La classe viva. Su Agnusdei di Teatro Nucleo al Teatro Comunale di Ferrara

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ph Daniele Mantovani

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Iniziamo dal fondo.

Questo è il comunicato stampa diffuso da Teatro Nucleo all’indomani della presentazione di Agnusdei al Teatro Comunale di Ferrara.

Lo riporto per intero, per dar sinteticamente conto, con le esatte parole di chi lo ha pervicacemente voluto, della cornice e dei fautori di questo visionario progetto etico ed estetico:

«Lunedì 12 giugno, in un teatro gremito di spettatori, sono saliti sul palco del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara gli attori detenuti della Casa Circondariale Costantino Satta di Ferrara.

Gli attori del progetto di teatro carcere di Ferrara hanno portato in scena per la prima volta al di fuori dell’istituto detentivo Agnusdei, che era stato presentato il 15 e il 16 dicembre 2022 presso la Casa Circondariale Costantino Satta davanti ad un pubblico formato da spettatori esterni insieme a persone recluse nell’istituto, nell’ambito del festival Trasparenze di Teatro Carcere.

Il progetto di teatro carcere a Ferrara è nato nel 2005 su iniziativa di Horacio Czertok, cofondatore di Teatro Nucleo, e ha visto la collaborazione di diversi attori della Compagnia. Da oltre due anni il progetto è curato da Marco Luciano, che forma parte della nuova generazione di attori e registi della cooperativa teatrale e che firma anche regia e drammaturgia di Agnusdei, liberamente ispirato alle Lettere dal carcere di Antonio Gramsci. Lo spettacolo è stato realizzato con la collaborazione di Horacio Czertok e della tirocinante Marta Schettino. In scena gli attori detenuti della Casa Circondariale di Ferrara: Rimi, Luigi, Robertino, Alfredo, Nino, Antonio, Alessandro, Miranda. Con la partecipazione di Andrea Zerbini e Gianandrea Munari.

Il lavoro attorno alle Lettere dal carcere di Antonio Gramsci ha avuto inizio a febbraio del 2022 attraverso un percorso laboratoriale a cui hanno preso parte circa 35 detenuti. Dal lavoro di analisi delle lettere e di rielaborazione da parte degli attori detenuti, è emerso come filo drammaturgico attorno al quale impostare la creazione, il tema dell’indifferenza. Indifferenza della quale si può essere vittima, ma anche carnefice, nel nostro quotidiano. Anche in piccoli gesti a cui spesso non diamo peso.

Il regista ha voluto portare all’attenzione una riflessione su alcuni archetipi morali che la società continua ad alimentare quando si parla di carcere e detenzione, attraverso il teatro, azioni poetiche e musica dal vivo la società ha potuto incontrare i detenuti oltre la pena, lo stigma e i pregiudizi.

Questo percorso e la presentazione dello spettacolo al Teatro Comunale di Ferrara è stato realizzato grazie all’appoggio della Direttrice della Casa Circondariale Maria Nicoletta Toscani, PRAP Emilia Romagna, Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Ferrara, Regione Emilia Romagna, la Comandante e gli agenti della Casa Circondariale di Ferrara e la preziosa collaborazione delle educatrici».

 

ph Daniele Mantovani

 

Iniziamo dal fondo.

«Saluta il babbo».

Al termine dei lunghi applausi, da uno dei palchetti laterali vicino al palcoscenico del grande Teatro Comunale, tempio del rituale borghese tradizionalmente a beneficio in primis della società-bene, un signore anziano (il nonno?) dice a un bimbo vicino a sé: «Saluta il babbo».

A pochi metri da lui, in piedi in proscenio, uno degli attori-detenuti che avevano appena messo in scena lo spettacolo.

Cresta, tatuaggi forse, una storia che non so ma certo non semplice.

«Saluta il babbo».

La linea che connetteva quell’uomo e quel bimbo la potevamo percepire.

