Giorni felici quando La si vede a teatro, Mr. Samuel Beckett!

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ph Duccio Burberi

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Dopo Aspettando Godot, andato in scena dal 5 al 10 marzo scorsi (QUI la nostra recensione), Il Piccolo Teatro di Milano ha chiuso questo primaverile dittico beckettiano con Giorni felici, nella regia di Massimiliano Civica, presentato al Teatro Grassi dal 12 al 17 marzo.

In scena Monica Demuru e Roberto Abbiati nei panni di Winnie e Willie, i due coniugi alfieri del vuoto esistenziale, apparentemente così lontani dal formicaio umano, ma essi stessi bloccati nel loro monticello  (Winnie è interrata fino al busto nel primo atto e fino al collo nel secondo; Willie striscia alle sue spalle e rischia a tratti di rimanere incastrato anche lui nel suo buco), condannati a sopravvivere giorno “felice” dopo giorno “felice” alle loro esistenze larvali, prive di qualsivoglia prospettiva e significato. Nella sua genialità minimalista, Beckett individua nel monticello il simbolo dell’assurdità della condizione umana (di grande effetto la scena dello stesso Abbiati che nelle zolle di terra spaccate dall’aridità è riuscito a trasmettere la sterilità dell’uomo, così come Beckett ce la sbatte in faccia continuamente). Quanto mai appropriato in questo contesto il fulminante aforisma di Emil Cioran (grande amico di Beckett): “essere è essere incastrati”.

Il monologo di Winnie scorre per novanta minuti in un susseguirsi di ciance, risate e brevi pause che non hanno altra funzione se non quella di ingannare il tempo, l’insensatezza di tutti gli attimi stillati dalla coppa del niente: “Né peggio né meglio, nessun cambiamento. Nessun dolore”.

Questo continuo chiacchiericcio, come nella vita di tutti i giorni, è basato sul nulla, è puro vuoto con il quale indefessamente proviamo a farci scudo dal vuoto ancora più grande dal quale siamo sbucati e che ci divora senza tregua perché ogni attimo è fatale. Continuiamo ad autoconvincerci che tutto ciò sia “meraviglioso”, ci imponiamo l’obbligo della felicità, dell’amore, della compagnia mentre, a essere del tutto onesti, ciò che chiediamo agli altri va sempre oltre le loro capacità (ciò di cui ha bisogno l’altro è semplicemente “la pace d’essere lasciato in pace”).

Di conseguenza, se il nostro prossimo non può farci scudo dal nulla che avanza, ripieghiamo sugli oggetti che, visti attraverso questa loro filosofica funzione, acquistano una rilevanza del tutto centrale. A tal fine consolatorio, Winnie ne adopera moltissimi (ombrellino, specchietto, cappello, spazzolino, occhiali ma soprattutto il revolver che per qualche strana ragione è sempre il primo a far capolino dalla sporta). La aiutano a ingannare l’attesa (pensiamo a Godot) tra un trillo di sveglia e un altro:

Eh sì, così poco da dire, così poco da fare, e una tale paura, certi giorni, di trovarsi… con delle ore davanti a sé, prima del campanello del sonno, e più niente da dire, più niente da fare, che i giorni passano, certi giorni passano, passano e vanno, senza che si sia detto niente, o quasi, senza che si sia fatto niente, o quasi.

Naturalmente agli oggetti, Winnie preferirebbe la compagnia del marito, che lui venisse almeno a farle una visita ma se lei è impedita in qualsiasi movimento dal blocco compatto di terra nel quale è conficcata, Willie rimane quasi del tutto invisibile, di lui vediamo solo le spalle, la nuca insanguinata e un giornale dal quale giungono echi della follia di un mondo, quello che si vorrebbe “normale” ma che è l’espressione delle più grandi assurdità che il consesso umano abbia inventato (l’intraprendenza, la possibilità di fare carriera…).

 

ph Duccio Burberi

 

Grazie alla pulizia registica di Civica e al grandissimo talento di Demuru, riusciamo a cogliere tutte le sfumature di Winnie (con buona pace di Beckett che la voleva preferibilmente bionda). La sua presenza scenica è rimarchevole: la voce, le pause, il sorriso rispecchiano egregiamente le minuziose didascalie beckettiane (“Il sorriso appare, si allarga e sembra sul punto di culminare in un ristata, quando viene di colpo sostituito da un’espressione di ansietà”).

Intensamente beckettiano anche Roberto Abbiati; bellissima nella sua ambiguità la scena finale nella quale si arrampica sul monticello in un vano tentativo di raggiungere la consorte oppure la vecchia Browning: “È me che vuoi, Willie, o è qualcos’altro?”.

Postilla divertita (ma non troppo): come nel caso di Aspettando Godot, il pubblico non fa che tossire e frusciare sulle poltrone: “per dirla nel vecchio stile” e prendendo a prestito un’altra definizione di Cioran (che ammirava incondizionatamente Beckett), forse è un pubblico ormai del tutto recalcitrante ad ammettere ciò che ognuno di noi è: “un’atroce beffa alla periferia dell’eternità”.

Più comodo concentrarsi sulle “possibilità di carriera”.

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Visto a Milano, il 15/03/2024

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Giorni felici
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Roberto Abbiati e Monica Demuru
scene Roberto Abbiati
costumi Daniela Salernitano
luci Gianni Staropoli
produzione Teatro Metastasio di Prato

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