Muller e Rohrwacher giocano a Magiong
Muller e Rohrwacher giocano a Magiong
Marco Muller e Alice Rohrwacher giocano a mah jong all’Osteria del Pan Cotto

Marco Müller, Alice Rohrwacher e il mah jong. È un ritratto che ha del surreale quello nella foto scattata per l’ultima serata di Cinema Km Zero. Un po’ come le circostanze che hanno portato l’ex direttore della Mostra del Cinema di Venezia, fresco di nomina a Macao, a curare la rassegna di quattro giorni all’Osteria del Pancotto, circolino Endas di Gambellara, un paesino del ravennate il cui centro conta sì e no 300 anime. Qui, dopo i cesenati ZapruderFilmmakersgroup e il triestino Alberto Fasulo, ha voluto al suo fianco la giovane regista premiata col Grand prix della giuria a Cannes per Le Meraviglie.

La chiave metaforica di tutto è proprio il gioco da tavolo orientale, radicato in Cina almeno quanto nella provincia di Ravenna. Un simbolo internazionale intriso di significati estremamente locali, a chilometro zero, proprio come gli sguardi fissati nelle pellicole scelte da Müller.

Lo aveva contattato, nemmeno tre mesi fa, Luigi De Angelis (regista e autore di Fanny&Alexander) per qualche consiglio su una possibile rassegna. Lui ha rilanciato alla grande, rendendosi disponibile a curare l’intero programma. Così, fra Svizzera, Cina e Italia, è arrivato a Gambellara per accogliere i suoi registi, traghettatori – come ama definirli lui – che accompagnano il pubblico da una sponda all’altra delle loro pellicole.

Müller, ricorda quale è stata la scintilla del suo amore per il cinema? «Da antropologo ed etnomusicologo, una volta laureato sono andato in Manciuria a studiare. Mi sono ritrovato a 22 anni in un luogo in cui quando andavo a comprare una lampadina per il dormitorio gli abitanti si affollavano per vedere ‘un europeo bianco con la barba’. Le biblioteche erano chiuse agli stranieri, potevo solo andare al cinema. Erano pellicole nord coreane, albanesi, qualche thriller rumeno stagliuzzato dai censori della Rivoluzione Culturale. Dopo il cambiamento politico dell’ottobre 1976 sono saltati fuori i film prodotti tra il ’49 e il ’65 e ho capito che c’era tutta una mappa della cinematografia cinese che andava ritrascritta. E così ho fatto».

Qual è il significato di un festival del cinema oggi. Oltre alla linea del curatore, quale segno deve lasciare? «Quando mi hanno chiesto curare il festival di Rotterdam mi sono dovuto confrontare con una realtà che conoscevo poco. Ho capito che questi macro eventi hanno senso solo se possono raddoppiarsi, mettendo accanto ai film che riteniamo più interessanti anche quei film che ancora devono nascere: non è solo dare il modo a un regista di raccontare i suoi sogni, ma assecondare la concreta necessità di metterlo in rapporto i con potenziali partner».

Dall’altra parte invece c’è il pubblico, sempre più connesso e dinamico nel cercare forme di partecipazione…

«Non esiste il pubblico come entità astratta. Ci sono gruppi di spettatori diversi tra di loro per abitudini culturali, formazione, con i quali si deve dialogare. Bisogna fare una radiografia che, se fatta bene, dà un risultato sorprendente. L’ho sperimentato a Locarno, la mia terza grande palestra dopo Pesaro e Rotterdam. Quando abbiamo fatto vedere sulla Piazza Grande in prima internazionale Speed, con Keanu Reeves e Sandra Bullock, il film successivo era di Abbas Kiarostami, proposto alle stesse 10mila persone che avevano appena visto il filmone d’azione hollywoodiano».

