Il ritorno a casa - foto di Pino Le Pera
Il ritorno a casa - foto di Pino Le Pera
Il ritorno a casa – foto di Pino Le Pera

 

Di cosa diavolo stiamo parlando?

Ricopio dal Vocabolario Treccani: «Ritmo s. m. – Il succedersi ordinato nel tempo di forme di movimento, e la frequenza con cui le varie fasi del movimento si succedono.

Tale successione può essere percepita dall’orecchio o dall’occhio, oppure concepita nella memoria e nel pensiero in relazione all’impressione psicologica che esso produce: ritmo monotonostancoossessionante.

Riferito ad azioni narrate o rappresentate: la narrazione procede a ritmo serrato, susseguendosi cioè rapidamente le sue varie fasi: ritmo di un romanzodi un drammadi un film».

Stiamo parlando, dunque, della ricezione ritmica di un oggetto performativo (vivente).

Il ritorno a casa - foto di Pino Le Pera
Il ritorno a casa – foto di Pino Le Pera

 

Per restringere -come è necessario- il campo, ci si limiterà a due esperienze di visione fatte nei giorni scorsi al Teatro Diego Fabbri di Forlì (luogo che, grazie a una lungimirante direzione artistica, per il terzo anno consecutivo fa della diversificazione delle proposizioni culturali la propria cifra): mi riferisco a Il ritorno a casa di Harold Pinter e a Il giro del mondo in 80 giorni, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Jules Verne.

Nel primo caso la regia è di Peter Stein: un monumento del teatro europeo del secondo Novecento, uno che, il teatro, lo ha -letteralmente- fatto. Protagonista è Paolo Graziosi: uno che ha esordito più di mezzo secolo fa e che in teatro, cinema e televisione ha lavorato, tra gli altri, con Franco Zeffirelli, Marco Bellocchio, Eduardo De Filippo, Liliana Cavani, Giuseppe Patroni Griffi, Francesco Rosi, Luigi Comencini, Margarethe von Trotta, Paolo Sorrentino, Pupi Avati e Carlo Mazzacurati.

Nel secondo caso, tre energici attori mettono in scena un vivace spettacolo della Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani di Torino.

Il giro del mondo in 80 giorni
Il giro del mondo in 80 giorni

 

In questa sede non si intende certo entrare nel merito di questi lavori. E nemmeno compararli: paragonare la simpatica produzione piemontese all’allestimento del grande regista berlinese è un po’ come mettere a confronto un disegno di un pur talentuoso studente dell’Accademia di Belle Arti a un quadro di Joan Mirò, o una critica elaborata da chi scrive qui a una pagina di Franco Quadri o di Ennio Flaiano: semplicemente è impossibile.

Quel che si vorrebbe brevemente mettere in relazione, come detto, è la ricezione dei suddetti spettacoli da parte del pubblico.

L’asciutta, magistrale rarefazione con la quale Peter Stein ha colorato il feroce dramma di Pinter è stata accolta dagli spettatori (i famosi Abbonati della Stagione di Prosa) con circospezione, se non con manifesta (e a tratti finanche maleducata) ostilità: «Cos’è questa lentezza?» sbraitava l’estroversa signora seduta al nostro fianco «Quando io faccio gli spettacoli vado veloce come un treno a dire il testo! Perché io faccio le commedie dialettali, sa?».

La briosa, interattiva verve (un po’ da villaggio turistico, a dire il vero) degli interpreti dell’avventuroso romanzo francese ha suscitato, al contrario, applausi a scena aperta, risate a voce alta e incontenibile giubilo.

Il ritorno a casa - foto di Pino Le Pera
Il ritorno a casa – foto di Pino Le Pera

 

Perché?

Forse, semplicemente, per dirla con Friedrich Hölderlin, perché «tutto è ritmo». O, per stare con la parafrasi che ne ha fatto Romeo Castellucci, perché «il ritmo è tutto».

E allora perché è così scoraggiante essere investiti da questa messe di reazioni epidermiche? Perché si esce dalla più importante sala teatrale della città con la sensazione di un gruppo di umani che guarda le dita indicanti, invece delle lune indicate?

 

MICHELE PASCARELLA

 

Info: teatrodiegofabbri.it 

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