miss_violence_foto_09-620x350Una famiglia come tante, si direbbe. Essa è riunita al completo per festeggiare l’undicesimo compleanno della piccola Angeliki: i due nonni, la madre e i tre fratelli. Sullo sfondo una malinconica canzone di Leonard Cohen insinua qualche incertezza nello spettatore, non sembra la colonna sonora più adatta all’evento. All’improvviso la festeggiata si avvicina al balcone e si lascia cadere, ponendo così fine alla sua vita. Fin dalla scena iniziale e, di nuovo, in quelle successive, dedicate alla descrizione della difficile elaborazione del lutto, avvertiamo qualcosa di innaturale e forzato nei comportamenti dei componenti di questa famiglia. A partire dalla figura del nonno, il quale sembra assumere piuttosto il ruolo di padre, e che, alternando modi gentili ed affettuosi ad altri decisamente autoritari, dosando sapientemente premi e punizioni, sembra soprattutto affannarsi a mantenere un ordine sempre più problematico. Gradualmente si disvela davanti ai nostri occhi attoniti una realtà corrotta e degradata, che si regge sull’incesto e sulla prostituzione.

È uno dei film più disturbanti visti all’ultima Mostra di Venezia. Una parte della critica ha accusato il film di essere portatore di una visione estetica pornografica, per una forma di compiacimento, fine a se stessa, nell’esibizione delle peggiori brutture. La giuria del concorso ha espresso un giudizio diverso, assegnando al film il Leone d’argento per la migliore regia, e a Themis Panou la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Giudizio che ci sentiamo di condividere. Certo, c’è qualche eccesso, una scena straziante e quasi insostenibile allo sguardo poteva essere eliminata senza togliere nulla ad un quadro già chiaro nella sua cupa desolazione. Ma c’è anche la capacità di raccontare un lato oscuro dell’uomo, una propensione all’obbedienza che talvolta può manifestarsi e che può condurre, quale esito ultimo ed estremo, ad accettare la convivenza con l’orrore, con ciò che all’apparenza dovrebbe essere insostenibile ed inaccettabile. Ciò attraverso un graduale accumulo di rinunce, di mancate rivolte, di “NO” pronunciati troppo flebilmente, di supine accettazioni, di sguardi girati dall’altra parte o di volti ripiegati verso il basso. Un passo dopo l’altro che poi, lentamente ma inesorabilmente, conduce verso l’abisso. Il film si chiude con un gesto di rivolta, che l’orco sembra subire passivamene. Ma ormai è troppo tardi. Chiude un conto, ma non ripara i guasti provocati nell’anima delle vittime. Non sorprende che un film come questa venga dalla Grecia, un paese devastato dalla corruzione e dalla crisi e che tuttavia non riesce a trovare la forza necessaria per voltare pagina.

ALDO ZOPPO E DARIO ZANUSO

Miss Violence, di Alexandros Avranas, Grecia 2013

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