Se sento una canzone dei Raveonettes penso immediatamente che la metafora abusata per descrivere il loro genere, cioè che sarebbe un sapiente mix tra le vocalità degli Everly Brothers e la musica dei Jesus & Mary Chain, è una bufala di qualche ufficio stampa che ha attecchito tra i pigri recensori. Come i Raveonettes suonano solo i Raveonettes, e l’originalità, loro ne sono una conferma, è la dote migliore per non ballare soltanto un’estate.

Attivi dal 2001, i danesi Sune Rose Wagner e Sharin Foo hanno pubblicato a fine 2012 il loro sesto album intitolato Observator e come sempre lo stanno suonando in giro per il mondo. La data che li porta a Rimini è l’occasione per scoprire qualche segreto della loro carriera parlandone con Sune Rose finalmente guarito dai malanni alla colonna vertebrale che lo hanno costretto ad un lungo periodo di immobilità. Non posso che esordire chiedendogli se le sue condizioni di salute abbiano inciso sul risultato finale delle canzoni.

«Sì, naturalmente. Così vanno le cose, l’ispirazione nasce non soltanto dalle situazioni positive ma anche da quelle negative. Il mio stato d’animo e di salute hanno interessato gran parte del songwriting: in questo album parlo di amore non corrisposto e di promesse non mantenute, è di gran lunga il lavoro più scuro che abbia mai scritto».

In effetti dai testi emerge come ti sia dovuto relegare al ruolo di osservatore della realtà piuttosto che viverla dinamicamente.

«Sai, a volte è necessario fermarsi e guardare il mondo in movimento: le vite intorno a te assumono un ruolo diverso, magari anche di motore della tua vita. Ci si lascia volutamente soli per contemplare il significato dell’esistenza».

Per quanto riguarda le registrazioni vi siete affidati nuovamente a Richard Gottehrer, tecnico del suono del primo album. È un ritorno al passato?

«Richard è un grande produttore, ha lavorato anche con Jerry Lee Lewis e per me è soprattutto un caro amico, anzi di più, considero lui e sua moglie i miei genitori americani. Comunque questo non ha niente a che vedere con il passato, noi guardiamo avanti. Sempre!».

E infatti sul disco c’è la grossa novità dell’utilizzo del pianoforte.

«È uno strumento meraviglioso, lo scopriamo solo ora e quasi per caso: c’era un riff del singolo Observations che non riuscivo a rendere bene con la chitarra, così ho utilizzato un pianoforte e tutto ha suonato perfettamente».

L’impronta musicale, vostro vero marchio di fabbrica, rimane però la stessa: un suono retrò, ma che in realtà scaturisce dall’utilizzo di tonnellate di tecnologia.

«Amo la tecnologia. Sono un nerd che impazzisce a collegare centinaia di spinotti e che gode degli stimoli che vengono dal suono del computer. È sempre stato così. Abbiamo sempre registrato con i computer, senza amplificatori».

Hai dichiarato che Observator potrebbe essere il vostro ultimo album. .

«Probabile. L’idea di fare album non mi interessa più di tanto per i Raveonettes, sento che abbiamo di meglio da offrire, nel senso che preferisco concentrarmi sullo scrivere singole canzoni. Comunque non sono ancora sicuro di ciò che sarà in futuro, ma difficilmente faremo nuovi album».

Tu e Sharin state entrambi per compiere quarant’ anni, come vivi questo traguardo?

«Ne siamo molto felici, personalmente ho sempre desiderato invecchiare!».

Avete già suonato in Romagna cinque anni fa. Hai ricordi legati a quella data?

«Fu fantastico, in generale amiamo moltissimo suonare in Italia e non te lo dico per piaggeria».

 

GIANMARCO PARI

Ps. Suonano al Velvet Club di Rimini il 19 febbraio

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