a cantare, la prima
Che mi mette sul cesso per la pantomima
Marrone dove lei è il re e io l’accattone?
Nella buca che puzza, dissi, c’è Satana
E lui mi morse le chiappe e mi rubò l’anima

La tagliente ironia a doppio senso diventa a tratti sarcasmo che si incanala nei risvolti irriverenti di un misticismo a perdere, di una cristologia personale e tradita La sua poesia, infatti, distaccandosi dal sé, si guarda da fuori e si colma di sacro e profano, di corpo e spiritualità sacrilega che culminerà nelle Poesie a Gesù di Elogia alla follia; un Gesù, padre e figlio, raggiunto dopo il distacco dai padri violenti, che la trasformano in assassina.

Si lascia condurre dal desiderio di un Gesù non nato … Maria non è ancora incinta / Maria è seduta in un bosco di olivi, / la vena del collo lievemente pulsa / batte il ritmo di un tamburo. … Invece un essere strano si china su di lei / e le afferra il mento / e la fissa con occhi da ora.

O ancora in Gesù veglia
Era l’anno
Del “Come fare sesso”
L’uomo e la donna Orgasmici se la spassavano
E Gesù osservava il digiuno.
Mangiava la Sua astinenza.

Spesso i versi di Anne Sexton accolgono la fame d’amore, per contro il digiuno, il divorare, il disordine alcolico amplificato dall’essere in due. Straordinaria è la sequenza di brani in Diciotto giorni senza di te:

Ti ricordi le nostre gozzoviglie a caccia
Di un buon wiskey e di un segale liscio,
L’Overholt con la faccia di Washington
Dall’aria vagamente stitica sull’etichetta
O il Wild Turkey col tacchino strabico –
Bourbon che tracanno fino all’ottundimento?

Nella strofa prima invece è la folgore che … sfrigolando rimase sospesa sul barbecue in giardino, / giocattolo di fuoco digiuno di buona creanza?

Quanto Sogno Americano tradito appunto, quanta ricerca di verità e quanto desiderio di vita, che sfrigola e si consuma in fretta, senza mai riposo!

 

 

Durante la mia immersione in Sexton, altre letture hanno creato assonanze, in particolare il romanzo Fame Blu di Viola Di Grado, nel quale una sessualità carnivora supplisce la perdita e diventa pulsione vitale e liberatoria, nel quale l’amore dipendente si attorciglia e cambia i destini.

Non a caso, forse, questa autrice italiana, che vive a Londra, ha tradotto versi di Anne Sexton, in particolare Elizabeth gone, inedita in Italia.

Elizabeth sparita

1.

Stai nel tuo nido di morte vera,
oltre lo stampo delle mie dita nervose
che ti sfioravano la testa smaniosa;
la vecchia pelle corrugata, il fiato dei polmoni
bambina cresciuta rimpicciolita che guardava in alto
alla mia faccia dondolante sul letto umano.
E da qualche parte hai pianto,
 lasciami andare lasciami andare.

Stai nella cassa della tua ultima morte,
ma non eri tu, non eri tu alla fine.
Le hanno imbottito il petto, ho detto;
questa mano di argilla, questa maschera di Elizabeth
non sono vere. Da dentro il raso
e il camoscio di questo letto inumano,
qualcosa ha urlato,
 lasciami andare lasciami andare.

2.

Mi hanno dato le tue ceneri e le conchiglie d’ossa,
sferraglianti come caraffe nell’urna di cartone,
sferraglianti come pietre benedette dal forno.
Ti aspettavo nella cattedrale dei sortilegi
e ti aspettavo nel paese dei vivi,
ancora con l’urna canticchiata al petto,
poi qualcuno ha urlato, lasciami andare lasciami andare.

Così ho gettato le tue ultime conchiglie d’ossa
e mi sono sentita piangere per il tuo sguardo,
il tuo volto di mela, il presepio semplice
delle braccia, l’aroma di agosto
della pelle. Poi ho ordinato i tuoi abiti
e gli avanzi dei tuoi amori, Elizabeth,
Elizabeth, finché sei sparita.

Ma chi è Elizabeth? Non è Nana, la zia amatissima, precocemente persa, centrale nella storia di Anne bambina, donna e poi poeta, soprattutto suo doppio nella follia. La ricorda, però. Non è Ruth, altra amica, altro doppio. Le assomiglia però. Di nuovo la verità raccontata è altra, non meno disturbante di quella vissuta, ma sempre cercata. Elizabeth alla fine non è altro che Anne stessa, un doppio allo specchio da lasciare andare, sbriciolata in cenere e in conchiglia d’ossa, accudita fino alla sparizione-dissoluzione, l’unica meta certa di questa straordinaria poeta appénna ammattìta.

Nota biografica

I versi citati di Anne Sexton sono tratti da Anne Sexton, Poesie D’Amore, con testo a fronte a cura di Rosaria Lo Russo, Casa editrice Le Lettere; Anne Sexton, Il libro della follia, con testo a fronte a cura di Rosaria Lo Russo.

I brani delle lettere da Pangea.news

La citazione di Adrienne Rich è tratta da labalenabianca.com

La traduzione di Elizabeth gone di Viola Di Grado da NazioneIndiana.com