Pina, Susanne e le altre. Su Ora parlami d’amore di Paola Vezzosi

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ph Simone Falteri

 

Che sia chiaro: se si vogliono incontrare i più recenti approdi della danza d’arte -tra concettuale, performativo, ipertecnologico e smaterializzato- si deve cercare altrove.

Il nuovo spettacolo della coreografa Paola Vezzosi (per chi non la conoscesse e si trovasse a leggere queste righe due nomi-numi tutelari posson forse bastare, a evocare la sua biografia artistica: Carolyn Carlson, Susanne Linke) si inscrive pienamente in una tradizione riconoscibile per temi e stilemi ed ascrivibile -con tutte le varianti del caso- all’universo da molti definito teatrodanza.

«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»: il celeberrimo postulato di Antoine-Laurent de Lavoisier vale a ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, che quello dell’originalità è un falso problema.

È uno dei tanti vizi della cultura occidentale -moderna e post- il ritenere, più o meno consapevolmente, che ciò che è nuovo sia per forza di cose migliore di ciò che non lo è o, allargando lo sguardo, che qualcosa che viene dopo sia senz’altro più evoluto di altro che lo ha preceduto.

Secoli di pratica scenica d’Oriente, per restare nell’alveo delle arti performative, ci hanno insegnato che è possibile, semplicemente, intendere la questione in termini ribaltati.

Non è per forza auspicabile – è comunque una via plausibile: allenamento a uno sguardo altro.

 

ph Simone Falteri

 

Ma tornando a noi – e alla tradizione del teatrodanza a cui si è accennato.

Qui in emersione non tanto e non solo per alcuni stilemi riconoscibili, piuttosto per una concezione di danza che -pare di poter sintetizzare- deborda la disciplina di partenza muovendo verso il proprio centro, e cioè verso i corpi delle danzatrici e dei danzatori, dalla cui esplorazione scaturisce il linguaggio della scena, con un atteggiamento che tra l’altro richiama da vicino la teoria brechtiana del Gestus cui si era ispirato anche il maestro (di Pina Bausch, Susanne Linke et ultra) Kurt Joos.

A partire dal titolo di questo spettacolo, visto al Teatro Cantiere Florida di Firenze l’8 aprile 2022: una chiara tematica (in questo caso il rapporto fra amore e morte) funge da trampolino per una trasduzione scenica emotivamente connotata e linguisticamente calda.

Usiamo questo aggettivo mutuandolo dal sociologo e filosofo canadese Marshall McLuhan, là dove ragiona sui medium caldi come caratterizzati da un’alta definizione dei significanti e dei significati posti in campo e di conseguenza da una minor partecipazione dello spettatore necessaria affinché l’atto comunicativo possa compiersi.

Detto altrimenti: non vi sono respingenti astruserie da decifrare, piuttosto temi condivisi dalla platea (che al termine dello spettacolo, infatti, applaude grata) e un modo di veicolarli che arriva con forza e, etimologicamente, emozione attraverso un’intensa, estroflessa fisicità.

 

ph Simone Falteri

 

Allungamenti e sospensioni, rotazioni ed elevazioni, estensioni e chiusure, frasi coreografiche reiterate, eseguite a diverse altezze, spine dorsali affatto vibratili e guizzi, saette, ampie falcate, sincroni in diverse direzioni e duetti, per una danza muscolare e scattante, quasi narrativa, donne in leggeri, monocromi abiti lunghi e uomini in giacca e pantaloni, a incarnare una idea di bellezza “classica”: armonia, equilibrio, limpidezza dei segni tracciati per una piena intelligibilità della linea drammaturgica (è danza che si nutre di letteratura, questa, e si vede).

Ancora: camminare, stare, contenere improvvise furie cinetiche dell’altro, indemoniarsi e abbandonarsi, cercarsi e respingersi e poi cercarsi ancora, secondo un codice gestuale quotidiano trasformato e reso danzante.

Alcune forme più canonicamente coreografiche sono senza posa sporcate dall’umanità dei lunghi capelli roteanti, che coprono il viso e deformano le Figure.

Alcuni tableaux vivants, come gioco di auto-esposizione e seduzione del pubblico.

Presenza della voce, qui in forma di canto, a punteggiare un repertorio avvolgente che attraversa epoche e stili diversi, dal Balanescu Quartet a Giovanni Lindo Ferretti, fondendo istanze personali e temi collettivi.

Tra un brano musicale e l’altro silenzio, si sentono respiri affannati.

Che non sono da celare: è -come tutto, qui- materiale umano, molto umano.

Sostanza e trampolino di una pratica in cui arte e artigianato ritrovano l’originaria unitarietà del termine e del senso.

 

Signore e signori, vorrei cominciare con una storia. Una volta, in Grecia, sono andata a visitare alcune famiglie di zingari. Ci siamo seduti insieme e abbiamo parlato; ad un certo punto tutti hanno cominciato a ballare ed io dovevo partecipare. Avevo una gran paura e la sensazione di non essere in grado. Allora è venuta da me una ragazzina, forse   sui   dodici   anni, e   mi   ha   pregato ripetutamente di danzare assieme a loro. Diceva: “Dance, dance, otherwise we are lost.” Balla, balla, altrimenti siamo perduti.

[Pina Bausch, incipit del discorso per la Laurea ad honorem dell’Università di Bologna, 25 novembre 1999]

 

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