Forme della partecipazione. Tre casi recenti

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Valentina Pagliarani, F

 

Alcune note su F di Valentina Pagliarani, Docile di Menoventi e Mare di Francesca Pica. Pensando a Yoko Ono, Franco Vaccari e Gino De Dominicis.

Da spettatore a spettattore: qualunque cosa se ne pensi, pare essere un’ineludibile tendenza in atto.

E non solo da oggi.

1758. Jean-Jacques Rousseau pubblica la Lettera a d’Alembert sugli spettacoli. Critica la passività del pubblico e propone una festa: «Offrite gli spettatori in spettacolo, fateli attori essi stessi».

Due secoli dopo, 1967. Per il situazionista Guy Debord lo spettatore è l’incarnazione estrema della passività.

Ancora: il pioniere dell’animazione teatrale Giuliano Scabia attraversa in lungo e in largo il Belpaese coinvolgendo minuscole comunità ultra-locali, i “baratti” dell’Odin Teatret accadono in giro per il pianeta, gli spettacoli aperti e interattivi del Living scombussolano vecchio e nuovo mondo.

Saltellando avanti e indietro nella linea del tempo si approda al fondativo Opera Aperta (1962), nel quale Umberto Eco ragiona su come un’opera non sia che un insieme di potenzialità semantiche, intellettuali, emotive, diventando ipso facto reale nel momento in cui la si fruisce, la si interpreta, se ne fa esperienza.

 

 

Esattamente in tale direzione si sono mossi tutti o quasi gli autori più lungimiranti delle Avanguardie (e Neo- e Post-) anche nel difficilmente recintabile milieu delle arti visive.

Nulla di nuovo, dunque.

Ma questo, ovviamente, è un falso problema: «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma», ci ricorda il celeberrimo postulato di Antoine-Laurent de Lavoisier.

Ancora una volta ciò che conta è come si mette in atto la partecipazione.

Ciò sia detto -e auspicabilmente inteso- non in senso valutativo. Lungi da noi la propensione, invero piuttosto diffusa, a interpretare la funzione critica come occasione per giudicare cosa in uno spettacolo funzioni (termine che nel nostro piccolo ci vantiamo, in tanti anni di scrittura, di non avere MAI usato): tutti un po’ artisti, appunto.

Come, si diceva.

Nei giorni scorsi ci siamo imbattuti in tre proposizioni performative che, rispetto alla tipologia di partecipazione proposta / richiesta ci sembra appropriato collocare su un asse che muove dal piano concreto a quello smaterializzato: F di Valentina Pagliarani, Docile di Menoventi e Mare di Francesca Pica, accadimenti scenici che nella rudimentale tavola sinottica che andiamo tracciando in queste righe pare non del tutto errato associare a opere emblematiche, rispettivamente, di Yoko Ono, Franco Vaccari e Gino De Dominicis.

 

Yoko Ono, Painting to Hammer a Nail, 1961

 

L’artista giapponese da molti ricordata (quasi) unicamente come «la moglie antipatica di John Lennon» nel 1961, in pieno spirito Fluxus propone Painting to Hammer a Nail, con il pubblico invitato esplicitamente a un coinvolgimento fisico, materico: piantare chiodi, affinché l’opera possa compiersi e, auspicabilmente, stimolare epifanie mondane. Tra Bergson e Husserl, Sartre e Merleau-Ponty, in questa operazione c’è qualcosa di molto meno banale del mero “invito al bricolage”. È un gesto che fa saltare diverse (tanto consolidate quanto inconsapevoli)  categorie di giudizio o, meglio, di separazione: alto e basso, concreto e astratto, individuale e universale, arte e non-arte, artista e non artista, guardare e non toccare.

 

Valentina Pagliarani, F

 

Questo è esattamente, pare lecito azzardare, ciò a cui tende F di Valentina Pagliarani, azione ludico-filosofico-coreutica condivisa da adulti e bambini nella quale due guide, con pervicace spinta ginnico-maieutica, propongono «equazioni corporee» e domande pensose e pensate sulle terra e la felicità (la F del titolo), il lavoro e il denaro, il successo e il potere. Il mondo salvato dai ragazzini, si potrebbe sottotitolare questa esperienza di pensiero in azione (non usiamo intenzionalmente la parola spettacolo), che pone il corpo dello spettattore, bambino o adulto che sia, non come mezzo di rappresentazione ma di conoscenza, non come luogo di narrazione ma di trasformazione.

