C&C Company ha fatto danzare il tramonto

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Granito - foto di Gino Rosa

 

Carlo Massari e i suoi collaboratori hanno curato la prima edizione di un piccolo, beneaugurante Festival nel  Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa, alle porte di Bologna: cinque appuntamenti site-specific e open air a ingresso gratuito. Noi abbiamo partecipato al gran finale: alcune note, tra Berlinde De Bruyckere, Andrea Zanzotto e John Cage.

Ha un entusiasmo contagioso, Carlo Massari, coreografo e direttore artistico di C&C Company.

Una pervicace pars construens affatto rara in una società (dello spettacolo et ultra) sempre più maltrattante e lamentosa, precaria e malmostosa.

L’avevamo verificato sulla scena, nel 2014 e nel 2015. L’abbiamo ritrovato questa estate, in occasione della prima edizione del Festival Danzare il tramonto: cinque appuntamenti a ingresso gratuito curati da C&C Company nel Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa toccando i territori del Comune di San Lazzaro e del Comune di Ozzano dell’Emilia, in provincia di Bologna.

 

Carlo Massari

 

Oltre ottanta persone di ogni età presenti in ciascuna serata hanno incontrato forme (del pensare e del far abitare il corpo in condizione di movimento artistico negli spazi naturali) variegate e, per i più, certamente inusuali.

Indossando cuffie audio, per limitare al massimo l’impatto sugli ambienti attraversati, un manipolo di persone ha camminato e guardato. Ascoltato e incontrato.

Il tutto organizzato con risorse minimali, indegne di un Paese civile. Ma, con l’ottimismo della ragione, Carlo Massari già pensa di ampliare l’edizione 2020: da 5 a 12 spettacoli, nel corso della prossima estate.

Noi abbiamo purtroppo preso parte solamente all’ultimo degli appuntamenti in programma in questa edizione.

In scena, negli spazi naturali dell’Azienda Vinicola Tomisa di San Lazzaro di Savena, uno studio dello spettacolo Granito di e con Francesca Antonino, Laura Chieffo e Ilaria Quaglia / Collettivo Munerude.

 

Azienda Vinicola Tomisa

 

«Granito» si legge nei materiali presentazione «nasce da un processo di ricerca sul disfacimento e la ricomposizione della materia»: è bello che un Festival che si pone la complessa questione del corpo danzante in rapporto con l’ambiente naturale si chiuda con una performance, per di più in divenire, che ha il divenire come proprio oggetto d’indagine. Dà un senso di circolarità, questo «imbattersi fortuito», di ontologica impermanenza: pur essendo la condizione propria di ogni evento performativo, essa spesso è schiacciata, o meglio (peggio) standardizzata dalle normalizzanti dinamiche del sistema-spettacolo.

Un propedeutico training, anche se un po’ veloce e impreciso nelle istruzioni che impartisce in cuffia, ha il merito di voler ripulire la percezione dello spettatore, preparando all’incontro con l’accadimento coreutico. Al termine della breve introduzione, la voce-guida chiede di chiudere gli occhi.

Quando li si riapre (prevedibilmente, a dire il vero) le danzatrici sono al centro dello spazio, divenuto scenico.

Giovani e belle, indossano solamente mutande color carne. Rivolgono a noi le schiene e i lunghi capelli. Tre ninfe danzanti, ma con il correttivo di una prospettiva squisitamente anatomica a far da ponte con lo spettatore, piuttosto che un qualsivoglia immaginario romantico.

 

Granito – foto di Gino Rosa

 

Come non pensare a certe figure dell’artista belga Berlinde De Bruyckere, in cui la dimensione organica travalica la connotazione specificamente umana per affacciarsi verso un vitalismo a base biologica allargato, in ampiezza e profondità? È accadimento nel qui e ora, quello proposto dal Collettivo Munerude, ben distante da ogni narrazione, di arte come veicolo di valori o messaggi (se non, eventualmente, quelli connaturati nell’essere in un dato luogo e tempo a fare una determinata cosa – e non altrove a fare altro).

Come non ricordare, al contempo, gli studi sulle Tecniche del corpo compiuti ormai quasi un secolo fa dall’antropologo Marcel Mauss? Il nipote di Émile Durkheim diceva, in quel testo fondamentale che ogni professionista della scena dovrebbe leggere e rileggere, una cosa elementare e rivoluzionaria: la naturalità del corpo è stata ed è, in quasi ogni tempo e società, di fatto una (pur fascinosa) astrazione. In questo senso sarà interessante verificare, quando Granito sarà del tutto compiuto, come le tre «danz-autrici» risolveranno scenicamente la spinosa questione del rapporto natura-cultura. Quale rapporto verrà istituito tra animalità presentata e rappresentata? Tra un ballet d’action e i cavalli di Kounellis quale via prenderà, il lavoro?

