Non è certo una novità che il dibattito sul cosiddetto vino naturale registri l’assunzione di toni particolarmente accesi, ma quello che si è consumato nelle prime settimane dell’anno è stato un confronto-scontro che ha coinvolto trasversalmente alcuni tra i maggiori esponenti europei del giornalismo di settore e che, proprio per questo, ha il sapore amaro dell’ennesima occasione perduta dal movimento (anche se oggi sarebbe più corretto parlare al plurale) per uscire dalla propria condizione nebulosa.

Un movimento ancora parzialmente immaturo, che nei confini nazionali ha trovato la sua primordiale fisionomia solo all’inizio degli anni Duemila, attraverso la sensibilità di vignaioli come Angiolino Maule (La Biancara), Stanko Radikon e Fabrizio Niccolaini (Massa Vecchia), i primi a comunicare e concretizzare la volontà di produrre vini «come sintesi tra natura e cultura». Il carisma di questi e altri valorosi produttori (come non citare Josko Gravner), resisi divulgatori del pensiero, unitamente al contemporaneo mutamento degli scenari socio-economici internazionali, sono le principali cause dell’esplosione incontrollata che nel giro di pochi anni ha coinvolto questo orientamento.

Una crescita che ha corredato l’essenzialità del pensiero originario di numerose nuove sfumature, sulle quali, invece di compattarsi, il gruppo dei «vignaioli naturali» si è scontrato sino alla scissione in più consorzi, alcuni dei quali arroccati su posizioni radicali e fondamentaliste. Ancora una volta, quindi, lo «spirito anarchico e individualista» del comparto vitivinicolo sembra aver prevalso su una più costruttiva tendenza all’aggregazione, creando di fatto i presupposti per la ghettizzazione attuale che ha sopraffatto le singole frange del movimento.

Non sono il solo a credere che sia più che mai arrivato il momento giusto per una nuova coesione tra i vari gruppi, più impegnati nel proporsi come «movimenti contro» o «anti-convenzionale», piuttosto che in una chiarificatrice attività divulgativa. Anche da qui nasce la confusione che impera tuttora sull’argomento del vino naturale, un termine che non ha allo stato attuale ancora una definizione univoca o ufficiale e che, soprattutto, disorienta il consumatore finale, con l’inevitabile rischio di allontanarlo. Per ironia della sorte credo che sarà proprio il Vinitaly (la stessa manifestazione da cui avevano preso le distanze i primi sostenitori del movimento) a ricompattare a breve le diverse frange. La sezione VIVIT, che l’evento veronese sta riservando ai viticoltori più sensibili sull’argomento del naturale, sta avendo sempre più consensi e sarebbe assurdo non approfittarne. Vinitaly 2013, 7-10 aprile. Vi aspetto qui!

di Filippo Apollinari*

*Collabora alla Guida dei vini del Gambero Rosso ed è autore di www.enocode.com

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