I Soprano - foto di Alwin Poiana
I Soprano - foto di Alwin Poiana
I Soprano – foto di Alwin Poiana

 

È arrivata l’estate.

Desidero sperimentare, per una parte dei lavori che vedrò nei prossimi mesi, una modalità di restituzione che funziona così: durante gli spettacoli prendo alcuni appunti sul mio taccuino. Inevitabilmente (anzi: intenzionalmente) frammentari.

A seguire li ricopio qui.

Nessun approfondimento.

Alcuni lampi.

So già che qualche artista vanitoso si offenderà «perché la sua ricerca richiederebbe ben altra attenzione» rispetto a queste poche righe.

Pazienza.

Mi consolo in anticipo con Ennio Flaiano: «Il segreto è raggiungere da professionisti la disinvoltura dei dilettanti, non prevalere, far credere che la cosa sia estremamente facile, un divertimento che trova la sua ragione di esistere nel fatto di essere più leggero dell’aria».

Buona lettura.

I Soprano - foto di Alwin Poiana
I Soprano – foto di Alwin Poiana

 

I Soprano

«Buonasera, io sono Donatella Versace».

«Buonasera, io sono Angela Merkel».

 

Volti coperti da parrucche. Da maschere ospedaliere.

Il volto, si sa, è comunemente considerato l’elemento centrale dell’espressione umana. È ciò che muta l’uomo (o la donna) in personae. Cancellare il viso suggerisce l’intenzione di eliminare dal corpo l’impronta dell’individuo, la sua haecceitas.

«Buonasera, io sono Madonna».

«Buonasera, io sono Madonna».

«Buonasera, io sono Madonna».

 

Fantasmi di successo, zombie rampanti, morti à la page.

Nugolo di figure vicine. Vestiti bianchi o neri. 

Musiciste, musicisti, danzatori, danzatrici: tutti con volto coperto e parrucca.

Anche i tre soprani in movimento.

Che hanno nomi che sono una delizia, per gli appassionati del genere: Capucine Chiaudani, Anna Emelianova e Marjolein Niels.

I nomi dei tre soprani.

Una delizia.

Capucine Chiaudani, Anna Emelianova, Marjolein Niels.

Basterebbe questo, a far serata.

 

E invece.

Una vigorosa orchestra di dieci e più elementi che con tanto di direttore sul palco suona Giuseppe Verdi: la Messa di Requiem e arie da Don Carlo, Otello, La traviata, Il trovatore, Rigoletto e La forza del destino. 

Alcuni passaggi celeberrimi. In proscenio una riga di danzatori e danzatrici mescolati alle cantanti: tutti mimano in sincrono.

I Soprano - foto di Alwin Poiana
I Soprano – foto di Alwin Poiana

 

Parole dette e cantate, video sul fondale, musica dal vivo, danza energica ed esatta. Gonne bianche e piedi scalzi per tutti. Giustapposizione e sovrapposizione di arie e azioni a volto coperto. Entra una figura dorata, al collo una chitarra elettrica con triplo manico. Montaggio paratattico di materiali e linguaggi. Continui e repentini stacchi e cambi di clima. Un mix ben poco italiano. Uno spettacolo inclassificabile, diversissimo dalla danza che di solito si vede da queste parti. 

Viene in mente l’incipit de La fine del pensiero di Giorgio Agamben. Perfetto, ora: «Avviene come quando camminiamo nel bosco e a un tratto, inaudita, ci sorprende la varietà delle voci animali. Fischi, trilli, chioccolii, tocchi come di legno o metallo scheggiato, zirli, frulli, bisbigli: ogni animale ha il suo suono, che scaturisce immediatamente da lui. Alla fine, la duplice nota del cucco schernisce il nostro silenzio e ci rivela, insostenibile, il nostro essere, unici, senza voce nel coro infinito delle voci animali. Allora proviamo a parlare, a pensare».

I Soprano - foto di Alwin Poiana
I Soprano – foto di Alwin Poiana

 

I Soprano sintetizza (e conclude) nel più esatto dei modi il mio personale attraversamento del Ravenna Festival 2015: una edizione -ancor più che in altri anni- segnata dall’ibridazione di pubblici e stilemi, plasmata dal mescolamento di tecniche e mezzi. 

Con alcuni episodi felicissimi, altri interessanti e altri piuttosto deludenti. 

È nell’ordine delle cose: non si possono incontrare solo capolavori. 

Soddisfazioni a parte, ciò che più conta è la “prospettiva archeologica”, per dirla con Michel Foucault, proposta dalla luminosa direzione artistica ravennate: secondo il filosofo francese, come è noto, la vera ricerca archeologica non si occupa tanto delle certezze, quanto delle “conoscenze imperfette” e delle “lingue fluttuanti”. 

Lingue che, ribollendo senza posa, possano per un momento, utopisticamente, far incontrare artisti (e dunque persone, e dunque mondi) affatto diversi. 

A Ravenna, per dire, questa estate è successo. 

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto a Ravenna, Palazzo Mauro de André, 9 luglio 2015, ore 21.30 – info: ravennafestival.org

 

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