TD2 - 4(Contiene rivelazioni sulla trama.)

A proposito di genitori assenti, ce n’è uno, invece, fin troppo presente, seppure in forma onirica (lo si vede anche in carne e ossa, in altre due occasioni, ma lo si può intuire abbastanza lontano dalla vita del figlio): all’inizio della terza puntata, dopo aver lasciato, nella precedente, Ray Velcoro a terra, preso a fucilate da qualcuno con indosso una maschera da corvo, lo vediamo discutere in un bar con uno sconosciuto, mentre un sosia di Elvis – unica altra presenza umana nel locale – intona i versi squillanti di The Rose, popolare canzone di Bette Midler rivisitata da Conway Twitty, in versione country, nel 1983. La parafrasi che ne ascoltiamo è piuttosto simile alla lettura di Twitty e, quindi, al classico schema country dell’amore descritto come fonte inesauribile di pena; in termini visuali, invece, tutta la scena, con i suoi neon morbidi, il buio quasi avvolgente e un’intensa tonalità di blu, sembra un omaggio evidente al David Lynch di Twin Peaks e Mulholland Drive. I riferimenti possono apparire alti e seriosi, ma in realtà Velcoro – lo scopriremo più tardi – sta parlando con suo padre, un ex-poliziotto cui il figlio, benché reso «nervoso» dal trovarsi di fronte a lui, procura erba affinché il genitore possa dormire nonostante i problemi d’insonnia. Il padre, interpretato da un superlativo Fred Ward (qualcuno lo ricorderà in tanti film d’azione degli anni ’70 e ’80, o nel ruolo di Henry Miller per il poco riuscito Henry & June di Philip Kaufman), gli annuncia come morirà: crivellato dai proiettili, in un bosco. Quando Velcoro, nell’ultima puntata, sarà effettivamente ucciso dai suoi ex-colleghi in un fatale scontro a fuoco tra gli alberi, gli spettatori vedranno inquadrato il suo cellulare, scoprendo così che il messaggio vocale registrato dal piedipiatti per il figlio non ha fatto in tempo a caricarsi. Nessuno lo ascolterà mai: il piccolo e corpulento Chad Velcoro non sentirà le parole di suo padre poiché questi, a sua volta, non ha ricordato le parole trasmessegli in sogno da un padre altrimenti assente («I see you, running through the trees. You’re small. The trees are like giants. Men are chasing you. You step out the trees, you ain’t that fast. Now, son, they’ll kill you. Thet’ll shoot you in pieces»).

TD 02 - 2Dietro la tragedia, l’umorismo nero, beffardo, sprezzante, quasi nichilista. D’altronde, la frase campeggiante sulle locandine cartacee o digitali della serie è appunto We get the world we deserve («Abbiamo il mondo che ci meritiamo»), e l’entropia, l’insensatezza del mondo in cui viviamo non possono essere invertite, né ricomposte, da uomini e donne in fondo fragili, indifesi, succubi di fronte alle tentazioni e corrosi dal dolore. Non deve quindi stupire se il destino, in TD 2.0, si manifesta nelle sembianze di un commediante al vetriolo: le prostitute che i poliziotti sottraggono agli incontri, a base di sesso e stupefacenti, con i potenti della zona, non intendono affatto essere salvate, anzi se ne rammaricano. Nel momento in cui Semyon riesce a sfuggire alla vendetta dei messicani (aveva promesso loro di poter vendere sostanze illecite nei suoi locali, poi dati alle fiamme, in cambio di informazioni) consegnandogli un milione di dollari in contanti, questi lo accoltellano perché lui rifila un cazzotto al trafficante che pretende di avere il suo completo: You know, I didn’t wear a suit until I was 38 («Sai, non ho mai indossato un completo prima dei 38 anni»), sibila con rabbia prima di sferrare il colpo attraverso il quale si condannerà a morte, non riuscendo a reprimere l’antica rabbia del ragazzo di strada abusato, vessato e oggetto di bullismo. Il mondo come ce lo meritiamo: un universo testosteronico di violenza, coercizione e libidine sanguinaria (Everything is fucking, afferma a un certo punto una dolente Bezzerides, «tutto riguarda lo scopare»), dove tuttavia, con un sardonico ribaltamento dei ruoli, gli uomini sono condannati a morire e alle donne è invece affidata, dopo la sopravvivenza, la continuazione della specie. Con un ulteriore contrappasso: ritrovare la propria umanità solo nella sofferenza. Jordan Semyon (Kelly Reilly), la moglie di Frank, riesce a soddisfare il suo desiderio di maternità solo surrogandolo (il piccolo non è suo) in un altro paese, in seguito alla morte del marito, e Ani Bezzerides – la madre del suddetto neonato – riesce a ricordare i giorni della sua segregazione, cancellando così anni di negazioni e oblìo autoimposto, solo partecipando, da infiltrata, a un festino in cui viene drogata e picchiata: la seconda è Maria, irredenta e non vergine, la prima è Maria Maddalena, discepola e testimone della nuova vita. Non so se Pizzolatto sia un individuo religioso, ma in queste considerazioni, nell’idea di una purificazione ottenibile attraverso le stazioni di un martirio, c’è il retaggio cattolico del Sud in cui è nato e cresciuto. E proprio la sua visione rigidamente autoriale rappresenta al tempo stesso l’aspetto più interessante e quello meno fluido dell’intera serie, in blocco somigliante a un’opera di Robert Bresson (grande regista francese e cattolico anomalo) trapiantata nei deserti di cemento e asfalto della California centrale: come Bresson, Pizzolatto si dimostra influenzato dal giansenismo (l’uomo, corrotto e calamitato dal male, può redimersi solo grazie all’intervento, concesso per predestinazione, della grazia divina), ma fino all’ultimo nega ai suoi protagonisti la salvezza, ovvero il tocco della grazia, confezionandogli addosso un melodramma freddo, spogliato da qualsiasi catarsi.

(3 – continua)

 

TRUE DETECTIVE Stagione 2

scritto e creato da Nic Pizzolatto

HBO / Sky Atlantic

USA – 2015

 

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