E’ vént de cuntrêri di Eugenio Sideri: epica etica etnica pathos

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Tania Eviani e Gianni Parmiani - ph @ Marco Parollo

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Epica Etica Etnica Pathos: con queste quattro parole (nonché titolo del quarto e ultimo album in studio dei CCCP – Fedeli alla linea, pubblicato nel 1990) si potrebbe sintetizzare E’ vént de cuntrêri di Eugenio Sideri, che ho visto ieri sera Teatro Socjale di Piangipane, nella bassa ravennate.

Provo a spiegare.

E ad allargare.

«Necessità di fondare il posto da cui [si] parla”: a dirlo è il gesuita, antropologo, linguista e storico francese Michel De Certeau in Fabula mistica. La spiritualità religiosa tra il XVI e il XVII secolo.

Lì prosegue: «Tale posto non è affatto garantito da enunciati autorizzati (o autorità) sui quali il discorso poggerebbe, e neppure da uno statuto sociale del locutore nella gerarchia di un’istituzione dogmatica […] il suo valore proviene unicamente dal fatto che si produce proprio nel punto dove parla il Locutore […] la sola autorizzazione gli viene dall’essere il luogo di questa enunciazione».

Pensavo a De Certeau, ieri sera, nella sala gremita, aspettando che si iniziasse.

Lo pensavo, poi la breve lettura scenica che è stata data a vedere mi ha dato ragione, per una perfetta sintonia, mi pare, tra questo luogo per il pubblico spettacolo, costruito nel 1920 dai braccianti della locale cooperativa (che ne è tuttora la proprietaria), l’aria da festa popolare della platea e questo titolo, E’ vént de cuntrêri, tanto terrigno quanto misterioso.

L’autore e regista apre, seduto sulle scalette ai lati del palcoscenico, dando voce (ancorché registrata) ai temi di ciò che si andrà ad ascoltare. Una lunga lista –ritmica, direbbero quelli che si occupano di scrittura- di c’è.

Un dire al presente, collocato spazialmente, proprio per le persone che in veracemente condividono, in questa serata romagnola, il rito antico del riconoscersi nella festa del teatro.

Riconoscersi: il dialetto di scena dei due interpreti ai leggii dà corpo a figure stralunate che sembrano uscire dalla matita di Nino Pedretti, dalla biro a punta fine di Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni così come dai pennelli di Tonino Guerra. Tutte immerse, queste persone (dunque, etimologicamente, maschere), in sospese foschie e panorami terrosi che Luigi Ghirri avrebbe ritratto per bene.

Vi è, in tutta evidenza, un’idea e una pratica di arte che sta molto vicina al conosciuto (o perlomeno all’intuìto) di chi ne è destinatario.

Qui, azzardo, non si viene per acculturarsi (come invece nel teatro borghese) o auto-spiazzarsi (come in certe propaggini del contemporaneo): qui si viene a fare festa.

«Piantate un palo adorno di fiori in mezzo a una piazza, riunitevi intorno il popolo, e avrete una festa», scriveva Jean-Jacques Rousseau nella sua famosa Lettera a d’Alembert sugli spettacoli.

Son passati oltre due secoli e mezzo, ma quell’insegnamento pare molto attuale, nel fare di Sideri e compagni.

Il «palo adorno di fiori» (qui: due + due leggii addobbati con luci natalizie multicolori) è una silloge di brevi racconti a cui i due interpreti danno voce con dedita veemenza.

Gli scarti e i passaggi di tono e intenzione sono ancora un po’ meccanici, ma le sfumature verranno, se questa lettura scenica avrà modo di continuare a camminare.

Per andare dove?

In luoghi in cui far festa: con tutti e con ciascuno.

 

L’arte è capace di bellamente rappresentare il brutto della bruttezza e nobilmente il volgare della volgarità, giacché gli attori sono pure in grado di rappresentare con grazia ciò che è sgraziato e con vigore la debolezza. La materia della commedia, che tratta della «vita comune», non si sottrae affatto alla nobilitazione.

[ Bertolt Brecht, Note sul teatro popolare, in Scritti teatrali, 1957 ]

 

***

Uno spettacolo di Eugenio Sideri con la collaborazione di Gianni Parmiani, con Gianni Parmiani e Tania Eviani, musiche originali Andrea Fioravanti, ideazione, drammaturgia e regia Eugenio Sideri, scultura di scena Classe archeologia e cultura e Spazio A, foto di scena Marco Parollo, immagine di locandina Gianni Plazzi, produzione Lady Godiva Teatro con il contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna.

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