Fisicamente.

Quel loro impossibile protendersi.

«Rompere la quarta parete», dicono quelli che se ne intendono.

Per quel niente che conta io, che in trent’anni di spettacoli ne ho visti proprio tanti, una così netta percezione di quel muro, frantumato ma al contempo infrangibile, non l’avevo mai esperita.

«Saluta il babbo».

E non c’entra il piagnisteo, non è l’equivalente scenico della TV del dolore à la Maria De Filippi.

È vita che dà vita al Teatro.

 

ph Daniele Mantovani

 

Iniziamo dal fondo.

Dalla base, cioè, del patto scenico che ha fatto da occasione e mediatore a quell’incontro fra umani.

Giacché, non basta mai ricordarlo, ancorché si nutra di biografie dolenti (e certo le nutra), è solo attraverso una sintassi condivisa, una mediazione linguistica che ciò che è offerto alla visione si trasforma da truce voyeurismo a atto significativo e trasformativo.

Una grammatica della scena, quella di Agnusdei, fatta di ritmo, ritmo, ritmo, coreografia (nel senso etimologico di scrittura dei corpi nello spazio) e ironia, termine ancora una volta da considerare nella doppia accezione: quella quotidiana di divertente e quella socratica di distanza fra sé e ciò di cui si tratta.

Un dispositivo linguistico, ancora, in cui il luogo è elemento significante, drammaturgicamente attivo.

Il carcere, per chi vi ha visto o vedrà questo o altri spettacoli: certo non neutro, certo non accogliente.

E il lussuoso Teatro Comunale: con tutto il valore di riscatto che ha, abitarlo, in questa occasione.

Agnusdei ci riporta nel fondo, nella base del fatto teatrale: accadimento di umani che agiscono e assistono, e insieme compartecipano, in un qui e ora collocato in uno spazio e mediato da regole d’espressione.

 

ph Daniele Mantovani

 

Iniziamo dal fondo.

La classe viva, ho intitolato questo articoletto.

Evocando e ribaltando il capolavoro di Tadeusz Kantor, per ambientazione scolastica e per opposta consistenza di Figure: là evocanti e fantasmatiche, qui pienamente carnali, a dar fiato alla vita che sta prima e dopo, e che sfora ovunque.

E, in questo caso come in quello, c’è pure il maieuta che in scena dà il là.

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Iniziamo dal fondo.

Dal nugolo di guardie carcerarie -sia detto senza alcun giudizio ovviamente- impiegato per scortare i detenuti-attori.

Soggetti, evidentemente, ritenuti pericolosi.

«Rifiuti della società», si potrebbe dire con espressione consumata.

Il teatro, questo teatro, trasduce quella umanità.

La umanizza, si potrebbe dire con cacofonico gioco di parole.

A partire dal titolo, nomen omen: la biblica vittima sacrificale si comprime ed elide la maiuscola.

Agnusdei.

Spettacolo artigianale e utile, concretissimo e utopico.

Sideralmente distante dalla società dello spettacolo à la page che tra un aperitivo e l’altro si premia e incensa a vicenda, chiamandosi per nome come in un club, una consorteria, una Famiglia.

Qui siamo, sideralmente, altrove: è roba vecchia, che sa di buono.

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PS La co-fondatrice del gruppo, Cora Herrendorf, è morta pochi mesi fa.
Anche grazie alla sua maestria mi sono avvicinato a questo mondo strambo e luminoso, più di trent’anni fa.
Agnusdei è il primo spettacolo di Teatro Nucleo che vedo da quando lei non c’è più.
Penso che molto del suo mondo di segni e significati fosse su quelle tavole grandiose, lunedì 12 giugno.
E fra quella umanità resa grandiosa dall’arte ineffabile e rivoluzionaria del Teatro.
Ciao Cora, ti teniamo qui, cara Maestra.
Fra ciò che importa.