Sull’albero di una nave con una cinepresa Super8

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© Sguardi in camera - Fermo immagine - Fondo Sergio Trombini, porto di Ravenna, Super8, 1970

 

Nel cinema privato  i temi trattati sono generalmente le ritualità famigliari (matrimoni, nascite, vacanze, festività e ricorrenze), momenti che il cineamatore degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta considera importanti, trattate al pari di fotografie animate da inserire nell’album dei ricordi di famiglia, parte della memoria da tramandare, sono per lo più momenti felici, di festa: bambini sorridenti che camminano incerti verso la cinepresa, il primo bagnetto, la prima pappa, fidanzate e mogli che si scherniscono in un giorno di vacanza fuori dalla città, la prima discesa sugli sci, le feste con gli amici.

Al contrario, il tema del lavoro, quella pratica quotidiana che investe parte considerevole della vita di ognuno di noi, è poco rappresentato dai nostri cineamatori, ne esistono solo rarissimi casi. Provocatoriamente, potremmo pensare che il lavoro non sia un soggetto da filmare!

Non ci soffermiamo poi sul cinema di finzione o sulla televisione o su altri media, dove spesso il lavoro è assente, non è considerato un argomento interessante. Il lavoro non è un tema che affascina nemmeno sui social.

Sì, sono innumerevoli gli esempi di film che hanno messo al centro professioni e professionisti (avvocati, commissari, medici o anche sacerdoti), ma il lavoro è affrontato solo superficialmente rappresentano dei contesti, delle ambientazioni, ma raccontano altro.

Se riflettiamo sullo spazio e sul tempo occupato avremmo dovuto avere metri e metri di pellicola, ma non è stato così, a parte esempi tra cui i più noti come di film di Scola, Virzì, Dardenne, Cantet, Loach (solo per citarne alcuni).

Poi c’è il cinema documentario, che ha provato nella sua lunga storia a mettere al centro le vicende di minatori, operai, lavoratori precari, spesso ponendo questioni legate allo sfruttamento, ai diritti violati, alla salute (ricordiamo Mangini, Ivens, Segre, Giannarelli).

Infine c’è un’altra forma di cinema, quello di fonte industriale, film realizzati dalle imprese e dalle industrie per autorappresentarsi e raccontare i progressi tecnici. L’uomo o la donna, il loro lavoro, non sono  i protagonisti, lo sono gli ambienti, i prodotti realizzati, i gesti legati alla produzione. Nella storia del cinema d’impresa ci sono anche casi “illuminati” in cui le imprese hanno commissionato film a importanti registi, con risultati artistici in grado di andare al di là del classico intento auto-celebrativo. Ricordiamo solo due esempi: i film di Ermanno Olmi per Edison, Blum e Carmi per l’Italsider.

Allora, viene spontaneo provare a chiedersi: perché il tempo di lavoro per i cineamatori non è così interessante tanto da riservare nemmeno una bobina di pellicola?

Probabilmente perché è vissuto e sentito come fatica, insoddisfazione, fonte di frustrazione. Entrare nei luoghi di lavoro con le cineprese professionali non è – e non era – semplice, occorrono permessi, liberatorie. Per i registi documentaristi degli anni Sessanta riuscire ad ottenere le autorizzazioni per entrare nelle fabbriche, luoghi da loro considerati di grande interesse sociale, politico e culturale, assumeva un significato d’urgenza, di vitale importanza.

Cecilia Mangini, tra le prime donne documentariste in Italia, lo racconta chiaramente in una testimonianza scritta per il suo film documentario Essere donne (1964), disponibile tra le carte custodite dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico.

Per le piccole, maneggevoli, silenziose cineprese 8mm e super8, tutto poteva essere più semplice. Ma non è stato così.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, troviamo architetti e ingegneri che orgogliosi del loro lavoro, documentano con la cinepresa 8mm i cantieri in costruzione, per mostrarli poi ai colleghi, ai familiari, agli studenti nelle aule universitarie.  Ci sono ingegneri e geometri che documentano le costruzioni di strade, soffermandosi sugli aspetti tecnici. Medici che filmano e indagano con la cinepresa le patologie dei pazienti. Pochi altri esempi.

Poi ci si imbatte in piccole ed entusiasmanti scoperte: è il caso di Sergio Trombini, portuale di Ravenna, appassionato cineamatore. 

Un cineamatore che ha vinto la sua cinepresa Jelco, in formato doppio 8, classificandosi al secondo posto ad una gara di Pentathlon militare. La cinepresa Jelco è piuttosto complessa nel funzionamento e costosa, forse Sergio Trombini non se la sarebbe  potuta permettere e coglie così l’occasione per studiarne il funzionamento: conosce così gli aspetti tecnici per realizzare buone riprese e per approfondisce anche il linguaggio audiovisivo.

Sergio documenta la vita della sua famiglia, in particolare i figli Cosetta e Stefano, realizzando interessanti film amatoriali, tutti visionabili nel portale Memoryscapes nella sezione Vite D’archivio.

Poi nel 1970 gira una pellicola Super8 di 15 metri sul suo lavoro.

Ma qual è l’aspetto che ci entusiasma?

Nel cinema privato è un esempio rarissimo, pochi hanno ripreso il lavoro. Nessuno, forse, ha ripreso dall’alto, salendo sull’albero di un nave, inquadrando così l’interno della stiva e documentando nel dettaglio il lavoro di scarico di grossi tronchi d’albero.

Nessuno, o quasi, a parte Sergio Trombini!

Concentrare la nostra attenzione sui film privati ci permette di cogliere anche un altro aspetto, poco studiato né preso in considerazione: vedere attraverso il punto di vista di chi armato di una cinepresa amatoriale racconta la vita nel suo scorrere, la sua quotidianità. Ci offre il punto di vista di chi conosce il contesto, la situazione, la materia che sta filmando. Sergio Trombini conosce bene le fasi di lavoro di scarico e di carico di una nave, conosce il lavoro della squadra dei colleghi portuali, i loro gesti convenzionali, i momenti critici, le fasi salienti.

Quando i cineamatori si impossessano della cinepresa per documentare e raccontare la loro vita, la nostra reazione è di stupore e curiosità: perché sono documenti di grande interesse, non solo per qualità visiva, ma per il punto di vista scelto perché rappresenta il lavoro senza enfasi, narrato da chi lo conosce.

 

Per approfondire questi aspetti, consigliamo di visitare la selezione di film raccolti dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico e leggere gli Annali dedicati al tema del lavoro, a cura di Antonio Medici, Filmare il lavoro – Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico – Annali 3 2000, versione pdf scaricabile.