Il cinema in sala sta morendo. Que viva il cinema.

Che il cinema in sala stia morendo lo dicono i risultati di questo inizio d’anno 2014/2015 (che ci crediate o no, ma in fondo lo sapete, la stagione cinematografica in Italia va da settembre a maggio, con variazioni sensibili a seconda che maggio sia più o meno caldo e che settembre sia più o meno autunnale).

A voler essere proprio generosi, il cinema in sala è alla canna del gas e sta per aprire il rubinetto. E quindi partono le consuete lamentazioni di inizio stagione ed ecatombe: c’è chi fa notare che l’unico film ad aver incassato più di 3 milioni di euro è stato I Mercenari 3, uscito in coda alla pausa estiva (eh?), c’è chi fa notare che il cinema italiano  muore a maggio e rinasce a settembre e chi, più pragmaticamente, fa notare che una distribuzione da 10-12 film a settimana potrebbe essere un tantino ipertrofica, per un pubblico come il nostro: diseducato all’immagine, incapace di tenere l’attenzione per più di 15 minuti e smanettone fino al paradosso di vedere film ripresi con telecamere in sale rumorose su schermi da 12 pollici perché “piuttosto lo scarico da internet”.

Il guaio è che i risultati parlano chiaro: ci sono film, soprattutto quelli italiani, che non vanno neanche a dargli la spinta: La Buca di Ciprì ha incassato 93mila euro, Pasolini 44mila, Avati fatica a superare il mezzo milione e il clamoroso Belluscone, di cui tutti hanno parlato dicendo mirabili, la “bellezza” di 227mila euro: neanche a coprire i cestini. Vabbè che non è sempre domenica e Zalone esce ogni due o tre anni, ma qui significa costringere le sale alla chiusura.

Perché la politica distributiva non ha garantito la multiprogrammazione che aveva promesso quando si è parlato di digitalizzare le cabine, perché i film continuano a costare minimi garantiti demenziali e perché, evidentemente, la gente non va a vedere il cinema al cinema. Neanche quello americano, dato che le Tartarughe Ninja in due settimane non hanno fatto neppure 3 milioni di incasso (cifre, per chi non lo sapesse, da estate piena tipo fine luglio – inizio agosto).

Che sia l’inizio della fine?

No: il cinema non finirà in questo modo ma visto che si è parlato di “grande rivoluzione” al momento del passaggio al digitale, occorre fare un passo indietro (o in alto) e dare un’occhiata più ampia a tutto il sistema. Che non è più solo della sala ma che deve aggregare la rete e una fruizione differente del prodotto film. L’ha capito la produzione televisiva quando ha dovuto fare i conti con Netflix (in soldoni: le serie le guardo come e quando pare a me, anche a due o tre puntate la volta): come si stia adeguando è questione che vedremo a breve (già il fatto che alcune serie tv italiane siano prodotte in puntate ma che poi vengano trasmesse con la stessa durata di un film, due alla volta, non è così superficiale). Il cinema, e il sistema produttivo-distributivo italiano, lo capirà a breve, se non vuole morire di stenti.

 

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