L’ornitorinco di Arianna Porcelli Safonov

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ph Alessandro Galatoli

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L’ornitorinco, si sa, è quell’animale che lo guardi e mica capisci bene che cos’è.

Ha un suo fascino, però.

«È una delle cinque specie ancora esistenti che compongono l’ordine dei monotremi, gli unici mammiferi che depongono uova invece di dare alla luce dei piccoli», leggo su Wikipedia.

Quel geniaccio di Umberto Eco gli ha pure intitolato un saggio, uscito per la prima volta nel 1997: Kant e l’ornitorinco.

Lì scrive di molte cose fascinose e complesse, Eco, anche sul «realismo contrattuale». E ragiona di schemi cognitivi.

Secondo lui, per capire cosa accade quando parliamo di cani, gatti, mele o sedie, abbiamo bisogno di categorie, che gli schemi cognitivi ci aiutano a creare: per attribuire un significato a qualcosa bisogna riuscire a inquadrarlo, a metterlo in una cornice, a dargli un’etichetta.

Uno dei modi, nel mondo dell’arte, per inquadrare un’opera è collocarla in un determinato genere: è una nozione da tutti noi continuamente utilizzata, anche se spesso in maniera inconsapevole, come strumento per individuare caratteristiche testuali a cui riferire significati.

Quando andiamo al cinema, ad esempio, sappiamo che stiamo vedendo un melodramma, un western, un horror, un classico, un moderno, un postmoderno, un action movie o chissà che altro, e, a partire da questa etichetta possiamo, ad esempio, valorizzare il film proprio a partire dall’individuazione di una variazione, di uno scarto, rispetto al genere in cui lo abbiamo incasellato.

Ecco, osservare Arianna Porcelli Safonov al lavoro, come è capitato a me lo scorso 24 gennaio al Teatro Piccolo di Forlì, fa pensare che Eco, ancora una volta, ci aveva azzeccato.

Lei, sulla sorridente forzatura delle aspettative del suo pubblico, costruisce un dispositivo tanto esatto quanto implacabile.

Suo pubblico: una riprova, se mai occorresse, è l’applauso di sortita, come si diceva nel teatro d’una volta, quello che si tributa agli attori e alle attrici quando entrano in scena ma ancora, a rigor di logica, non han fatto nulla.

Di solito lo ricevono quelli famosi.

O, in versione incoraggiamento, quelli anziani o con disabilità (e Porcelli Safonov non è certo né l’una né l’altra cosa).

 

 

Ciò che ho visto accadere in FiabaFobia ha compreso -schematizzo a favor di sintesi- cinque elementi essenziali: due più facili, due più raffinati e uno da capogiro. O da ornitorinco, appunto.

Il primo: l’istantanea complicità che si instaura ostendendo in maniera esplicita le proprie fragilità, ansie, fobie (nomen omen).

Farlo con esatta ironia (dunque, socraticamente, con millimetrica precisione nella distanza fra sé e ciò di cui si tratta) non è certo da tutti, e il meccanismo è consolidato: decenni di cartoni animati con personaggi con gli occhioni sgranati ce l’hanno insegnato.

Secondo elemento: l’irrisione dei potenti, l’ironia per abbassamento su soggetti che la cultura pop tiene in una certa considerazione -da Belen ai tronisti che «son gentina»- crea all’istante una sintonia grata.

Nulla di nuovo, certo, basti pensare a secoli di giullarato medioevale, ma se è vero che nella storia dell’arte il principio dell’originalità è un falso problema (altrimenti il teatro-danza indiano e il balletto classico, per fare due esempi fra tanti, varrebbero nulla), onore a chi riesce, con minimale esattezza, a creare un patto scena-platea in cui l’umorismo faccia per gli adulti ciò che il gioco fa per i bambini, ossia li liberi per un po’ dal dispotismo del principio di realtà e permetta al principio di piacere qualche momento libero e, al contempo, scrupolosamente regolato.

Terzo elemento: l’attitudine etimologica della drammaturgia, sia articolando discorsi a partire dall’origine di alcune parole, sia strutturandosi fiabescamente (nomen omen), non per contenuti ma per funzioni.

Vien da pensare al linguista e antropologo russo Vladimir Propp, un secolo fa, al suo Morfologia della fiaba in cui enucleò trentuno funzioni presenti, in toto o in parte, nelle storie di tradizione orale. Tra esse diversi elementi essenziali anche in questo spettacolo strutturalmente (e non tematicamente) fiabesco: divieti, infrazioni, delazioni, eroi, antagonisti, falsi eroi, riconoscimenti, smascheramenti.

Quarto elemento: dal punto di vista attoriale Porcelli Safonov articola una performance in cui variazioni ritmiche, pause, accelerazioni, direzioni dello sguardo e delle intenzioni sono al contempo cristalline e fluide, repentine e morbide. Chapeau.

Quinto e ultimo: l’ornitorinco.

In questo caso: il non sapere da che parte sta, Porcelli Safonov.

Ne ha per tutte e tutti: lo schwa e la Lega, Basaglia e i fascisti, il Partito Democratico e Fazio.

Svicola sempre: non sai mai, quindi, se riconoscerti o contestare, in cuor tuo, ma il patto è tale che le persone applaudono comunque riconoscenti. E riconoscendosi.

E ridono, con molti idiomi diversi: schiamazzi, risatine, borbottii, sogghigni, stridii, risolini, sussulti, strilli, ridacchi, fischi, risate nasali, stridule e così via.

Una grande varietà umana unita in una temporanea comunità sghignazzante.

Arianna Porcelli Safonov conduce questo esilarante gioco degli equivoci con crudele bonarietà, come una Venerdì della Famiglia Addams un po’ cresciuta.

E, vivaddio, senza sentimentalismo, elemento teatralmente sempre scivoloso e spesso nefasto. Come ci ricordava, nella sua Antologia dello humor nero, anche uno che dell’effetto delle opere sul pubblico se ne intendeva: André Breton, teorico del Surrealismo.

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