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Quando vi fu di far un’intervista promozionale a Another Self Portrait (1969-1971) (2013), alla domanda come accadde che egli finì a suonare con Bob Dylan, David Bromberg rispose che più clamoroso non si poteva: «Easy, Bob Dylan doesn’t play with losers!». Esatto, Bob Dylan non suona con degli sfigati! Da quell’epoca con Bob, e ancora prima con Jerry Jeff Walker, di acqua sotto i ponti ne è passata molta: quello che ci sentiamo di dire è comunque che Bromberg negli anni Settanta ha dato vita ha una delle più belle discografie americane, testo base per chiunque venti-venticinque anni dopo, da Bruce Springsteen modello Seeger Sessions (2006) in giù, si sia cimentato con la musica roots.

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Dopo quel fantastico run di album di decenni or sono, Bromberg è andato avanti on and off, nel senso che i lunghi silenzi che lo hanno caratterizzato sembrano essere quelli di chi vede la vita non in senso univoco: insomma, oltre alla musica vi è tanto altro. Lo capiamo – e lo applaudiamo. Adesso, però, arriva The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues, culmine del ritorno anni Zero/Dieci – ovvero il quarto disco dal 2007 a oggi, lavori tutti di gran classe e con immutata verve rispetto agli anni Settanta. Detto in breve: Bromberg è un geniale artigiano come ce ne sono pochi, maestro di stile, di portamento e naturalmente di musica.

David Bromberg con Larry Campbell
David Bromberg con Larry Campbell

L’occasione, del resto, è di quelle speciali – già, perché dopo l’eccellente Only Slightly Mad (2013), ecco che di nuovo Larry Campbell è dietro la consolle – e ciò vuol dire due grandi sidekick di Bob Dylan al lavoro assieme. E nel caso di Larry, grande sidekick anche del compianto Levon Helm. In poche parole, occasione di quelle che The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues onora che è un piacere.

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Il disco, va detto, è quasi tutto di cover: reinventate in modo genialoide, al pari di come accade in molti dischi di Ry Cooder. La forza di David Bromberg è quella di eviscerare i pezzi che affronta come sanno fare pochi altri – e qui ne dà ennesima riprova. Metteteci, poi, che l’alchimia con Campbell è ben tangibile, e il gioco è fatto. La nonchalanche con cui si passa dai fiati spinti e molto Bobby Bland di Why Are People Like That (Bobby Charles) al blues molto Chicago di Walkin’ Blues (Robert Johnson), dalla destrutturazione in chiave folk di A Fool For You (Ray Charles) alla sciolta reinvenzione del traditional 900 Miles, spiega perfettamente le qualità del disco: di alto livello. Se proprio si vuol trovare il meglio di The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues, eccovi accontentati: Delia, generalmente numero attribuito a Blind Willie McTell anche se molti studi narrano che l’origine sia rintracciabile alle Bahamas, che Bromberg già fece nel suo omonimo debutto (1971) e alla qual versione probabilmente Bob Dylan si è rifatto per poi immortalarla in World Gone Wrong (1993): David e Larry con poco creano, di nuovo, un’atmosfera affascinante, tesa e oscura per una delle grandi murder ballad di sempre della musica folk yankee. Applausi a scena aperta.

David Bromberg con Veronica Sbergia e Max De Bernardi – Nembro (Bergamo), 2012
David Bromberg con Veronica Sbergia e Max De Bernardi – Nembro (Bergamo), 2012

Molto belli anche i due pezzi originali del lotto. Il primo è il canicolare lungo blues This Month, fiume di parole che da sempre in tal guisa Bromberg è un maestro nello sciorinare. Il secondo è invece You Don’t Have To Go: riff-one di quelli che squarciano l’aria e, peraltro, in cartacarbone di Sweet Home Chicago, con David che racconta di amore e di ossessione madidi anche da un affilatissimo fiddle, naturalmente nelle preziose mani di Campbell. Esatto: il blues, il blues pieno e nient’altro che il blues – tutto per eccezionale mano di David Bromberg!

CICO CASARTELLI

DAVID BROMBERG – The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues (Red House)

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