Il desiderio segreto dei fossili - foto Nicolò Puppo

 

Dorotea, Anastasia, Despina, Fedora, Zobeide. E Petronia: come non aggiungere quella abitata da Francesco d’Amore, Luciana Maniaci e David Meden alle cinque città desideranti raccontate da Italo Calvino nel 1972?

Questa, così come quelle, si potrebbe dire con l’amato scrittore costituisce «uno spazio in cui entrare, girare, magari perdersi, ma a un certo punto trovare un’uscita, o magari parecchie uscite»: è pieno di strati, pertugi, cunicoli e aperture (dalla filosofia alla teoria degli atti linguistici di J.L. Austin) Il desiderio segreto dei fossili, spettacolo che con salvifica leggerezza avvicina temi smisurati (il rapporto fra progresso e stasi, o addirittura fra eternità e caducità), indagando il valore performativo delle parole (ancora Austin) e il loro statuto.

In un passo del Timeo, Platone definisce l’essere eterno, cui solo si addice l’«è», come «immobilmente identico»: pare ben ricordarlo, il talentuoso duo siciliano-pugliese (ma torinese d’adozione) nell’allestire Il desiderio segreto dei fossili: «Nulla è mai accaduto a Petronia. Gli abitanti sono 73, da sempre. Nessuno nasce e nessuno muore, perché nel paese di pietra non c’è acqua dunque non c’è vita. Pania da quando ha memoria aspetta un bambino che non partorirà mai. Sua sorella Amita, l’unica donna in paese rimasta sola, senza marito, spaiata, sogna di poter dar fine alle sue sofferenze, ma non potrà farlo mai. Un giorno però un personaggio di una serie tv scivola oltre lo schermo, in carne e ossa. Si chiama Jhonny Water, è un marinaio e porta con sé l’acqua. L’equilibrio del paese si inclina. Le cose iniziano ad accadere. Pania partorisce, Amita si innamora. Gli altri abitanti di Petronia scoprono le passioni, la vendetta, la colpa, i desideri, la gioia. La vita erompe. Ed è tutta colpa dello straniero venuto dal mare».

Il desiderio segreto dei fossili è luogo di felicissimi paradossi: l’immobilità è raccontata con gran ritmo d’attore, le infinite ripetizioni della vita a Petronia sono occasione di mille piccole invenzioni specificamente teatrali. Diversamente da molte proposizioni odierne che fanno dell’ibridazione fra discipline e della non definibilità la loro peculiare cifra (a volte con esiti altissimi e di assoluto interesse, ça va sans dire), in questo spettacolo la ridda di giochi tra gli attori e tra palco e platea sono segno di un artigianato, di un immaginario e di modus operandi pienamente, anticamente, solidamente teatrale.

Tutto concorre a far esplodere la vicenda raccontata. Ad atomizzarla, rendendola propriamente universale: smaccatamente finta (anche dal punto di vista della scena: polistirolo, quinte che cadono, …) e perciò profondamente vera.

 

Maniaci D’Amore – foto Federico Botta

 

Dal punto di vista drammaturgico, è alla struttura metaforica che Il desiderio segreto dei fossili deve parte del proprio incanto e, in senso assai preciso, della propria connotazione poetica: l’esperienza dello straniato-attore e dello straniero-spettatore si realizza grandemente nel medium della lingua, che è lingua di immagini.

«La ricerca del tempo perduto e di ciò che ne ha preso il posto» si potrebbe dire con Peter Szondi là dove riflette sulle Immagini di città di Walter Benjamin «non è meno legata alla lingua del tentativo di appropriarsi di ciò che si viene trovando. Nome e immagine sono i due poli di questo campo di forze».

Vale almeno nominare un altro dei «poli» fra cui si muove lo spettacolo di Francesco d’Amore e Luciana Maniaci: pars destruens vs pars construens, per stare con Socrate: distruzione, desolazione, disillusione, annichilimento e un bimbo che, nonostante tutto, arriva.

Tempo (eternamente) presente vs tempo futuro (prossimo).

Infine. Lo spettacolo è costruito con grande ironia, termine da intendersi sia nell’accezione (ancora una volta socratica) di distacco da ciò di cui si parla che come sacrosanta allegria: è pura gioia, questo Desiderio. Pare persino che anche gli attori si divertano come pazzi, sulla scena.

Se non è vero, ce lo fan comunque credere, dunque va bene così.

Va molto bene così.

 

MICHELE PASCARELLA

  

Visto il 6 agosto 2017 – info: terrenicreativi.it, maniacidamore.it

 

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