Sospesi, Martina Dall’Ara racconta il suo docufilm

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Era l’8 marzo 2020 quando il mondo si è fermato. O almeno così appariva ai miliardi di persone che guardavano fuori dalla finestra le strade deserte. Una situazione surreale che la regista Martina Dall’Ara ha deciso di raccontare nel suo documentario Sospesi, che raccoglie un centinaio di voci di italiani all’estero. Dopo tre anni di lavoro, il film è pronto per uscire in sala con un’anteprima assoluta al Cinema Eliseo di Cesena, lunedì 28 novembre alle ore 21. 

Tutto è partito da uno scambio di messaggi, per poi dare vita a ben 40 ore di girato. “Quando è scattata l’emergenza sanitaria ci siamo dovuti un attimo riorganizzare. Io per fortuna lavoravo da casa e avevo una situazione tranquilla”, racconta la regista. “In quei giorni avevo iniziato a sentire alcuni amici italiani che, per motivi di studio o lavoro, vivevano in quel momento all’estero. Allora si è risvegliata un po’ in me l’anima documentarista e ho voluto fissare a mio modo un po’ di riflessioni che sono nate in quel periodo. Essenzialmente ho sentito prima degli amici che stavano all’estero, poi ho chiesto loro di fornirmi altri contatti e ho iniziato a scrivere in tutti i gruppi di italiani all’estero su Facebook. Mi sono comprata anche una mappa e ho iniziato a segnarmi i Paesi dai quali ricevevo i vari video racconti. In tutto ho ricevuto un centinaio di video da 50 Paesi del mondo in 3 mesi. 40 ore di girato praticamente”. 

Una vera e propria indagine sociologica, sostenuta e guidata dalla regista stessa. “Io stessa mi ero auto filmata”, specifica Martina, “avevo mandato loro un video raccontando chi ero, cosa volevo fare e soprattutto dicendo loro come farmi questi video, dandogli qualche dritta sui device da utilizzare e su come utilizzarli. In più, gli ho mandato un questionario di domande guida, in cui chiedevo loro di raccontarmi la loro situazione nello Stato in cui erano, come si sentivano lontani da casa, come mai la scelta di vivere all’estero, se erano ancora consapevoli e volevano continuare a vivere all’estero. Insomma un’indagine sociologica un po’ su vari aspetti”.

 

 

Un progetto che è nato un po’ al contrario rispetto ai tradizionali metodi di lavoro: in quel periodo infatti si sono dovute rivoluzionare molte cose, compresa la produzione cinematografica. “Era un periodo in cui c’era tanta voglia di parlare: magari negli altri Stati erano in lockdown differenti, però comunque anche loro sentivano e vedevano la situazione in Italia ed erano abbastanza preoccupati”, racconta la regista. “Mi sono vista arrivare video anche di totali sconosciuti e, una volta raccolti tutti questi materiali (ed erano talmente tanti che neanche io me lo sarei aspettato!), c’è stato un lavoro incredibile di scrittura. Innanzitutto è nata la collaborazione con Manufactory Productions, una casa di produzione indipendente di Bologna, che ha preso a cuore il progetto. Insieme ad altre persone abbiamo iniziato a sbobinare tutti i materiali, rivedendoli più volte per trascrivere i dialoghi e poi con Alessandro Amato, sceneggiatore e critico cinematografico, abbiamo passato mesi a scrivere la sceneggiatura. Abbiamo fatto un importante lavoro di scrematura, catalogando ciò che veniva detto da queste persone per parole chiavi e abbiamo effettuato una selezione. Poi c’è stato il passaggio in montaggio, con una stesa inizialmente di 5 ore di montato e poi siamo arrivati a un film di un’ora e mezza”. 

Si è allora optato per un montaggio che “gioca molto sull’alternanza tra più persone che parlano, costruendo il film per argomenti, anche perché sarebbe molto pesante tenere una persona che parla a lungo. Una forte base è stata il fatto di avergli inviato delle domande specifiche, ma la cosa interessante è stato scoprire che tante cose erano in comune. L’alternanza mi ha permesso di riuscire con tante voci a costruirne una sola. Infatti da qui è nata anche la scelta di non mettere sottopancia: vediamo un volto, ma senza nome e cognome, che si trovano solo nei titoli di coda. Il concetto era proprio quello di evidenziare come persone diverse che raccontano una situazione da vari posti alla fine vivano tutti un’esperienza molto simile”. 

I volti e le testimonianze si alternano non solo tra di loro ma anche con le immagini di città deserte, che appaiono come sospese, ferme nel tempo. “Anche queste sono state realizzate da alcune delle persone intervistate che mi hanno fatto da veri e propri reporter. In alcuni Stati si poteva uscire e quindi sono andati a documentare una realtà che cambiava: le piazze vuote, il supermercato che non ha più i beni di prima necessità, le spiagge deserte. In fase di montaggio chiaramente abbiamo dovuto trovare anche altre immagini di copertura ed è qui che è nata la collaborazione con Teleromagna che ci ha concesso di accedere a un archivio di immagini in Italia, perché quello che mi mancava era proprio la visione italiana”. 

E dell’Italia, l’Emilia Romagna è in parte una piccola seconda protagonista di questo film. “È un progetto nato e studiato in un’ottica locale, ma che è poi divenuto internazionale. La maggior parte delle persone che ci hanno lavorato sono romagnole, i finanziamenti li ho trovati bussando alle aziende della zona e un buon 40% degli italiani intervistati sono emiliano-romagnoli. È divenuto internazionale perché ha coinvolto tante persone da tanti Stati, analizzando anche in generale la figura dell’italiano all’estero e di come quanto è successo ha cambiato la visione dello stare all’estero. Verso fine montaggio sono stata contattata anche dal Ministero degli Affari Esteri che si è mostrato interessato al progetto, al punto da impegnarsi nel divulgarlo”.

28 novembre, Cinema Eliseo Cesena, ore 21
7 dicembre, Supercinema Santarcangelo 

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