Visto da noi: La zona di interesse di Jonhatan Glazer

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Che il Male possa essere ‘banale’ ce lo insegnò il magistero di Hannah Arendt di fronte alla glaciali immagini del famoso processo ad un Adolf Eichmann rinchiuso in una sorta di bacheca di vetro, quasi fosse un doloroso esperimento della e per la nostra coscienza collettiva.

Ma La zona di interesse, questo inquietante e profondo film del 2023, uscito in Italia lo scorso 22 febbraio, dell’inglese Jonhatan Glazer, riesce ad andare oltre, rappresentando come quella banalità non sia solo distaccata e fredda burocrazia di un grigio esecutore di ordini, ma sia il frutto di una interiore e progressiva distorsione dell’anima alimentata inizialmente dalla paura, e poi dalla rabbia e dall’odio che disumanizza fino a rendere ‘cosa’ o ‘merce’ l’altro, che sia ebreo, rom, malato, handicappato e quant’altro sia scelto come capro espiatorio del nostro disagio, fino alla dissociazione.

 

 

Una ‘indifferenza’ creata ad arte in una Germania sconfitta e precipitata nell’anarchia di una rivalsa, economica e poi storica e geografica, una guerra interna, questa è stata la Shoah, la ‘Soluzione Finale’ ammantata da una perversa ansia di purificazione, che un dittatore immaginò ed offrì per preparare e condurre un popolo ormai sordo e cieco alla disastrosamente sanguinosa guerra esterna, riservando ai nuovi nemici lo stesso trattamento.

Proprio per questo, come temette la stessa Arendt, può ancora succedere, e proprio per questo è ancor più necessario oggi averne coscienza e compiere un’opera di consapevolizzazione e assunzione di responabilità che il popolo tedesco cerca, nonostante tutta la disperazione e gli ostacoli, di portare avanti, al contrario di altri popoli europei che, come il nostro che fu il suo primo alleato, non sempre riescono a fare, preferendo talvolta una sorta di oblio auto-assolutorio.

È dunque un film politico nel senso profondo del termine, ma non solo, è anche un film che cerca di indagare, filosoficamente e metafisicamente oltre la sola psicologia, la condizione umana quando, singolarmente e collettivamente, si distorce assorbendo il male che produce nella indifferenza, una gabbia che una volta aperta non può che condurre alla ‘follia’.

È un film giocato soprattutto sulla sovrapposizione sonora e musicale, con la bellissima ouverture al buio di Mica Levi poi ripresa nel finale, e visiva delle riprese come raggelate dalla camera fissa, in plurime postazioni dirette a distanza, in un processo che man mano ‘disvela’ gli orridi sfondi (gli edifici di Auschwitz che si alzano, con i fumi dei forni crematori, oltre un ameno giardino) di quella vita familiare all’apparenza normale o addirittura felice.

Altamente stranianti, poi, gli inserti con le favole di Hans Christian Andersen e dei fratelli Grim (Il brutto anatroccolo e Hansel e Gretel rispettivamente) mentre scorrono le immagini ‘in negativo’ di una giovane figura che si aggira nei dintorni del campo per risistemare oggetti o per raccoglierne altri da portare a casa.

È quella stessa vita normale, tanto normale da essere scambiata dai suoi protagonisti come un “fortunato punto di arrivo” o addirittura, come dice la madre, “un’oasi felice in cui far crescere i nostri bambini”, che nasconde quegli orrori, quasi proiettandoli all’orizzonte senza però elaborarli, sono gli individui che la vivono i colpevoli diretti e indiretti di quell’orrore che ci viene magistralmente descritto senza essere mai direttamente mostrato.

 

 

L’angoscia che proviamo viaggia, da parte sua, sulle onde sonore che, quasi suo sottofondo, oltrepassano il muro del giardino, portando con sé, nella indifferenza dei suoi felici abitanti, le grida dei prigionieri e gli spari dei loro aguzzini

Monadi perverse e perdute, anche a sé stesse e a chi con loro vive, private della capacità di sentire il sentimento, dell’empatia relazionale che è in loro vuota ‘petizione’, e alla fine tutto precipita lentamente nel buio del disgusto di sé e del mondo.

Gli attori, tutti molto bravi e ben diretti, sono come metafore dei personaggi, iconiche rappresentazioni di ciò che era e di ciò che erano, l’immagine che danno di sé ripulita dal sangue sulle mani, un sangue che però, come in Macbeth, non potrà mai essere lavato.

Sono in fondo come i resti recuperati in quel museo magistralmente e improvvisamente mostrato in distopia all’interno della narrazione, mentre viene pulito e predisposto al quotidiano accesso dei visitatori.

Girato negli stessi luoghi degli accadimenti, non è un film verista, o didascalico pur molto insegnandoci, né tanto meno un consueto biopic storico di Rudolf Hoss, vero comandante di Auschwitz, e di Hedwig Hensel sua moglie, è un’opera autonoma che filtra da quei fatti un senso coerente che va oltre quei singoli fatti, rendendoli umanisticamente universali.

In esso la parola (è tratto dall’omonimo romanzo di Martin Amis) è come se si diseccasse, facendosi parte ed emanazione del suono e dell’immagine che, accompagnandola, riempiono.

Un film da segnalare che, a mio avviso, ha ampiamente meritato tutti i numerosi premi e le candidature che ha ricevuto. Tra l’altro la sala cinematografica era fortunatamente piena e all’uscita già si formava la coda per la proiezione successiva.

 

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LA ZONA DI INTERESSE. Regia:Jonhatan Glazer. Attori:Sandra Hüller, Christian Friedel, Ralph Herforth, Max Beck, Stephanie Petrowitz, Marie Rosa Tietjen, Lilli Falk, Wolfgang Laml Paese:Gran Bretagna, Polonia, USA Durata:105 min Distribuzione:I Wonder Pictures Sceneggiatura:Jonathan Glazer Fotografia:Lukasz Zal Montaggio:Paul Watts Musiche:Mica Levi Produzione:A24, Extreme Emotions, Film4, House Productions, JW Films

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Ho conseguito la Laurea in Estetica al DAMS dell'Università di Bologna, con una tesi sul teatro di Edoardo Sanguineti, dando così concretezza e compimento alla mia passione per il teatro. A partire da quel traguardo ho cominciato ad esercitare la critica teatrale e da molti anni sono redattrice e vice-direttrice di Dramma.it, che insieme ad altri pubblica le mie recensioni. Come studiosa di storia del teatro ho insegnato per vari anni accademici all'Università di Torino, quale professore a contratto. Ho scritto volumi su drammaturghi del 900 e contemporanei, nonché numerosi saggi per riviste universitarie inerenti la storia della drammaturgia e ho partecipato e partecipo a conferenze e convegni. Insieme a Fausto Paravidino sono consulente per la cultura teatrale del Comune di Rocca Grimalda e sono stata chiamata a far parte della giuria del Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia nell'ambito del Festival Internazionale dell'eccellenza al femminile.