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Norah Jones delle meraviglie – baciata dalla fortuna ma anche da un talento rivelatosi non comune. Ha fatto due dischi, i primi, che le hanno garantito introiti a vita e teatri sold out praticamente per sempre – ma su quella sorte benevola ella non si è certo adagiata: quasi quindici anni dopo si è ritagliata un posto di rispetto nella musica americana che conta, tutto meritato – non per nulla a scoprirla fu il grande Arif Mardin, l’uomo con le migliori orecchie in città. Prima di tutto non si è piegata allo stereotipo che la voleva cantante jazz bensì si è addentrata nella musica americana tutta, prendendosi plausi da suoi dichiarati ammiratori, con i quali peraltro ha collaborato magnificamente, come Willie Nelson, Bob Dylan, Herbie Hancock, Kris Kristofferson, Jack White, Keith Richards (chi più americano di lui?), Ray Charles, Dolly Parton, Ryan Adams: in poche parole, è andata alla ricerca del Sacro Graal, della magnifica, sfuggente Musica Cosmica Americana. E lei, Norah, che proprio non la classifichi: non è jazz, non è country, non è folk, non è blues – e tutte queste cose insieme, come lo erano la Band, Gram Parsons o Hank Williams.

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Dal vivo tutto ciò lo vedi, anzi, lo tocchi con mano. Ogni volta che sale sul paco non è una messa pop bensì vedi che l’ex ragazza adesso mamma ha le idee chiare, ha il groove innato e ha sempre voglia di stupire. Day Breaks, il suo bel recente album, è un ritorno alle sue origini, è più marcantamente jazz anziché roots come molte delle uscite degli ultimi anni – ma non è nemmeno la copia carbone di Come Away With Me (2002): vive, anzitutto, di esperienza, quella degli ultimi lustri vissuti nella musica, e di trasformazione – e se la si segue, Norah ricambia con grande deepness.

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Il Teatro degli Arcimboldi di Milano risponde bene a tutto ciò – segue appunto Norah nei suoi umori, anche se è abbastanza evidente che un po’ delle platea fosse lì per le solite I Don’t Know Why e Sunrise – lei paga lo scotto, accontenta ma offre pure tanto altro. Per esempio, il nuovo disco mostra tutta la propria inusitata bellezza: nei ritmi dispari del brano guida, nell’inappuntabile storytelling Tragedy oppure nella stupenda Burn che si muove sinuosa fra Terry Callier e Gil Scott-Heron. O anche nella strepitosa cover di Neil Young, Don’t Be Denied: già nell’album è uno standout dell’intera carriera della figlia texana di Ravi Shankar – dal vivo semplicemente prende il volo sulle ali di una liricità unica ma anche degna di una delle grandi passioni della cantante, la Band.

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Naturalmente quello di Norah è oramai un repertorio solido, che in molti casi si merita etichetta di classico, e a ragione: fra la ben rivisitata I’ve Got To See You Again o la strappa applausi Come Away With Me, colorata con un seducente twang country degno di Patsy Cline, piuttosto che la waitsianissima My Dear Country (nell’occasione, preghiera per le elezioni? Sarà per la prossima volta, vista la cronaca odierna…) o The Long Way Home, regalo di una dozzina di anni fa a Norah proprio di Kathleen Brennan/Tom Waits, o ancora la gran jam molto Neil Young Stuck, tutto gira nel senso buono, quella della grande musica che la Jones non ha mai fatto mancare.

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Dato per scontato che fra le tante cose che ella sembra far bene vi è anche lo scrivere canzoni, lei nata come interprete, è spontaneo segnalare la cristallina bellezza di Flipside, con la band in gran tiro – e a tal proposito è molto mancato Rosie’s Lullaby, pezzo del 2007 che davvero merita di essere ricordato fra il meglio del suo intero repertorio… alla prossima! E visto che Norah ha un caro, segreto amico segreto che ha appena vinto il Nobel alla letteratura, perfetto è il congedo con How Many Times Have You Broken My Heart?, peraltro nell’ambito di bis con microfono ambientale per bell’effetto campfire: ossia parole di Hank Williams musicate dalla Jones su ispirazione di Bob Dylan, che ideò l’intero The Lost Notebooks Of Hank Williams (2011), l’album dove appunto si trova l’originale. Ricercata anche in questo. Per il resto: grandi applausi!

CICO CASARTELLI

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