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Leggo nel programma di sala del più importante teatro forlivese: «David Parsons può essere considerato uno dei massimi esponenti della post-modern dance americana». Dunque. «Le parole sono importanti», direbbe Nanni Moretti. Se quando si ordina una pizza con la salsiccia e i funghi è legittimo aspettarsi che arrivi una pizza con la salsiccia e i funghi, il termine qui usato, post-modern dance, richiama uno specifico milieu culturale e artistico, e non altro.

Per evitare il più possibile la deriva impressionistica, meglio verificare. L’autorevole La danza in scena. Storia di un’arte dal Medioevo a oggi di Elena Cervellati (Bruno Mondatori, 2009) spiega, a proposito: «Secondo Sally Banes, storica e teorica della danza postmoderna, il termine comincia a essere utilizzato da Yvonne Rainer all’inizio degli anni sessanta per collocare cronologicamente le esperienze sue e dei suoi compagni, che evidentemente arrivavano successivamente alla modern dance».

In questo ambito, negli Stati Uniti hanno operato artisti come Anna Halprin, Trisha Brown e Steve Paxton: poetiche e stili proteiformi, certo, ma accomunati dalla volontà, propriamente avanguardistica, di esplorare un inedito uso del corpo (anche in relazione alle nuove tecnologie) e una relazione con il pubblico non rassicurante, a tratti finanche provocatoria.

È ciò che avviene, nel grande teatro forlivese, con la celeberrima coreografia Caught del 1982: «Grazie all’uso delle luci stroboscopiche, il ballerino è catturato al culmine di salti ed evoluzioni che lo fanno apparire continuamente sospeso in aria in un gioco di luci e di sorprendente atleticità». Caught è un piccolo gioiello di spiazzante meraviglia. Perfetto.

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Ciò che lascia interdetti è l’inversione di marcia che Parsons ha intrapreso nei trenta anni a seguire: le altre coreografie della serata, composte fra il 2002 e il 2014, restituiscono infatti una idea di danza molto più convenzionale e rassicurante. Una miscellanea di veloci rotazioni e piroette, un florilegio di sollevamenti e schiene arcuate, una crestomazia di gambe al cielo e dita delle mani ad artiglio, un’antologia di musiche e canzoni affatto orecchiabili e ritmate, una commistione di danza neoclassica, moderna, tango, flamenco, charleston, rock ‘n’ roll, musical, popolare e jazz: «È una danza solare, che diverte in quanto espressione di gioia, capace di trasmettere emozioni semplici e dirette, quindi estremamente accessibile al grande pubblico».

Gli otto performer in scena, in costumi realizzati ad hoc da Luca Missoni, eseguono con brio un lavoro molto muscolare ed estroflesso, dando corpo -letteralmente- a una concezione pre-moderna di artista come  depositario di téchne, di perizia. Detto in altri termini: lui è artista e io no perché lui sa fare cose che io non so fare. Sa cantare / recitare / suonare / danzare / scolpire / dipingere come io non riesco. Idea pre-moderna, appunto, non post.

Verrebbe dunque da chiedere al celebrato coreografo dell’Illinois a cosa è dovuto, questo capovolgimento: se al bisogno di più soldi, di gratificazioni pop o di una maggiormente diffusa umana approvazione. Ma io di mestiere non faccio il consulente, né lo psicanalista. Dunque non glielo chiederò mai.

 

MICHELE PASCARELLA

  

Info: parsonsdance.org, teatrodiegofabbri.it

 

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