Menoventi, L'uomo della sabbia - foto di Ilaria Scarpa
Menoventi, L'uomo della sabbia - foto di Ilaria Scarpa
Menoventi, L’uomo della sabbia – foto di Ilaria Scarpa

 

L’uomo della sabbia è iniziato puntuale al ridotto del Teatro Masini di Faenza, dopo una buona mezzora di saluti, baci e abbracci. L’impressione era quella di essersi imbucati a una festa. La Compagnia Menoventi si gode i suoi primi dieci anni di attività e ha deciso di celebrarli nel modo migliore: mettendo in scena i suoi spettacoli più importanti. Fra questi il cavallo di battaglia plurirecensito e premiato L’uomo della sabbia. Vi chiederete a cosa serva un’altra pagina di pareri su questo singolare spettacolo. Me lo sono chiesto anche io e dunque ho deciso di descrivervi il punto di vista di uno spettatore digiuno di Hoffmann, digiuno di teatro di ricerca, digiuno di Menoventi, insomma quello dell’aliena che ero una volta preso posto nella poltroncina. Ovviamente non potrò mancare di pavoneggiarmi dell’erudizione conquistata dopo lo spettacolo, nel folle tentativo di capire che maleficio mi avessero lanciato in quel teatro, dato che non riuscivo né a capire se lo spettacolo mi fosse piaciuto, né a pensare ad altro che alle suggestioni suscitatemi da ciò che avevo visto. Ma tant’è.

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Menoventi, L'uomo della sabbia - foto di Arianna Lodeserto
Menoventi, L’uomo della sabbia – foto di Arianna Lodeserto

 

Il primo errore che ho commesso come spettatrice è stato quello di incrociare le braccia e fissare in malo modo Nataniele (Mauro Milone), con l’intenzione di giudicare quello che stavo guardando. L’uomo della sabbia va sorbito, non analizzato. Va accettata l’idea di farsi accompagnare senza opporre resistenza. E’ necessario fidarsi insomma. Il secondo errore che ho commesso è stato quello di ostinarmi sulla domanda: “Ma dove vogliono andare a parare?”, il terzo è stato quello di cercare nel testo di Hoffmann le risposte.

Menoventi lavora sul loop e sui diversi piani di azione e comunicazione che il teatro può dare, restituendo un effetto di elegante sovrapposizione di livelli. Protagonista, insieme agli altri attori è il molto vintage e ottocentesco sipario. Una benedizione. Questo inaspettato collega consente di separare i piani e allo stesso tempo creare una liaison fra le azioni sceniche.  Il suo movimento non è di secondaria importanza: morbidezza, danza e ritmo si fondono per generare nello spettatore la sensazione del sogno, coi suoi repentini cambi di personaggi, sovrapposizioni di volti e situazioni. Ripetizioni, errori, dissonanze si alternano in un incalzante gioco di inquietudini. Sul palco si inseguono le fantasie di Nataniele, interrotte da continui elementi di disturbo e se Francesco Ferri, che si aggira con una banana fra i diversi piani dell’azione, incarna la sensazione di straniamento dello spettatore capitato nel labirintico incubo altrui, Consuelo Battiston è fin da subito l’elemento perturbante. Insopportabile, fastidiosa la sua azione, la sua presenza scenica catalizza l’attenzione, il sorriso finto e malvagio genera un fastidio da poltroncina scomoda, in un climax che la porta, aiutata dalle luci rossi e dal sempiterno e meraviglioso sipario, ad avanzare minacciosa verso il pubblico, come un pensiero disturbante di cui non ci si possa più liberare. E’ la natura di Coppelius, avrei scoperto dopo, perfettamente incarnata. Tamara Balducci e Tolija Djokovic sono invece l’essenza della femminilità. Le uniche donne vere presenti sulla scena assumono agli occhi di Nataniele una valenza salvifica, ma se Clara (Tamara Balducci) è vera, Olimpia (Tolija Djokovic) si comporta come un disco rotto. La ripetizione, il loop riguarda anche Clara, ma il livello della sua discussione e relazione con Nataniele ce la restituisce come umana. Olimpia, invece, ha un che di essere umano incastrato in una macchina, aspetto prepotentemente accentuato dall’uso del microfono e della formula dell’esibizione. Alessandro Miele interpreta l’unico personaggio veramente consustanziale all’incubo. Se Coppelius (Consuelo Battiston) rompe tutti i livelli entrando in comunicazione con il pubblico, aggirandosi spaventosa persino fra le poltrone della platea, Spallanzani resta più distaccato, è incubo, ma senza infierire.

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Menoventi, L'uomo della sabbia - foto di Arianna Lodeserto
Menoventi, L’uomo della sabbia – foto di Arianna Lodeserto

 

Dopo aver visto questo spettacolo non sono stata in grado di parlarne per un po’. Mi era rimasta addosso una sensazione, ma non si formava un giudizio. E’ stata una bellissima sorpresa rendersi conto che era esattamente l’effetto ricercato.

Dall’intervista, disponibile on line, a Gianni Farina per EquipèCo di Azzurra De Gregorio:

“La genesi dei nostri lavori deve moltissimo alla casualità dell’improvvisazione, quindi al caos interiore dell’attore. […] Rubando una terminologia alle ricerche evolutive di Bateson, lo definiamo metodo stocastico, che sembra un parolaccia, invece… Stochazein significa indirizzare molte frecce verso un bersaglio, cioè diffondere gli eventi in modo parzialmente casuale, affinché alcuni di essi abbiano esito più favorevole rispetto ad altri. Partiamo dal lancio di quante più frecce possibili (l’improvvisazione) per fare in modo che il centro (la tematica di partenza) sia tempestato di proposte e venga da esse definito (scrittura scenica). […] [Lo spettatore] È il cardine di tutto […]. Io lo definisco come spettatore determinato, cioè uno spettatore pronto a tutto in primo luogo (vedi Postilla, dove per poter fruire dell’opera, lo spettatore deve cedere la propria anima al Diavolo – il contratto scenico come vedi è una questione molto importante per noi) ma anche determinato da altri, cioè puro elemento del sistema teatrale, contemplato nella narrazione e previsto dalla scena”.

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Menoventi, L'uomo della sabbia
Menoventi, L’uomo della sabbia

 

Uno spettatore mi ha detto che avevo assistito al funerale di un’opera. Infatti, probabilmente, quella del 14 Gennaio è stata l’ultima volta sulle scene per L’uomo della sabbia. Ma non è forse vero che ogni volta che si va in scena si assiste al commiato di uno spettacolo? Muore ogni volta e ogni volta ricomincia a vivere, ma non è ben chiaro quando questo avvenga. Forse non hai mai smesso di vivere. Forse il teatro è la morte nella vita. Forse il teatro è la vita nella morte. Un’eco. Certamente L’uomo della sabbia, con il suo lavoro sull’improvvisazione e la ripetizione, restituisce, meglio di tanti altri lavori, questa intrinseca natura dello spettacolo dal vivo. Tamara Balducci, parlando del regista Gianni Farina, l’ha definito il deus ex machina dello spettacolo. Funambolico burattinaio o meno la sua regia è elegante, controllata, intelligente, interessante e coinvolgente. Rendere collettivo un processo di pensiero individuale non è da poco. Ancor meno facile è convincere uno spettatore a deporre le armi, sottoscrivere il “patto col Diavolo” e rifiutarsi di giudicare, godendosi semplicemente il momento. O l’eco del momento. A ripetizione…

 

LORENA FONTI

 

Visto il 14 Gennaio 2016 a Faenza, Teatro Masini

 

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