JUKEBOX (3)«Gentile Signor Saturno,

da tanto non le scrivo, e me ne scuso, ma ho girovagato parecchio alla ricerca di un locale che avesse qualcosa da dirci, che contenesse, voglio dire, una storia legata alla città in cui esiste, per cui valesse la pena, insomma… E mi son chiesta, tra l’altro, se in una città così resistente all’idea di diventare adulta, con una gran voglia di essere internazionale, di apparire anche quando non ha più molto da dire, come appunto la Bologna di oggi, dove gli adolescenti sognano lo stile degli anni ’50 e il pubblico frequentante i locali ringiovanisce a vista d’occhio, dove pare stiano tutti bene, benissimo, e tutti facciano arte e installazioni, anche in una città come la nostra – mi chiedevo – c’è una qualche nostalgia? Esiste un rimpianto di quella vecchia Bologna, quella in grado di produrre a ogni angolo scorte inesauribili di novità da raccontare? Quella che ci faceva sentire, venendo dalla provincia, altrove? C’è qualche vuoto da colmare? Dato il successo del Jukebox Café di Via Mentana, nato dall’intreccio ideale e concreto tra i gestori di due istituzioni – l’Osteria dell’Orsa e il Covo Club – della vita sociale bolognese, dovremmo proprio rispondere di sì, c’era persino qui uno spazio vuoto, o almeno una lacuna, dove giovani e meno giovani potessero convivere senza divorzi burrascosi, mescolando anzi passato, presente e musiche varie, tutti cuciti assieme dalla consapevolezza di poter trovare nei dischi non solo un suono ma un respiro, una filosofia, un modo di vivere.

JUKEBOX (2)Già, perché la scenografia e le proposte del Jukebox sono organizzati come una partitura punk-rock, con il selettore dei CD (il jukebox, appunto) attingibile a piacimento, in fondo al locale e i piccoli menù legati sui 45 giri, le riviste di musica accanto alla vetrina e i piatti chiamati col nome di altrettanti mostri sacri dell’immaginario r’n’r. Le proposte – hamburger, French toast, cocktail classici e originali – strizzano l’occhio a quell’altrove con cui siamo cresciuti e in cui spesso abbiamo desiderato essere, e inoltre, cosa da me assai gradita, evidenziano una speciale attenzione alle materie prime della zona (il pane, per dire, è quello imbattibile del Forno Calzolari) e un particolare riguardo alle esigenze dei vegetariani e dei vegani. Ma al di là del gusto squisito delle zuppe, dei dolci, della tempura delle verdure di stagione (tocco d’oriente portato in dote dalla chef Saori), dei pancake, delle birre o dello spritz al melograno, o dei numerosi drink originali e inventivi, a colpire, nell’atmosfera del Jukebox, è quel soffio davvero cosmopolita per cui gli stranieri, senza distinzioni di provenienza, possono sentirsi a casa, fin dall’ingresso, come se tra Bologna, New York, Parigi, Londra o Berlino, una volta tanto, non ci fosse alcuna differenza.

JUKEBOX (1)E tutto questo – mi creda – è dovuto non a un codice di riferimento condiviso in base al quale (purtroppo!) certi locali si assomigliano in tutto il mondo, ma alla bibliografia esibita del luogo, al suo essere estensione e compimento del lascito generazionale di chi, tanti anni fa, ha pensato di cambiare il pianeta e ridurne le distanze con i riff scorticati di una chitarra e oggi, cambiati i tempi e le persone, sente ancora la necessità di ritrovare un linguaggio comune – il denominatore minimo del rock come sguardo sulle cose della vita – affinché le esperienze del passato ci permettano di leggere con maggiore attendibilità quelle contemporanee. Al Jukebox, tutti immersi in un tempo mitico (fatto di gruppi e solisti, dell’epopea delle New York Dolls fino all’indolenza ruvida dei Pavement), siamo ognuno parte di ogni altro. E se bolognesi di vecchio stampo e universitari appena iscritti sono qui, per la merenda con un brownie o per le uova strapazzate della colazione, non lo si deve all’asservimento culturale o all’esibizione dei reciproci trascorsi: è un modo per esprimere la nostra gratitudine verso chi, con le proprie canzoni, ci ha aiutato, ispirato, arricchito. E io, mentre aspettavo il mio Jukebox Burger, non mi sono fatta scappare l’occasione di metter su una canzone al Jukebox, dove ho selezionato un brano di Nick Drake. Lei potrebbe non trovare il Suo Bruce Springsteen, ma Willie Nelson sì, quindi forza, si sbrighi un po’, a venirci con me, perché l’assortimento delle musiche cambia tutti i mesi.

                                                                                                     Sua,

                                                                                                     Gelsomina Sperabene»

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