Perfect Days, un viaggio nella vita

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Ci sono, e sono più numerose di quanto presumiamo o ci accorgiamo, esistenze che si formano nell’intersecarsi di alcuni degli infiniti mondi dell’universo umano, e che sono così punti di osservazione che, grazie proprio alla loro apparente marginalità (il margine è anche limes poroso da attraversare in entrambi i sensi), alla loro (in)utilità, alla loro (a)economicità consentono a colui che provvisoriamente è chiamato ad abitarle di guardare e di mostrare (come in una foto o in una pellicola cinematografica appunto) la ‘vera’ essenza, essenziale in quanto necessaria, della umanità che quei mondi attraversa.

Una essenza umanistica nel senso pieno del termine, che oggi sembriamo aver dimenticato, ormai ‘occupati’, e il termine militare è del tutto appropriato, dagli schemi/schermi dell’utilità, della economicità e quindi del profitto capitalistico eretto ormai a ‘natura’ insostituibile e astoricamente ‘eterna’.

Il protagonista di questo film, il suo più recente da qualche settimana uscito nelle sale italiane, di Wim Wenders è un uomo semplice e povero (ricordiamo in questo l’omonimo teatro di Jerzy Grotowski) che, etimologicamente, trova in sé “ciò che gli è necessario” per dare senso alla vita, e che dunque non rincorre quel superfluo che è il denaro ed il potere (forse prima, ma non lo sappiamo mai, era un borghese molto ricco), chimere e abbaglianti miraggi di libertà, ma in realtà capaci di inaridire tutte le fonti dei nostri sentimenti. Hirayama è un addetto alle pulizie delle toilette pubbliche di Tokio ma riesce a trasfigurare questa marginalità nella dignità di fare bene ciò che ci capita di fare, di essere così ciò che si è e non ciò che si fa.

 

 

Sembra essere ‘a lato’, appartenendo ad un mondo diverso, ma paradossalmente riesce ad essere testimone infaticabile di quello che a questo nostro mondo manca, fotografando nel suo persistente silenzio le ombre di un albero, salvando piantine nate nell’abbandono di un Tempio, ovvero riconoscendo suoi compagni di sguardo e, verrebbe da dire, di apostolato come l’eccentrico ‘senzatetto’ che danza all’orientale sulle strisce pedonali di una metropoli convulsa che diventa così, essa stessa, poeticamente periferica.

Vivendo in due e più mondi, dunque, vive anche in questo nostro mondo vivendolo come noi non sappiamo più fare, svelando sentimenti ed emozioni che fecondano quasi senza volerlo, come i semi di un fiore trasportati dall’ape operosa, l’aridità dell’altro che incrocia la sua strada.

Attraverso di lui la natura si fa persistente affettività, che riguarda gli umani o gli animali, le piante e la luce del cielo all’alba del suo risveglio per recarsi al lavoro. Questi ‘esistenti’ sono da lui amati e per questo lo amano.

In questo narrare Wenders rimanda ad un altro suo film, il magnifico e forse dimenticato Il cielo sopra Berlino, che riusciva a scorgere e dipingere una città dei sentimenti, affettivamente vera, dietro l’arida città che alle cose dà un ‘prezzo’ e non un ‘valore’, ma anche la cinematografia di Aki Kaurismaki di cui all’ultimo e molto bello Foglie al vento.

Infatti spesso la cinematografia di Wim Wenders mostra un approccio più filosofico, in cui coerentemente convivono suggestioni dell’oriente e dell’occidente, che psicologico, fin metafisico se vogliamo che suggerisce una visione del mondo in qualche modo sorella dello Schopenhauer de Il Mondo come volontà e rappresentazione, il quale, tra l’altro, scriveva nei Parerga e Paralipomena: “Ciononostante gli uomini si preoccupano mille volte di più di procurarsi ricchezze che non un’educazione spirituale, quando invece è assolutamente certo che ciò che si è contribuisce molto di più alla nostra felicità che non ciò che si ha”.

Così se a qualcuno, indebitamente psico-analizzandolo, Hyraiama è parso psicologicamente labile, antisociale e ossessivo, in realtà questo qualcuno nega non solo il suo essere profondamente, metafisicamente appunto, equilibrato ma anche il suo essere, in ogni suo aspetto, punto di equilibrio ineludibile e irriducibile del suo e del nostro mondo.

Mondi diversi e incomunicabili, come lui stesso afferma, ma profondamente intrecciati in una consapevolezza inaspettata che unisce in sé la gioia e il dolore, riscattando entrambi, come nella bellissima scena finale in cui pianto e riso convivono e si mescolano nelle espressioni del viso illuminato del protagonista.

 

 

Un film che non delude, con una splendida fotografia attraverso la quale la città e i suoi abitanti diventano trasparenti mostrando in visibile sovrapposizione, che è anche fusione di luce creatrice di ombre notturne in cui le ‘anime’ si manifestano, ciò che la rigidità di egemoni maschere sociali ci impedisce di vedere.

Finalmente un elogio della lentezza del guardare che è la possibilità di finalmente soffermarci su quello che siamo veramente, perché “Adesso è adesso e un’altra volta è un’altra volta”.

Tuti gli attori mostrano, a partire dal grandissimo Koji Yakusho, una qualità superiore che si amalgama perfettamente con i tempi della regia. Da vedere.

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PERFECT DAYS. Data di uscita: 4 gennaio 2024, Genere: Drammatico Anno: 2023 Regia: Wim Wenders Attori: Kôji Yakusho, Min Tanaka, Tokio Emoto, Aoi Yamada, SayurI Ishikawa, Arisa Nakano, Yumi Asô, Tomokazo Miura Paese:Giappone Durata: 124 min Distribuzione: Lucky Red Sceneggiatura: Takuma Takasaki, Wim Wenders Fotografia: Franz Lustig Montaggio:Toni Froschhammer Musiche: Patrick Watson Produzione: MASTER MIND LTD, Spoon Inc., Wenders Images GbR

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Ho conseguito la Laurea in Estetica al DAMS dell'Università di Bologna, con una tesi sul teatro di Edoardo Sanguineti, dando così concretezza e compimento alla mia passione per il teatro. A partire da quel traguardo ho cominciato ad esercitare la critica teatrale e da molti anni sono redattrice e vice-direttrice di Dramma.it, che insieme ad altri pubblica le mie recensioni. Come studiosa di storia del teatro ho insegnato per vari anni accademici all'Università di Torino, quale professore a contratto. Ho scritto volumi su drammaturghi del 900 e contemporanei, nonché numerosi saggi per riviste universitarie inerenti la storia della drammaturgia e ho partecipato e partecipo a conferenze e convegni. Insieme a Fausto Paravidino sono consulente per la cultura teatrale del Comune di Rocca Grimalda e sono stata chiamata a far parte della giuria del Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia nell'ambito del Festival Internazionale dell'eccellenza al femminile.

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