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Se siete per lo slow food musicale, Paolo Bonfanti fa per voi – sono decenni che con passione e costanza invidiabili si è costruito una rispettabilissima carriera che se non fossimo in Italia certamente i media farebbero molto di più per amplificare. Poi, ridi e scherza, fra Big Fat Mama e carriera in proprio che con Exile On Backstreets (2013) ha messo a segno il miglior disco fra i suoi che ho sentito – diversi grandi pezzi e una produzione che non lo sapessi difficilmente crederesti che fosse tutta italiana – Paolo si è conquistato un posto al sole decisamente invidiabile, come peraltro testimoniato dal foltissimo seguito di pubblico che ne accompagna fedele le gesta. Back Home Alive di quell’album ne è la felice appendice – nel senso che ne è il perfetto suggello concertistico, una degna auto-celebrazione insomma, immortalata in un posto di assoluta eccellenza qual è il Teatro Municipale di Casale Monferrato – peraltro Casale è l’attuale residenza dell’artista.

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Quelli come lui li chiamano guitar hero – e Bonfanti lo è ma è di quelli che non la fanno fuori del vaso, è di quelli forniti di un sommo gusto nel dosare tecnica e anima, e peraltro non asserragliati nel recinto blues in cui egli è spesso confuso – di mio, gli ho sentito suonare di tutto fra country, rock e folk senza che sbagliasse una virgola. E tutto questo deve averlo pensato anche Steve Berlin qui assoldato in veste appunto di produttore, uno con il CV lungo così fra Blasters, Flesh Eaters, Los Lobos e produzioni sopraffini per artisti di tutti i tipi (Leo Kottke, l’ex Green On Red Chuck Prophet, Beat Farmers, Faith No More).

L’avvio e il finale di Back Home Alive sono già una dichiarazione d’intenti – tutto parte con The Seeker, in origine leggendario singolo dei Who uscito nel 1970 mentre il mondo stava aspettando Who’s Next (1971), potentissimo nelle mani di Bonfanti, e tutto si consuma con una spettacolare Franklin Tower, uno dei pesi massimi dei Grateful Dead, restituita dall’artista genovese in una versione quasi cajun con la fisarmonica regina accanto alla scintillante chitarra dell’anfitrione – high times garantiti! Nel mezzo, niente sfigura, come dimostrano pure una gran cover come A Nickel And A Nail dello scomparso street soul man O.V. Wright, Times Ain’t Changed At All, ruminazione dylaniana sia nel testo sia nella musica che riprende appunto The Times They Are A-Changin’, la swingatissima Terror Time e Guard My Heart di Mark Wenner (Nighthawks), dove fa capolino come ospite Fabio Treves e la quale viaggia entusiasta su di una strada lastricata di Blasters/Los Lobos che spiega facile perché c’era bisogno di chiamare Steve Berlin a timbrare il tutto.

CICO CASARTELLI

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