Jankel Adler, Autoritratto, olio e tecnica mista su tela applicata su legno, 1924

 

Esperimento: mediante un’unica opera provare a raccontare l’esposizione allestita al Palazzo del Governatore di Parma, visitabile fino a fine febbraio 2019.

Sineddoche: una parte per il tutto.

È con questo spirito che proviamo a guardare Autoritratto di Jankel Adler, olio e tecnica mista su tela applicata su legno del 1924: opera che, fra le molte presenti nell’esposizione parmigiana, può forse meglio di altre sintetizzare le spinte multiformi, finanche divergenti, che essa presenta.

Jankel Adler. Chi è costui? Settimo di dieci figli, pittore e incisore anarchico polacco influenzato da Picasso e da Léger, comunista ed ebreo costretto a lasciare la Germania nel 1933 quando prendono il potere i nazisti che sequestrano dalle collezioni i suoi quadri, insieme a tanti altri, e quattro anni dopo li mostrano a Monaco nell’esposizione della cosiddetta «arte degenerata». Muore il 25 aprile 1949. Alcuni suoi fratelli sono assassinati dai nazisti nei campi di sterminio.

L’opera in mostra a Parma pare di particolare interesse perché sintetizza una via altra rispetto alle due polarità che all’esposizione danno il titolo: se l’Espressionismo afferma il lato emotivo della realtà su quello percepibile obiettivamente e la Nuova Oggettività persegue la rappresentazione del mondo senza trucco né abbellimento, l’autoritratto in questione si pone come interrogazione alla lingua, alla struttura compositiva, agli elementi costitutivi dell’arte grafico-pittorica, nella dicotomia affatto contemporanea di opera come luogo dialogico fra presentazione e rappresentazione.

Ogni discorso sul ruolo e sulle funzioni dell’arte dovrebbe allargarsi a una molteplicità di discipline, essendo essa ontologicamente caratterizzata dalla relazione fra la datità della forma (di ogni forma, in quanto ente) e la necessità di dire qualcosa sul/al mondo, di rimandare all’altro da sé: al suo contenuto di verità, insomma.

A tal proposito: «Per quanto Dante o Tolstoj, Bach o Mozart, Giotto o David intendessero o dichiarassero che la loro arte trattasse di questo o di quello» ha scritto il critico Clement Greenberg, in una pagina che ci pare si attagli perfettamente al presente discorso «le opere di ciascuno di questi artisti hanno un effetto che va oltre qualsiasi cosa specificabile. È questo che l’arte, indipendentemente dall’intenzione degli artisti, deve fare, anche l’arte peggiore: la non specificabilità del suo “contenuto” è ciò che costituisce l’arte in quanto arte».

Anche senza ritenere valida la riflessione di Greenberg in senso generale, essa pare una lente interessante attraverso cui guardare questo autoritratto: opera pensosa senza psicologia, forma deformata, trasformata, informata di segni distanzianti, raffreddanti, annichilenti, espedienti certo utili a tenere a bada ogni sentimentalismo (figlio di una concezione storicamente romantica dell’artista che lotta per esprimere ciò che ha dentro) e al contempo ogni algida riduzione cronachistica, finanche documentaria.

Dal punto di vista formale, il sistema di segni proposto pare in tutto e per tutto figlio della rivoluzione picassiana: con le celeberrime Demoiselles il cambiamento presentito, cercato, perseguito irrompeva finalmente a interrogare il carattere e i limiti della rappresentazione. Facendo crollare una convenzione rappresentativa che aveva dominato lo sguardo almeno dal Quattrocento, il genio spagnolo stravolgeva il principio mimetico posto alla base della figurazione, introducendo la possibile pluralità simultanea della visione.

Adler ha proseguito, pare di poter azzardare, nel solco tracciato dal Maestro, lavorando sulla molteplicità non tanto e non solo dell’oggetto guardato, ma delle lingue, dei segni, delle convenzioni culturali: dei medium.

«Il medium è il messaggio» diceva Marshall McLuhan, uomo saggio.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Parma, Palazzo del Governatore – info: 0521 218889, espressionismoparma.it

 

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