D’accordo ma in quanti arrivarono alla fine? «Quando su 10mila persone se ne vanno 1500 dopo un’ora di Kiarostami vuol dire che hai conquistato gli spettatori. Un altro esempio: proiettammo The Full Monty in anteprima mondiale, e mi presi del folle dal produttore (uno dei maggiori degli Studios) perché il film era troppo piccolo. Dopo la standing ovation a Locarno triplicarono le copie in distribuzione per l’Europa».

E nei più famosi festival italiani, penso a Venezia, vale la stessa dinamica? «La Mostra di Venezia avrebbe tantissimo potenziale ma è parte di un’istituzione pesante. Ho provato a sperimentare a Roma con il premio del pubblico. Bisogna sempre sapere che distanza c’è tra il festival e i gruppi di spettatori: si può stare 50 metri avanti, per poter fare quello scatto necessario per spingersi ancora oltre, ma non ha senso stare a un chilometro».

Ora invece sarà al primo festival di Macao. Ormai lei è diventato un ponte tra Estremo Oriente e Europa. Come si muoverà? «Sono partito dalla Cina, prima o poi dovevo tornare. Altre volte sono stato chiamato a Pechino e per il Festival della Via della Seta. Mi sono reso conto che è difficile il dialogo con chi il cinema lo vuole fare vedere e circolare, almeno quando lo si vuole fare direttamente dai centri nevralgici di tutte le discussioni ideologiche. Con il governo di Macao e i produttori abbiamo elaborato un progetto di festival che si svolgerà nella prima metà di dicembre».

Come vede il rapporto tra l’industria mainstream e l’avanguardia? C’è il rischio che le logiche di mercato riflesse anche nei festival schiaccino la creatività? «Si può cercare di tenere alto l’orizzonte speculativo, ma allo stesso tempo si può portare avanti un cinema di ricerca. È la sfida del contemporaneo: cercare qualcosa che testimonia un’urgenza e allo stesso tempo è spirito di un tempo e un luogo. Come Alice Rohrwacher, che sta al centro di una tribù di cineasti non riconciliati che si aiutano tra loro. È un meccanismo che consente un quoziente di originalità molto superiore alla media. Ma i festival non scoprono film o registi, possono però rendere eccezionale un primo momento di conoscenza».

E lei, da produttore, dove vede il futuro del cinema? «Paradossalmente Cineasti del presente, a Locarno, ha lo stesso nome di 20 anni fa. Io penso invece che il discorso vada allargato. Quando mi sono messo a cercare i cineasti italiani che mi interessavano ho trovato un terreno fertile nel teatro e nelle arti visive. Andavo a vedere gli spettacoli di Fanny&Alexander, della Societàs Raffaello Sanzio, dei Mothus. Ho preso la palla al balzo quando da Benetton è arrivata la proposta di andare a creare la parte cinema di Fabrica. Il ragionamento costante era: quali sono i registi ai quali dare la possibilità di raccontare una propria verità?».

Che cosa cerca in un film? «Non voglio che mi porti vaghe notizie di un mondo che non conosco, ma che mi dia esperienze di altre persone del mondo che non riuscirei mai a vivere se non dimenticando chi sono per 90, 100, 120 minuti. È un vedere il mondo con gli occhi di un altro e sapere che quel film in qualche modo mi ha cambiato. Ma soprattutto i film più appassionanti sono quelli che hanno bisogno di uno spettatore attivo».

E qual è l’impegno dello spettatore? «Beh, il regista è come un traghettatore su una barca che ha bisogno che tu faccia un salto per salire a bordo e un altro per scendere sull’altra riva. Allo stesso modo, i film più interessanti per me sono quelli in cui il regista ti dice come guadare il fiume, indica quali sono le pietre, ma lascia a te il primo e l’ultimo passo, i più pericolosi. È il fascino di lasciare che le storie si completino da sole. Lo abbiamo visto durante Cinema Km Zero, con Zapruder, Fasulo e Rohrwacher: in tutti c’è un momento in cui il montaggio del regista si ferma perché è giusto che continui nella testa dello spettatore».

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