Come non portare la mente, pensando alla scena di questi anni e decenni, ad artisti e artiste che hanno interrogato non tanto e non solo le medesime forme, quanto il baratro da cui esse originano? La danza Butō, ovviamente. E, in Italia, almeno Alessandra Cristiani e Francesca Proia?

Le tre figure mostrano con evidenza un pervicace impegno a celare il volto (ponendosi di spalle, o con i capelli davanti al viso, o grazie a una quantità di carnose contorsioni). Come si sa, il volto è comunemente considerato l’elemento centrale dell’espressione umana, è ciò che muta l’uomo (o la donna) in personae. Cancellare il viso, dunque, manifesta l’intenzione di eliminare dal corpo l’impronta dell’individuo, la sua haecceitas. È un gesto, si potrebbe dire parafrasando Luce Irigaray, che avvicina allontanando, spiritualizza incarnando, individualizza universalizzando. Questi apparenti paradossi sintetizzano esattamente una questione suscitata, a nostro avviso, da Granito: in luogo di questo insistito occultamento, ci si potrebbe “nascondere” attraverso la massima esposizione? Detto altrimenti: non è insita nell’ostinato celarsi una volontà di affermazione? Forse un ulteriore affondo drammaturgico in tal senso potrebbe rendere più limpido il dispositivo che viene (verrà) dato alla visione?

Detto altrimenti: quale abilità occorre acquisire/allenare nel/per fondersi nel paesaggio e, forse, scomparire?

 

opera di Berlinde De Bruyckere

 

Infine (e ripartendo dall’origine, cioè dal rapporto fra danza e spazi naturali): la domanda che sorge è duplice e riguarda da un lato il tipo di rapporto che queste proposizioni performative (quella da noi incontrata, così come le precedenti) hanno instaurato con il luogo in cui si sono svolte e dall’altro, più radicalmente, la necessità (o l’opportunità) di arricchire una esperienza di immersione nel paesaggio per renderla più efficace, giacché di questo con ogni probabilità si è trattato (altrimenti le stesse performance avrebbero potuto essere proposte in qualunque sala da spettacolo).

Sul primo punto: il rischio è che la scelta possa essere guidata da principi di tipo decorativo, con il luogo trattato come sfondo, un po’ come avveniva con le scenografie dipinte nel teatro rinascimentale la cui funzione era quella al contempo di compiacere il guardante e di convogliare la sua attenzione sul dicitore che vi si poneva di fronte.

In che modo si potrebbe invece considerare lo spazio come drammaturgicamente attivo: non mero e neutro contenitore di un fatto scenico che lo prescinde ma, al contrario, elemento essenziale, fondante di ciò che è dato a vedere? Quale rapporto spaziale costitutivo si sarebbe potuto istituire con quel declivio, quei filari, quel sentiero in salita?

Sul secondo punto, per restare su un piano di concretezza: il pubblico ha posto più attenzione ai danzatori o al paesaggio che li avvolgeva? O più esattamente: gli spettacoli erano finalizzati a stimolare nello spettatore una diversa percezione del luogo in cui si trovava?

Da tempo gli studi più avanzati sulle performing arts si interrogano sulla possibilità di alcune proposizioni artistiche di produrre spaesamenti, anche piccoli, per cercare di cambiare il modo di guardare la realtà circostante (sia essa naturale, urbana, sociale, …) e quindi ciò che si vede in essa.

Per accorgersi della postura che si assume nel proprio rapporto con il mondo.
Per «guardarsi guardare», per dirla con Merleau-Ponty.

Per la possibilità di incontrare il circostante in quanto tale: senza arricchimenti, abbellimenti, migliorie.

Nessuna «realtà aumentata», dunque, ma occhi e orecchie ripuliti per percepire lo smisurato reale che ogni giorno, e spesso distrattamente, attraversiamo: «Happy new ears», direbbe John Cage.

 

John Cage

 

Noi, grati per le esperienze e le domande che il Festival curato da C&C Company ci ha fatto e farà vivere e sorgere, ci prepariamo alle prossime visioni.

Tra danza e natura.

Ormai la primula e il calore
ai piedi e il verde acume del mondo

I tappeti scoperti
le logge vibrate dal vento ed il sole
tranquillo baco di spinosi boschi;
il mio male lontano, la sete distinta
come un’altra vita nel petto

Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio
qui volgere le spalle.

Andrea Zanzotto, Ormai (in Dietro il paesaggio, 1940-1948)

 

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto a San Lazzaro di Savena (BO) il 6 agosto 2019 – info: ceccompany.org

 

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