Un esperimento interessante quello attuato dal regista Craig Gillespie nel suo ultimo film “I, Tonya”, nel quale crea un’atmosfera a cavallo tra realtà e finzione, tra documentario e fiction, dialogando e coinvolgendo continuamente lo spettatore che si sente chiamato in causa, giustificato e quasi obbligato a giudicare la situazione e soprattutto i personaggi.

Il film biografico segue la vita di Tonya fin da quando ha 4 anni e per la prima volta mette piede sul ghiaccio, dimostrando già il suo talento per il pattinaggio artistico. La parabola della sua vita è piena di alti e bassi, di insuccessi e successi, di sofferenze e soddisfazioni, fino a quando non giunge a un punto di non ritorno. Prima donna ad avere la capacità e il coraggio di portare a compimento un triplo axel in una gara nazionale, Tonya si troverà a perdere per sempre l’unica cosa che pensa di essere in grado di fare, resa complice di un incidente che ha coinvolto la sua più temibile rivale.

L’intera storia è costruita su un alternarsi di false interviste – realizzate sulla base di quelle realmente reperite – e fiction vera e propria dove però i protagonisti non mancano di cercare il contatto con lo spettatore, rivolgendo spesso lo sguardo verso la macchina da presa. Uno sguardo che richiede complicità: ogni personaggio cerca di convincere chi lo sta guardando della verità delle sue parole e delle menzogne che gli altri stanno raccontando. Tale tesi si avvalora ulteriormente se si ascolta il discorso finale di Tonya, dove afferma che non esiste un’unica verità, ma tante verità e che lei ha raccontato la sua.

Lo spettatore potrebbe dunque trovarsi già disorientato, chiamato a giudicare ma incapace effettivamente di farlo fino in fondo perché il materiale che gli viene fornito è già per sua costruzione per metà veritiero – o verosimile – e per metà falso – o meglio soggettivo e di parte. A tale smarrimento si aggiunge un crescendo di insofferenza nei confronti di personaggi violenti, inetti ed invadenti. Per quanto Tonya susciti senza dubbio pena nel suo pubblico, non riesce comunque ad assolvere quel ruolo di eroina per la quale tifare fino in fondo. Il primo personaggio disturbante è la madre: autoritaria, violenta, ambiziosa che cerca di realizzare il suo desiderio di fama attraverso la figlia che si trova praticamente obbligata ad esaudirla. Poi c’è il ragazzo e futuro marito di Tonya, Jeff Gillooly, anche lui violento, estremamente possessivo e incapace di rimediare ai casini da lui innescati e di assumersi le proprie colpe. Anche nell’accordo fatto con l’amico, senza dubbio uno psicopatico disturbato, Jeff si dimostra un finto innocente, finto inconsapevole e in realtà complice di quanto accaduto alla rivale di Tonya.

Infine, Tonya. In disperata ricerca di amore e affetto, sceglie di avere al suo fianco semplicemente il primo ragazzo che l’ha guardata e le ha detto che era carina. Un bisogno di amore talmente ingenuo che infastidisce, tanto di più quando, nonostante le botte e le violenze, Tonya persevera fino al matrimonio a restare accanto a un uomo che chiaramente non la merita. Lo spettatore è mosso da profonda pena nel seguire le vicende di una donna che è convinta che quello sia l’unico modo in cui può essere amata, ma prova anche profondo fastidio quando non fa che affermare che non è colpa sua, per ogni cosa, anche quando è evidente il suo errore. Una donna dunque che ha sofferto ingiustizie, ma anche che non riesce ad ammettere le proprie mancanze, tanto che alla fine – nonostante il profondo monologo sulla verità – lo spettatore non è del tutto convinto della sua innocenza.

La parabola costruita dal film attraverso il personaggio di Tonya distrugge progressivamente il mito di sogno americano costruito al principio: una donna che viene dal basso e che grazie al suo talento riesce a raggiungere la cima e il successo, o almeno a sfiorarlo come afferma lei in un’intervista. Alla base di questo mito sembra mancare infatti proprio l’elemento principale: il sogno. Tonya non esprime mai una vera passione per il pattinaggio, ma piuttosto la determinazione a raggiungere il successo, quasi come se l’applauso del pubblico e i riflettori puntati su di lei siano l’unica cosa che importa davvero, e come se la pista di pattinaggio sia l’unico luogo in cui Tonya può fingere di essere la donna forte e determinata che non è nella sfera privata. E forse è davvero così: per una donna che nella sua vita non ha fatto altro che cercare qualcuno che la amasse, il pubblico – sia intra sia extradiegetico – rappresenta l’unico individuo collettivo in grado di fornire quell’affetto che le manca. Attraverso la storia e la personalità di Tonya, il film racconta un falso sogno americano: Tonya non sarà mai l’Eroina, come esplicitato dallo stesso dialogo di Tonya e uno dei giudici di gara che le dice di non incarnare il giusto modello, la giusta immagine di America.

Il film verrà proiettato al Cinema Gulliver (Alfonsine, dal 13 al 16 aprile)

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