Quel Bro di Dostoevskij. Su Notti di SlowMachine

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ph Elisa Calabrese

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«Ah, però!», esclama il ragazzo seduto vicino a me nella platea del Teatro Masini di Faenza appena inizia lo spettacolo Notti di SlowMachine, presentato il 23 gennaio scorso nell’ambito del cartellone Teatri d’Inverno – sguardi sulla drammaturgia contemporanea.

Lo dice alla sua appiccicosa ragazza, accanto a lui.

Fino a un attimo prima, lei lo ha strusciato tanto palesemente quanto insistentemente, certo mossa più dagli ormoni che dalla letteratura russa.

Nelle file davanti e dietro a noi, certo coinvolti dalle insegnanti, un manipolo di altre persone adolescenti.

Motivo probabile di quella presenza scolastica in serale: l’origine letteraria di questa creazione, il racconto Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij.

Nei minuti prima dell’inizio, i ragazzi chiacchierano tra loro: alcuni, un po’ impettiti, indossano il vestito delle grandi occasioni, altri sembrano più rilassati.

Tutti, pare, son lì con un senso del dovere (e un piacere) dell’acculturarsi che, a ben guardare, accomuna quasi tutte le persone che si approssimano alle (ri)proposizioni di grandi titoli e autori.

 

ph Elisa Calabrese

 

«Ah, però!»: parte in quarta, Notti, musica ritmata che non si posson tener ferme le gambe e luci lampeggianti.

Ha un ritmo, una spinta, un mordente che non ci abbandona mai.

E il ritmo è tutto.

O, per dirla con Friedrich Hölderlin, «tutto è ritmo».

Il tutto, qui, è quello proprio del teatro: dei corpi e delle voci, di luci e immagini.

Le immagini, qui, sono in primis quelle dei tre attori che danno voce e corpo -e al contempo moltiplicano e attualizzano- le vicende dei personaggi del racconto.

La regia opta per il classico meccanismo meta-teatrale di teatro nel teatro: i tre sono alle prese con la creazione di uno spettacolo.

Abitano uno spazio scenico ingombro di arredi e separato dalla platea da un velatino che occupa tutto il boccascena e su cui vengono proiettati numerosi video e alcuni video live, in bilico precario ma esattissimo tra il qui e ora del teatro e il qui e allora della letteratura e dell’immagine filmica

Presentazione e rappresentazione: bisogna saperlo fare, bisogna volerlo fare.

E quel che vogliono fare, il regista Rajeev Badhan e gli interpreti Ruggero Franceschini, Alberto Baraghini e Elena Strada (che ha curato anche la drammaturgia) è, pare, rendere contemporaneo il racconto di un autore nato più di due secoli fa.

Per un pubblico di ragazze e ragazzi e anche di adulti: un pubblico normale che da troppo tempo i respingenti, criptici elitarismi di certe conventicole fan sentire inadeguato, fuori posto, in fin dei conti indesiderato e, in ogni modo, non considerato.

In questo senso, voglio dirlo a voce alta, l’azione linguisticamente accogliente che da anni Accademia Perduta / Romagna Teatri porta avanti con lungimirante correttezza (tutti questi mondi, non dimentichiamolo, esistono gestendo e utilizzando soldi pubblici, è dunque ai molti che dovrebbero rivolgersi) è cosa ahinoi non scontata, dunque ancor più preziosa.

 

ph Elisa Calabrese

 

Ma tornando a Notti.

Il tema, universale e del racconto, è l’amore: lui ama lei, lei ama un altro. Su questo argomento vengono video-intervistate anche diverse persone adolescenti (allieve e allievi delle scuole secondarie di secondo grado di Feltre e Belluno, leggo nella pagina dedicata allo spettacolo nel sito web della Compagnia), lei cui parole si intrecciano a quelle di Dostoevskij.

Forme diverse di umana poesia si giustappongono fino ad innestarsi a ricordarci -le parole malinconiche ed esattissime del grande russo ottocentesco a fianco delle facce piene di vita e fragilità di queste ragazze e di questi ragazzi postmoderni- che vi è coincidenza di sogni e bisogni, ora e allora.

Una coincidente esattezza che, come si suol dire, fa sembrare quest’opera scritta oggi, per l’oggi.

«Rendere contemporaneo», dicevo poche righe fa, rischiando il generico.

Pensavo, e penso, al filosofo Giorgio Agamben, là dove definisce contemporanea «una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze».

La viva relazione, singolare e al contempo plurale, con tuttə e con ciascunə, in una comune interrogazione come soggetti pensanti e desideranti.

E la presa di distanza da certe tanto consolidate quanto putride categorie di giudizio e di valore: se riuscissimo a liberarci dall’insopportabile snobismo per cui esiste una cultura di serie A e una di serie B, un teatro di serie A e uno di serie B (e in questa categoria ottusamente ricade, da sempre, il teatro destinato anche alle nuove generazioni e chi se ne occupa – basti pensare allo spazio che normalmente questi autori e queste opere non hanno sui media, ai Premi che non vincono, eccetera), se riuscissimo a guardare a un’opera, a ogni opera, per ciò che in fin dei conti è -l’esito dell’incontro unico e sempre mutevole tra l’intreccio indissolubile di contenuto e linguaggio, da una parte, e le persone che vi si imbattono, dall’altra- non potremmo che bisbigliare, con quel ragazzo in platea, «Ah, però!».

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