Suffragette (1)Era il quattro giugno del 1914 quando Emily Wilding Davison si recò alla pista londinese di Epsom Downs – il più grande tracciato equestre al mondo – portando con sé due bandiere a sostegno del movimento suffragista del Regno Unito, organizzazione tesa a promuovere l’emancipazione femminile e il diritto al voto per le donne (da cui il sostantivo suffragette, crasi tra suffrage, appunto «diritto di voto», e il suffisso –ette, importato dalla Francia ma di uso comune, anche nei paesi anglofoni, per indicare elementi femminei). Durante la corsa, avendo fatto irruzione sul circuito con l’intento di assicurare una delle due bandiere al cavallo di Re Giorgio (affinché la causa ottenesse visibilità sempre più ampia), la donna venne travolta dal passo dell’animale, riportando fratture su tutto il corpo e un trauma cranico irreversibile, che l’avrebbe portata alla morte pochi giorni dopo.

Suffragette (3)L’episodio, opportunamente romanzato, costituisce, a pochi minuti dalla conclusione, il momento centrale di Suffragette, ricostruzione di alcuni tra gli eventi più importanti nella lotta sostenuta dalle donne britanniche del primo ‘900 per il conseguimento dei propri diritti civili, istituiti dal parlamento del loro paese solo nel 1928 (e difatti i titoli di coda del film riportano l’elenco delle nazioni che hanno fatto altrettanto, ordinato secondo criteri cronologici: in testa ci sono Isola di Man e Nuova Zelanda, avallatrici del suffragio femminile alla fine dell’Ottocento, e in fondo c’è l’Arabia Saudita, dove le donne possono votare dallo scorso anno). La sceneggiatrice Abi Morgan, già responsabile della biografia per immagini di Margaret Tatcher (The Iron Lady, ossia «la Lady di ferro», diretto nel 2011 da Phyllida Loyd), e la regista Sarah Gavron, però, hanno scelto di inquadrare i fatti storici nella vita fittizia di Maud Watts, lavandaia condannata a un’esistenza miserabile ma da questa scappata, nonostante l’ostracismo della famiglia e delle istituzioni, grazie all’attivismo di alcune colleghe e alle teorie egualitarie della loro guida, la fondatrice della Woman’s Franchise League («lega per il diritto di voto alle donne») Emmeline Pankhurst.

Suffragette (2)Malgrado la bravura delle interpreti, da Carey Mulligan nel ruolo di Maud a una sempre impeccabile Meryl Streep nei panni della Pankhurst, fino all’infaticabile Edith Ellyn (ispirata alla professoressa Edith New) di Helena Bonham Carter, la pellicola risulta tanto elegante e ricercata, soprattutto nella rievocazione dell’amaro e talvolta feroce grigiore pre-industriale dell’epoca, quanto, purtroppo, fasulla, un po’ come i volti delle tre suddette attrici nelle locandine sia inglesi sia internazionali, tutti e tre a tal punto ritoccati con Photoshop da rendere irrilevante una differenza anagrafica in realtà piuttosto vistosa (tra la Streep e la Mulligan ci sono 36 anni, tra la seconda e la Carter altri 20). Se i temi principali di Suffragette – l’opposizione a uno schema sociale iniquo, la necessità di riconoscersi in una causa condivisa e sacrosanta, la vitalità e il coraggio delle figlie della classe operaia – vengono affrontati con amara sincerità e un salubre margine di disincanto, la stessa cosa non si può dire, invece, dell’impianto visivo in genere adottato dal film, in pratica una discesa negli inferi di una Londra emarginata e proletaria resa tuttavia un po’ scolastica dalla lapidaria sentenziosità dei dialoghi, dalle oscillazioni sin troppo raffinate della macchina da presa e da riprese in cui lo squallore esistenziale e la sporcizia cittadina del periodo vengono impacchettati concedendo spazio eccessivo al format da cartolina pubblicitaria.

Suffragette (4)Benché mai dolciastra, la regìa risuona inerte, anonima, impersonale, troppo costruita per suscitare vera indignazione, troppo impostata su ritmi televisivi per consentire una lettura attualizzante; la scrittura, dal canto suo, occupa e opprime ogni fotogramma col recinto di una narrazione didascalica, così innamorata dei propri vezzi melodrammatici da scordarsi, in più di un’occasione, della storia rabbiosa che avrebbe dovuto raccontare. Certo, è difficile immaginare un Suffragette impaginato con lo stile furioso e aggressivo di Sweetie (1989) di Jane Campion, o con l’irruenza dolente del pur irrisolto Sulla Terra Come In Cielo (Between Heaven And Earth, 1993) di Marion Hänsel (oppure ancora con la sofferenza devastante di Wendy And Lucy [2008] di Kelly Reichardt), ma di fronte a tanto potenziale drammaturgico diluito in composizioni sceniche all’insegna del formalismo è parimenti difficile trattenere il disappunto.

Suffragette (5)C’è in realtà, nell’opera di Morgan e Gavron, almeno una parentesi di vera emozione. Mi riferisco alla sequenza in cui Maud porta il figlio in visita dalla dottoressa Ellyn e, dopo aver osservato gli attestati e i diplomi incorniciati alle pareti (nonché dopo aver masticato nell’animo l’abisso di opportunità intellettuali, culturali e formative che separano una donna della media borghesia da un’operaia di fabbrica), domanda a quest’ultima se sia «una suffragetta». I consider myself more of a soldier («Mi considero più come un soldato»), le risponde la donna, ottenendo da Maud uno sguardo pieno di affetto sororale, ammirazione, inaspettata solidarietà e forse, come scopriremo più avanti, desiderio di riscatto, personale e collettivo. Si tratta di un attimo, per di più racchiuso in poche immagini, ma è sufficiente a sintetizzare con efficacia tutta l’esitazione e, al tempo stesso, la diversità inesauribile (di prospettiva, di atteggiamento, di considerazione di sé) di due voci femminili stanche di sentirsi proprietà altrui e di osservare i dettami della morale corrente (oggi come allora, verrebbe da dire, perché dalla Londra del 1914 alla Woman Is The Nigger Of The World di John Lennon, dal femminicidio nel nostro codice chiamato “delitto d’onore” alle migliaia di abusi nascosti sotto l’ombrello del matrimonio, molto ancora resta da fare). Un attimo che custodisce un mondo di pensieri, sensazioni, passioni e, finalmente, di cinema.

Gianfranco Callieri

SUFFRAGETTE

Sarah Gavron

Uk – 2015 – 106’

voto: **1/2   

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