 

Menoventi, Docile – foto di Tania Zoffoli

 

Interpella esplicitamente l’uditorio l’esperto di empowerment Andrea Argentieri in Docile di Menoventi: è ora funzionale al nostro piccolo discorso mettere in evidenza unicamente questo filo, tra i molti che le regie di Gianni Farina sempre intrecciano con lucida complessità. Docile agisce un po’ come fece Franco Vaccari con Esposizione in tempo reale – Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, alla Biennale di Venezia nel 1972: una scritta in più lingue a invitare il pubblico a una (rappresent)azione, di sé e tramite sé, operazione, ancora una volta, nella quale la partecipazione del pubblico -in questo caso su un piano inclinato che vira verso il simbolico, finanche verso la dorata allegoria- è senza posa stimolata.

 

Franco Vaccari, Esposizione in tempo reale – Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, 1972

 

Le Figure, come in un quadro di Bacon, sono qui tratteggiate con evidenza e distorsione ed esistono in quanto abitano un luogo -ne sono circondate- e ciò paradossalmente è ancor più vero quando quel luogo viene abbandonato, le linee spezzate, per andare incontro alla platea. A proposito di paradossi, vien da pensare a Deleuze, proprio là dove ragionava di Bacon: «Un grido non assomiglia a ciò che segnala più di quanto una parola non assomiglia a ciò che designa». È in un analogo luogo dell’apparente incongruenza, del non, che viene convocato lo spettatore di Docile, percorso scenico nel quale il senso, a tratti, lascia spazio ad altro: a Figure, per dirla ancora con Deleuze, che si oppongono alla figurazione. O almeno, diremmo noi più semplicemente, alla definizione.

 

Gino de Dominicis, Piramide invisibile, 1969

 

Di paradosso in paradosso vien da accostare la più smaterializzata ed “estrema” opera d’arte del trittico evocato in queste righe, Piramide invisibile di Gino De Dominicis del 1969, al più tradizionale fra gli accadimenti scenici qui presi in considerazione: Mare di Francesca Pica, visto in apertura della piccola rassegna al femminile Tre petali. Voci di donne alla Casa Laboratorio Ca’ Colmello di Sassoleone, nelle colline fra Imola e Bologna, luogo di resistenza culturale e umana guidato con amorevole lungimiranza da Chiara Tabaroni e Bruno Fronteddu.

 

Francesca Pica, Mare – foto di Chiara Tabaroni

 

Tradizionale, ça va sans dire, non è aggettivo qui usato in senso spregiativo, ma volto a sintetizzare in particolare una prassi del corpo scenico teso ad accompagnare ritmicamente, illustrare, evocare la narrazione: un dire espressivo e partecipe che si appella, secondo topos e stilemi cari al teatro di narrazione, a memorie, immagin(ar)i e schemi cognitivi dell’ascoltatore. Ciascuno è chiamato a ricreare, o meglio a completare nella propria mente quanto le parole dell’attrice in scena hanno intenzionalmente solo parzialmente tratteggiato. Vien da pensare al grande polacco, Jerzy Grotowski, stipati nella piccola sala di legno chiaro in mezzo alle colline, alle sue parole sullo spettatore-testimone: «Essere testimone – ovvero non dimenticare, non dimenticare a nessun costo».

«Senza la sapienza degli spettatori non si va da nessuna parte» sembrano dirci, con Marco Martinelli, questi diversissimi esempi.

Grazie a chi questa sapienza coltiva e alimenta.

 

MICHELE PASCARELLA

 

F di Valentina Pagliarani visto al Teatro Bonci di Cesena il 19 ottobre 2019, Docile di Menoventi visto al Teatro Rasi di Ravenna il 26 ottobre 2019, Mare di Francesca Pica visto a Ca’ Colmello a Sassoleone (BO) – info: http://www.katriem.it/, https://microfestivalbim.org/, https://menoventi.com/, http://www.ravennateatro.com/, https://www.facebook.com/fra.pica82, https://www.babajaga.it/

 

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