Davidi Lynch, Senza Titolo, fine anni '80 - inizio '90

Il terzultimo giorno utile sono stato alla mostra che il MAST (posto che non sembra neppure italiano nel cuore di un quartiere fuori porta di Bologna in una via il cui nome è tutto un programma: Speranza) ha dedicato a David Lynch e alle sue fotografie di industrie. Foto che il mio regista preferito di sempre scattò fra l’1980 e il 2000 a New York, Berlino, Los Angeles e poi in Polonia, Inghilterra e New Jersey. 111 scatti, come si usa dire, in cui si mischiano sensazioni d’attesa (ci sono finestre rotte, reti, tubature, condotti) e fastidiose aperture sul buio più oscuro. Una specie di viaggio nell’anima della fabbrica, anche laddove a regnare è l’abbandono e non il lavoro (in questo senso sono fenomenali tre fotografie, sparse nella mostra, in cui sono mostrati, nell’ordine: un condominio, una fabbrica vicino ad una ferrovia e una strada).

La stessa sensazione, come se ci fosse sempre una presenza nascosta nell’ombra oscura pronta a saltar fuori, la provai quando andai a fare un servizio video in un vecchio manicomio ormai in disuso dalle mie parti. Un posto che si chiamava “Osservanza” e che tradiva appunto il desiderio di osservare l’umanità nel suo (dis)farsi. Là i muri risultavano opprimenti e l’unico desiderio era quello di cogliere un po’ di luce entrare dalle finestre disfatte e corrotte dal tempo e dall’incuria, qui, nelle foto di Lynch, sono la luce e la sua assenza a rendere un senso ai muri, scrostati e luridi.

Il 30 dicembre era il terzultimo giorno , e a meno che non leggiate questa mia in tempo utile, se non siete stati al MAST (via Speranza 42 a Bologna) la mostra la dovrete cercare altrove. Cosa che, vi assicuro, vi conviene. Anche se non siete appassionati di fotografia, di industria, di fotografia industriale, di Lynch, dei suoi film, delle sue ossessioni, del bianco e nero, etc etc.

Fatelo. E Buon Anno!

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