La concezione dello spazio di Nella selva chiara. Un viaggio nelle fiabe che parla ai sensi, applicata al dispositivo scenico, fa sì che questo si sottragga alla funzione metaforica e si configuri esso stesso come “oggetto mostrato”, affermando un’essenza primitiva, intrinsecamente non suscettibile di un surplus di elaborazione: ha rimandi propriamente rinascimentali il rapporto che Angelica Zanardi, promotrice e anima di Fienile Fluò, instaura con il luogo che accoglie la performance itinerante, articolata in sette stazioni sceniche e allestita attorno a questo elegante «agriturismo e factory artistica sulle colline bolognesi».

È di marca squisitamente rinascimentale anche l’idea di bellezza che pare sottendere alla composizione registica: equilibrio di segni opposti, compostezza formale, eleganza e morbidezza dei singoli elementi, sempre utilizzati in senso decorativo.

 

 

Poche decine di persone si muovono fra i diversi spazi, scenicamente abitati da due figure complementari: la stessa Angelica Zanardi e la danzatrice colombiana Isabel Cuesta: trasparente, comunicativa, estroflessa la prima; buia, misteriosa, flessuosa la seconda.

A ogni stazione corrisponde un cambio d’abito e d’atmosfera, per procedere in un viaggio che ha per oggetto le fiabe, o meglio: il rapporto che un io adulto ha con il proprio sé infantile e fiabesco, che il testo di Allegra de Mandato scompone in elementi primari, pienamente intelligibili.

Nella narrazione di Nella selva chiara, ascoltando il filo di parole che ci giunge come dal passato, il suono del teatro sembra lo strumento evocatore di un mondo simile al sogno, un’esperienza di realtà non ordinaria, dove il familiare può diventare estraneo ma dove anche, al contrario, la dimensione fantastica diventa familiare e il mito riappare.

Perché questo accada si tratta di stabilire l’autenticità della relazione umana con i luoghi in cui l’evento si svolge (in questo caso garantita dalla biografia della stessa Zanardi): arrivare a una dimensione di reciprocità.

La lingua fornisce le pietre, parole sulle quali la storia accelera, come l’acqua di un torrente che avvolge, con salti e balzi improvvisi, con ritorni all’indietro e rallentamenti, negazioni e svelamenti. Il potere evocativo che il suono della parola poetica fa emergere ha una forza che può superare quello della visione. E rafforzare il senso di appartenenza a una comunità che condivide un paesaggio e una memoria di quello che in quel luogo è già accaduto.

 

 

Il montaggio di Nella selva chiara procede per selezione e giustapposizione di codici diversi, a coinvolgere i sensi dello spettatore: un’attitudine all’immersività che inscrive questa proposizione in un panorama, affatto contemporaneo, volto al radicale ripensamento dei modi, o meglio delle funzioni, del performativo.

Nella selva chiara propone un trattamento delle fiabe eminentemente italiano: la nostra più autorevole letteratura sull’argomento (le idee cioè dei maestri del folklore nostrano che sono stati anche i primi e più attenti ricercatori di meraviglie, di canti e di tradizioni popolari) nega che il nostro Paese possieda una vera inclinazione creativa per il feroce: «Da noi» dice Italo Calvino «la naturale barbarie della fiaba si piega ad una legge d’armonia. Non c’è qui quel continuo informe schizzar di sangue dei Grimm, è raro che la fiaba italiana raggiunga la truculenza».

Una legge d’armonia.

Chi la desidera, salga in collina.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Nella selva chiara. Un viaggio nelle fiabe, visto a Fienile Fluò (via Paderno 9, Bologna) il 12 luglio 2017 – lo spettacolo è in scena fino al 3 agosto, tutti i mercoledì e giovedì alle ore 21.30 – info: fienilefluo.it

 

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